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Il problema dell’innaturalezza del suono elettronico, per me ha valore etico, il suono elettronico nonderiva da una vibrazione esistente in natura.Tutta la musica anche solo amplificata, passa per vie elettriche, è quindi inevitabile che la parteelettrica assuma una parte fondamentale nella riproduzione. Variando anche piccolissimi aspetti,nella composizione elettrica (amplificatore, pick-up, cavi, diffusori, numero dei canali…) si possono ottenere significative variazioni di suono.Ad esempio chi suona reggae roots, dovrà costruire un impianto che gli permetta di enfatizzare lefrequenze basse. Fino a qui quindi non si tratta di “fedeltà di riproduzionedel suono, mal’impianto diventa una parte integrante del suono che si vuole ottenere, diventando così come unostrumento in più, che non suona di musica propria, cioè non produce vibrazioni, ma le trasmette,traduce ,diffonde e modifica.Questo era solo parlando della semplice amplificazione/diffusione, se invece parliamo di strumentielettrici la cosa diventa eticamente ancora più interessante. Oltre che a valere gli stessi motivi primacitati della semplice musica amplificata, qui si aggiungono altri fattori che riducono maggiormentese non annullano, la differenza etica tra il suono nato dalla vibrazione dello strumento e il suonocostruito interamente con l’ausilio di mezzi elettronici. Le varie chitarre e bassi elettrici ecc. … nonsolo devono essere quasi obbligatoriamente amplificati (anche se non per tutti), ma molticonsentono di modificare direttamente il suono con equalizzatori, distorsori ecc. … Accettando ilfatto che la sorgente del suono sia la vibrazione prodotta dello strumento, accettando anche il fattoche le modifiche apportate al suono non possano essere così radicali (per motivi fisici), basta però pensare che un “effetto” portato all’esagerazione, può produrre un suono totalmente differente daquello iniziale arrivando alla stessa innaturalezza di un suono interamente elettronico. Quale èquindi la linea di demarcazione che separa la musica naturale da quella innaturale? Quale è quindila differenza tra una chitarra distorta e il loop acido di un sintetizzatore? C’è quindi un limite suquanto poter girare una rotellina dell’equalizzatore prima che il suono prodotto possa esserecatalogato come innaturale? E se la rotellina girasse all’infinito?Vale lo stesso per la costruzione in studio e per il mixaggio.In studio, anche grazie alle crescenti tecnologie, è possibile applicare una quantità innumerevole dieffetti, e “giocare” con ogni traccia a proprio piacimento. Basta pensare che nell’attuale pop e nelrock alternativo la maggior parte del lavoro viene fatta in fase di mixing e audio editing. Non èinusuale ritrovarsi ad ascoltare dei pezzi “strumentali”, che grazie al lavoro fatto in studio, di“strumentale” non hanno più niente. Questo avviene molto più facilmente dei prima citati effetticreati in “real time” e “in presa diretta”, proprio perché possono essere fatti in qualsiasi momento e perché questa volta i limiti fisici per modificare il suono sono infinitamente inferiori a quelli paragonati, ad esempio ad un equalizzatorino integrato di una chitarra o della testata di una cassa.Sono infatti nati da studi di registrazione (anche se non solo) generi musicali come il dub, che nelcorso dei tempi si è avvicinato sempre più, guarda caso alla musica elettronica.Tralasciando il discorso dal punto di vista della “creazione musicale”, ma guardando da un punto divista più tecnico per quanto riguarda il mastering e la memorizzazione su supporto, mi vengono inmente tutta quella serie di artifizi tipo il dithering, cioè l’innaturale scuotimento del segnale, per far riemergere le informazioni audio perse dalla codifica a bitrate inferiori. Oppure quelle tecnologie dilettori cd, che correggono autonomamente eventuali errori di lettura, travisando le informazionimusicali originarie.Anche questo sta a significare quanto possa perdere “eticamente”, la registrazione musicale susupporto, tanto più se digitale e creato con superficialità, che si tratti di musica creata da macchine oda strumenti che creano vibrazioni proprie.Quest’ultimo argomento mi riporta a una delle più grandi guerre irrisolte, conbattute tra audiofilisostenitori dell’analogico e sostenitori del digitale, parlando però di supporti per la riproduzione.Personalmente mi trovo schierato dalla parte dell’analogico, sempre per fattori etici, ma mi rendoconto di come, anche il digitale sfruttato nel modo giusto può dare risultati di gran lunga superiori,
 
rispetto all’analogico mal’utilizzato, cosa molto frequente, perché è molto più difficile far suonare bene ad esempio un buon vecchio disco in vinile che, far riprodurre il suono da un classico cd.Per difendere il mio punto di vista sulla superiorità del vinile piuttosto che sul cd, si potrebbero diretantissime cose di livello tecnico, ma per me fondamentalmente possono essere sintetizzate in tre ehanno un valore sostanzialmente etico:Il vinile è l’unico supporto, che “suona” di musica propria perché, detto in maniera semplicisticacrea vibrazioni all’impatto con la puntina.Mi piace vedere una canzone come un libro, dove nel vinile è in lingua originale (analogico), e nelcd è tradotto in un'altra lingua (digitale), in pratica parlano della stessa cosa ma non è la stessa cosa.Un'altra cosa un po’ più scientifica è la psicoacustica:il vinile, è capace di riprodurre dei suoni che il nostro orecchio non distingue ma il nostro cervellocapta, e la cosa è ancora più interessante se si pensa che secondo me la musica si ascolta con tutto ilcorpo e non solo con gli orecchi, anzi si può ascoltare anche senza. Questo con il cd non puòavvenire, infatti il cd riesce a riprodurre una gamma di frequenze pari alla gamma di frequenzeudibile dal nostro orecchio, e questo probabilmente per risparmiare memoria, ma così possiamoscordarci della psicoacustica, e di tutta quella serie di vibrazioni che ci circondano, anche se non lecomprendiamo.Altro fattore da tenere in considerazione, quello più importante per il vero audiofilo, èsemplicemente il suono all’ascolto. Questo non sempre può dare ragione all’analogico, anche perché fondamentalmente il digitale “illude”. Ma in linea di massima si può dire che il suono delvinile, è un suono molto più caldo, rotondo e propenso a enfatizzare le basse frequenze, mentreinvece il suono del cd è un suono freddo, distante e enfatizza le frequenze medio-alte.In base a tutto questo, si può arrivare al paradosso che è più naturale la musica elettronica registratasu supporti analogici nel giusto modo, che musica, interamente “strumentale” (anche nonamplificata) registrata magari pure erroneamente, su supporti digitali.Certo è, che se parliamo di registrazione sonora su supporti, che sia vinile, nastro magnetico, cd,ecc. … parliamo comunque di suoni che devono essere letti, amplificati e diffusi, e lo fanno tutticon l’ausilio dell’elettronica, fatta eccezione forse unicamente nel caso del vetusto grammofono.Estremizzando, si potrebbe quindi anche arrivare a presupporre che tutta la musica e tutti i suoniche provengono da una fonte registrata, in primo luogo, o che sono amplificati, non rispettano lavera etica, e perdono parte della loro naturalezza dal momento in cui vengono veicolati dall’uomo.In ogni istante siamo circondati da eventi sonori naturali, senza neanche rendercene conto, ma glieventi sonori musicali naturali, forze riguardano solamente la musica classica o lirica ascoltata inteatro o in ambienti appositamente creati dall’acustica impeccabile, ma anche questi ambienti, a pensarci bene, non è nient’altro che un altro modo di veicolare il suono da parte dell’uomo, anchesenza un intervento diretto.Penso che bisogna porre dei limiti anche al purismo e trovarsi pronti a dover scendere qualche voltaa compromessi, difficile e brutto da pensare, ma si rischia di cadere in un tunnel di domande, doveci si potrebbe ritrovare a chiedersi che cosa si cerca veramente, e a farti saltare tutto per aria.Tutte queste elucubrazioni, stanno a significare che il suono più puro e naturale, è totalmenteindipendente dall’uomo, e quindi anche la musica, non è naturale.Si tratta di ragionare per livelli, e tenendo in considerazione tutto quello precedentemente scritto,chiedersi, se un suono prodotto artificialmente da uno strumento che suona di musica propria, possagodere della stessa dignidi un suono prodotto da uno strumento che produce suoni creatielettronicamente.Tornando sul lato della creazione musicale, un'altra importante constatazione da tenere inconsiderazione è questa:Sradicando e rivoluzionando i canoni della classica catalogazione e classificazione musicale, si potrebbe persino arrivare a concludere che Jimi Hendrix, da sempre considerato artista rock-blues,non faceva altro che elettronica. Infatti, alcune parti delle sue performance con la chitarra elettricaerano costituite interamente da suoni elettronici. Sfido qualsiasi persona, che non conosce la musica
 
di Jimi Hendrix (quindi esente da preconcetti), ma che abbia un minimo di basi musicali, adascoltare alcuni pezzi di assolo del live a Woodstock senza saperlo (sempre per evitare preconcetti).In alcune parti, potrebbe essere difficile distinguere addirittura il suono della chitarra, e unistantanea precatalogazione superficiale, senza tenere conto dell’origine culturale che c’è alle spalle,ma fermandosi solo al suono, potrebbe spingere colui che non aveva mai ascoltato questa musica adefinirla come elettronica. Fondamentalmente la classificazione musicale, non è nient’altro che unetichetta data convenzionalmente, quindi dire che Jimi Hendrix faceva elettronica, anche seconclusione molto discutibile e azzardata, non si può definire una bestemmia.Se entriamo in questa ottica, e riusciamo ad immaginare che Hendrix con la sua chitarra facevaelettronica, cadrà inesorabilmente, ogni discriminazione sulla musica “fatta da macchine”.L’unica vera differenza che incorre tra quella che può essere definita “musica strumentale” e quellaelettronica, forse sta nel rapporto che il musicista ha con uno strumento e le vibrazioni che emette.Infatti gli “aggeggi” elettronici non comunicano la stessa intimità di quelli dai quali sentiamo ilsuono venire dalle nostre mani, fiato ecc. … Ma anche questa può essere una differenza marginale,in quanto esistono molti strumenti, che sono ibridi sotto questo punto di vista, e anche questa voltarimane impossibile tracciare una linea oggettiva che possa dividere gli strumenti con cui si puòstabilire un contatto personale con quelli che invece si ha un rapporto troppo impersonale.Trattiamo ora la musica elettronica e generi affini, non tanto dal lato etico del suono, ma alle originiculturali che sono di tutto rispetto, a discapito di chi crede solo alla frivolezza di questi generi e nonsi rende conto delle qualità artistiche di certe produzioni. Non possiamo però parlare di generi naticome elettronica, senza parlare di grandissimi artisti che pur non facendo questa musica, davanomolta importanza all’utilizzo di suoni “nuovi”, di suoni elettronici. Ad esempio, i Pink Floyd,formati a metà degli anni ‘60, anticipano l’esplosione dell’elettronica nel mondo della musica, mafanno largo uso di sintetizzatori e campionatori già dalle prime produzioni. Il loro genere, che personalmente credo indefinibile, ma grossolanamente identificato come rock, sfrutta suonielettronici per concretizzare al meglio il loro concetto di psichedelia. I Pink Floyd erano moltoattenti all’audiofilia e alla qualità del suono, dando molto spazio al lavoro in studio, inoltre hannofatto pezzi interamente costruiti senza i classici strumenti, ma fatti solamente da macchine, vorreiquindi sapere, quale stimatore dei Pink Floyd, ha il coraggio di screditare la musica elettronica. Unaltro grandissimo artista è Miles Davis, la sua lunghissima carriera da jazzista, lo ha portato nellesue numerosissime produzioni, a variare diversi stili musicali. Negli anni ‘70, nel boomdell’elettronica, ha deciso di avvicinarsi, a questo nuovo mondo e a questi nuovi suoni, ritrovandosiil dissenso della critica, ma dimostrando ancora le sue grandi capacità creative.Ciò che mi propongo in questa ultima parte, è dare una cultura di base, che stimoli riflessioni sulla pari dignità tra i generi musicali nati con mezzi elettronici, e i generi che utilizzano gli strumenti“tradizionali”. Dignità non rispettata (qualche volta giustificatamente) dai “conservatori” chedenigrano queste forme artistico-musicali, solo per ignoranza. Perché ciò che non piace, è tutto ciòche non si conosce o peggio ancora che si vuol far finta di non conoscere a causa di stupidi preconcetti.Al fine di portare a conoscenza la musica elettronica, su cosa si ispirava, quali ideologie seguiva, eda quali problematiche sociali nasceva, è obbligatorio parlare dei Kraftwerk, glorioso gruppotedesco nato nei primi anni ‘70, che rivoluzionò il modo di vedere la musica.La città di origine dei Krafwerk, era Düsseldorf, che in quei anni era la classica città avveniristica,centro di produzione industriale e monumento palpitante del capitalismo post-bellico, e fusicuramente questo ambiente che li circondò, a condizionarli e ispirarli nelle loro ideologie e produzioni musicali. Il proposito dei Kraftwerk, che tradotto significa energia elettrica, eratrasformare appunto, l'energia elettrica emessa dalla mente in onde acustiche, cosa materialmenteimpossibile, ma che rende bene l’idea su i loro intenti. Per le loro composizioni, il gruppo giudica paradossalmente, troppo freddi gli strumenti acustici e si immerge nei synt e nei computers che piùdi ogni altro marchingegno riproducono la voce della strada, la paranoia e il trascorrere della vita dioggi.

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