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Francesco Lamendola
Il conflitto tra « natura » e « cultura»nel caso del
ragazzo selvaggio
dell'Aveyron
 Nel 1797, nel bosco di Laucane, nel Tarn, viene scorto un bambino di una decina d'anni,completamente nudo, selvaggio, che non si lascia avvicinare da alcuno. Catturato, riesce a fuggire e per quindici mesi continua ad aggirarsi nei boschi come un animale selvatico. Alla metà di lugliodel 1798, tre cacciatori lo scorgono su un albero e lo catturano nuovamente. Il ragazzino, incapacedi articolare verbo, viene condotto in un villaggio della zona, ma una settimana dopo fugge per laseconda volta e riprende la via dei boschi. Anche stavolta la sua libertà si prolunga per quindicimesi, fino al 9 gennaio del 1800, allorché si lascia prendere senza opporre resistenza.Trasportato, circa un mese dopo, presso l'ospedale di Rodez, viene esaminato dal naturalistaBonnaterre, che compila una relazione sul suo caso. Da essa risulta che il ragazzo mugola mentremangia, si abbandona a collere improvvise, ama stare vicino al fuoco, si addormenta regolarmenteal tramonto e si risveglia all'alba; tenta più volte di fuggire e non riconosce la propria immagine allospecchio. È a questo punto che il piccolo viene trasferito a Parigi, su interessamento del ministrodell'Interno, Champagny, e affidato all'Istituto per sordomuti. Nella Francia dei "lumi", scoppia il caso del
ragazzo selvaggio dell'Aveyron.
La stampa se neoccupa a lungo, il pubblico ne discute animatamente, gli uomini di scienza cominciano a disputareattorno alla vicenda. Sembra un caso da manuale per poter osservare da vicino il rapporto tra lasfera della natura e quella della cultura, dopo che Rousseau ha aperto la strada al mito del "buonselvaggio" e sostenuto che l'essere umano è tanto più buono e felice, quanto più viene preservatodagli effetti corruttori della civiltà. I viaggi di Bougainville, La Pérouse ed altri esploratori hannorafforzato il mito con i suadenti racconti relativi agli isolani dei Mari del Sud, che sembranorievocare l'umanità felice dell'età dell'oro.Ma il ragazzo dell'Aveyron non sembra affatto un essere felice, bensì una creatura misera, sudicia,repulsiva e, quel che è peggio, mentalmente ritardata, In effetti, la disputa che si accende tra filosofie scienziati verte principalmente intorno alla questione se si tratti di un idiota cronico, di unminorato incapace di qualunque progresso, oppure di un essere sfortunato che la lunga solitudine ela mancanza di stimoli adeguati ha bloccato nel suo sviluppo normale, nel qual caso egli è forsesuscettibile di un certo recupero.Il più importante psichiatra dell'epoca, Philippe Pinel, formula una diagnosi di idiozia congenita.Ma un giovane studioso dell'Istituto per sordomuti, che sarebbe divenuto famoso proprio grazie aquesto caso, Jean Itard, non ne è persuaso. Seguace delle dottrine di Condillac, egli ritiene che si possa rieducare il ragazzo insegnandogli ogni cosa in maniera graduale e facendo leva sul"risveglio" dei suoi cinque sensi, proprio come nel famoso apologo della statua cui vengono apertigli occhi, dischiusi gli orecchi e il naso, e così via. Il caso del
ragazzo selvaggio dell'Aveyron
, inaltre parole, gli si presenta come una eccezionale e, anzi, unica opportunità di verificare "sulcampo" - come direbbero, oggi, gli etnologi - le teorie sull'apprendimento proprie di una ben precisacorrente filosofica, il sensismo.Forte di questo retroterra culturale e animato da una tenacia a tutta prova, un acuto spirito diosservazione e uno spessore umano quale non si trova frequentemente fra gli uomini di scienza,Itard chiede e ottiene dal suo superiore, il direttore dell'Istituto R. I. Sicard., di potersi dedicare aquesto caso a tempo pieno, assumendosi l'intera responsabilità dell'esperimento sul ragazzo. Per 
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sei anni il giovane studioso si dedica interamente a Victor - come è stato chiamato il ragazzoselvaggio -, conducendo una serie di osservazioni e di esperimenti di psicologia dell'apprendimento,allo scopo di ridestare nell'
uomo naturale
che ha davanti a sé le normali funzioni dell'intelligenza edell'affettività.Itard possiede non solo la stoffa dello studioso di vaglia, ma anche una ricchezza umana fuori delcomune; perciò quel lungo periodo di sforzi educativi va molto al di là di un "normale" studio oesperimento scientifico e somiglia piuttosto a un rapporto totale fra medico e paziente, che mette ingioco non solo alcuni aspetti della loro personalità, ma quest'ultima nella sua interezza. Ne ha trattoispirazione il regista François Truffaut per realizzare uno dei suoi film più belli,
 L'enfant sauvage
,nel 1970, in cui egli stesso interpreta la parte del dottor Itard. La modernità e la spregiudicatezzadelle idee psichiatriche di questi è accentuata da Truffaut che, allo scopo di farne un anti-Rousseauall'opera con un anti-
 Emilio
, decide di non fargli seguire Victor fra le pareti dell'Istituto di Rue Sain-Jacques, ma in casa propria, in campagna, ove lo istruisce personalmente, con l'aiuto preziosa dellasua governante.In effetti, i progressi dell'ex ragazzo selvaggio si riveleranno estremamente modesti, rispetto allesperanze iniziali del suo mentore, anche se tutt'altro che disprezzabili in paragone alle suecondizioni iniziali. Dopo un certo tempo, Victor ha imparato a vestirsi da solo, a tenersi pulito, adapprezzare le diverse temperature dopo una serie di bagni caldi e freddi, ad apparecchiare la tavolacon il piatto e le stoviglie; ma non riesce in alcun modo a parlare, non sa esprimere i suoi desideri, enon mostra alcun particolare attaccamento per le persone che lo accudiscono. A un certo punto, lesue capacità di apprendimento paiono arrestarsi; in particolare, Itard non sarebbe mai riuscito -nonostante la sagacia dei metodi escogitati e l'ammirevole pazienza dimostrata - a far compiere aVictor il passaggio logico decisivo: quello di esprimere con parole i propri bisogni, ad esempio pronunciando la parola "latte" per manifestare il desiderio di bere. Tutto quello che riesce adottenere è che Victor pronunci quella parola
dopo
che la scodella di latte gli viene porta, il che puòsignificare semplicemente che egli gradisce l'offerta della bevanda.Victor sarebbe poi morto piuttosto giovane, nel 1828 (dunque, all'età presunta di quant'anni), senzaaver fatto ulteriori progressi, dopo aver lasciato l'Istituto per sordomuti per andare a vivere presso lasua vecchia governante. Itard stende due relazioni sul suo lungo esperimento pedagogico e psichiatrico: una nel 1801, l'altra nel 1806, entrambe ammirevoli non solo per la cura con cui viriporta le sue osservazioni, ma anche per la solidità dello spessore culturale ad esse sotteso e per la profondità e la coerenza delle sue convinzioni.Entrambe sono riportate nel libro di Lucien Malson
 I ragazzi selvaggi
(titolo originale:
 Les enfants sauvages
, 1974; traduzione italiana di Pier Vittorio Molinario, Rizzoli, Milano, 1971). Nella primadelle due, quella del 1801, egli, tra l'altro, scrive (pp. 125-133,
 passim
):
Gettato su questa terra privo di forze fisiche e di idee innate, incapace di obbedire spontaneamentealle leggi costitutive dell'ordine organico che gli assegna il primo posto nel sistema degli esseri,l'uomo diventa capace di occupare la posizione eminente conferitagli dalla natura solo entrando a far parte della società; senza la civilizzazione, l'uomo sarebbe uno degli animali più deboli e menointelligenti: questa verità è stata sovente enunciata, ma non ancora rigorosamente dimostrata. (…) Le speranza più ardite e meno razionali avevano preceduto a Parigi il 
Selvaggio dell'Aveyron
.Molti curiosi si divertivano a immaginare quale sarebbe stato il suo stupore alla vista di tutte lemeraviglie della capitale. D'altra parte, molte persone, del resto stimabilissime per la loro sapienza, dimenticando che i nostri organi sono tanto meno flessibili e l'imitazione tanto piùdifficile quanto più l'uomo è allontanato dalla società in età precoce, stimavano che l'educazione diquesto individuo sarebbe stata completata in qualche mese, e che ben presto egli avrebbe fornito leinformazioni più interessanti sulla vita passata. Che cosa si vide invece? Un ragazzo di una sporcizia spaventosa, scosso da movimenti convulsi, spesso spasmodici, dondolantesi senza sostacome certi animali del giardino zoologico, pronto a mordere e a graffiare coloro che lo servivano,
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indifferente a tutto, totalmente privo di attenzione per tutte le cose che lo circondavano. È facilecapire che un essere di questa natura non doveva attirare che un'attenzione momentanea. (…)Citando (…) numerose storie, raccolte a Bicêtre, di bambini irrevocabilmente colpiti da idiozia, il cittadino Pinel stabilì, tra lo stato di questi disgraziati e quello del ragazzo in questione, i paralleli più rigorosi, che davano necessariamente come risultato la completa e perfetta identità tra quei giovani idioti e il 
Selvaggio dell'Aveyron.
Quest'identità portava necessariamente a concludereche, colpito da una malattia considerata finora incurabile, il bambino non era suscettibile di sociabilità e di istruzione. (…) Io non condividevo per nulla tale pessimistica opinione e, nonostante la verità del quadro e la giustezza de confronti indicati, osai concepire qualche speranza, che fondai sulla dupliceconsiderazione della "causa" e della "curabilità" di questa idiozia apparente. (…)Se si assegnasse questo problema di metafisica: «Determinare quali sarebbero il grado diintelligenza e la natura delle idee di un adolescente che, privato fin dalla prima infanzia diqualsiasi forma di educazione, abbia vissuto completamente separato dagli individui della sua specie», o io mi sbaglio grossolanamente o la soluzione del problema si ridurrebbe all'assegnare aquesto individuo solo un'intelligenza relativa alla soddisfazione dell'esiguo numero dei suoibisogni, e spoglia, per astrazione, di tutte le idee semplici e complesse che noi riceviamo attraversol'educazione, e che si combinano nella nostra mente in infiniti modi grazie soltanto alla conoscenzadei segni. Ebbene, il quadro morale di questo adolescente sarebbe esattamente quello del 
Selvaggiodell'Aveyron,
e la soluzione del problema proposto fornirebbe la misura e la causa dello statointellettuale in cui egli si trova (…)
Itard prosegue indicando quali sono stati i suoi principali obiettivi educativi nel primo anno dilavoro con il piccolo Victor.Il primo obiettivo è stato quello di fargli amare la vita sociale, rendendogliela più facile e più piacevole di quella che aveva condotto fino allora, e soprattutto più analoga alla passata vita nei boschi.Il secondo obiettivo è stato quello di risvegliare la sua sensibilità nervosa, ricorrendo a degli stimoliil più possibile energici e, in certi casi, alle vive affezioni dello spirito.Il terzo obiettivo è stato quello di allargare la sfera delle sue idee (nel senso che questa parola hanelle filosofie empiriste, da Locke a Hume) e moltiplicando i suoi rapporti con gli altri esseri.Il quarto obiettivo è stato quello di abituarlo all'uso della parola, facendo leva sulle necessità fisiche, per ridestare in lui la facoltà del linguaggio (come si è accennato in precedenza).Il quinto e ultimo obiettivo è stato quello di fargli esercitare, per qualche tempo, le più semplicioperazioni mentali, sugli oggetti dei suoi bisogni fisici, per spostarne poi l'applicazione sugli oggettinecessari alla sua istruzione.Al termine della relazione, Itard si mostra consapevole della notevole importanza del suo«esperimento» per le signficative implicazioni filosofiche di esso. In particolare, ribadisce la suaincondizionata fiducia nella concezione antropologica di Locke e Condillac, contraria all'esistenzadi idee innate nell'essere umano. Una conclusione discutibile e, in ogni caso, viziata da una certarigidità dottrinale: perché il caso di Victor - a nostro parere, e come altri analoghi - non dimostra, di per sé, che le idee innate non esistono, ma solo che non possono svilupparsi in maniera adeguata se,nella prima infanzia, l'essere umano viene privato di tutti quegli stimoli appropriati a farle emergere,e che afferiscono unicamente alla sfera della vita sociale. In altri termini, il fatto che una prolungatasiccità impedisca ai semi di germogliare non attesta l'inesistenza dei semi, quanto l'indispensabilitàdi talune circostanze accessorie - ad esempio, la caduta dell'acqua piovana - affinché i semi possanoesprimere le loro potenzialità, germogliando e dando origine alla pianta. Eppure, a dispetto diquesta rigida impalcatura ideologica, Itard è stato un educatore e uno psicologo attento,coscienzioso e totalmente votato al bene del suo pupillo.Le conclusioni che egli trae dal primo anno di lavoro, sono le seguenti (
Op. cit.
, pp. 176-178):
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