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Francesco Lamendola
Spinoza e il miracolo: alle radici dell’intolleranzascientista contro il soprannaturale
Si è voluto fare di Baruch Spinoza l’araldo e l’intrepido campione del ibero pensiero, per quelvezzo del Pensiero Unico moderno che, conscio della propria pochezza filosofica e morale, se ne vaattorno ad arruolare fra i propri antesignani tutti quei pensatori dei secoli passati che possono prestarsi alla bisogna, immettendo almeno un po’ di “noblesse” nel suo scarno e rachitico alberogenealogico, in modo da retrodatare i propri fasti.Certo: Spinoza, nel «Tractatus teologico-politicus», spezza una lancia, come si suol dire, a favoredella laicità dello Stato, affermando che lo Stato deve garantire ai suoi cittadini libertà di pensiero,di espressione e di fede religiosa attraverso una politica di tolleranza; e che, proprio per questo, nondeve identificarsi con nessuna religione, limitandosi a lasciare campo libero a tutte le credenze e le pratiche che non mettano in pericolo la pace e la sicurezza della società.Hobbes, però, aveva detto le stesse cose, con altrettanta forza e chiarezza e con un anticipo di circavent’anni: il «Leviathan» venne pubblicato nel 1651, mentre il «Tractatus» spinoziano apparve,anonimo, solo nel 1670; eppure le circostanze della società inglese, allorché Hobbes scriveva e pubblicava la sua opera maggiore, erano infinitamente più difficili e complesse di quelle esistentinei Paesi Bassi al tempo di Spinoza.L’unica vera differenza consiste nel fatto che Hobbes pone l’accento sull’aspetto negativo, ossiasulla necessità, per lo Stato, di non ammettere che alcuna Chiesa sconfini nel campo delle propriecompetenze; mentre Spinoza lo pone sull’aspetto positivo, ossia sulla necessità che lo Stato rispetti,nell’individuo, tutto ciò che la legge non proibisce, a cominciare dalla libertà di coscienza, che,essendo costitutiva della natura umana, sarebbe comunque fatica vana cercare di spegnere.Hobbes è più duro, più spigoloso, più amaramente pessimista di Spinoza; ma le sue argomentazioni,come quelle di Machiavelli, hanno una forza tremenda, implacabile nella loro consequenzialitàquasi brutale.Spinoza, che passava per uomo mite e benevolo, dalla vita pressoché ascetica (quando non sidivertiva a strappare le ali agli insetti e ad osservare come morivano nella sofferenza), è molto abilenel presentare la sua dottrina come ispirata da nobilissimi ideali filantropici e nel lodare i Paesi Basie la città di Amsterdam come società esemplari per spirito di tolleranza; ciò che ha contribuito non poco a creare la leggenda di una Olanda prospera e felice, mentre il resto dell’Europa, Inghilterra a parte (naturalmente) sarebbe stato ancora sprofondato nella barbarie dell’assolutismo.Ci si dimentica però di osservare che Spinoza, poco coerentemente, non sostiene che la repubblicasia la miglior forma di governo, né che l’assolutismo - proclamato da Hobbes come una dura eimprescindibile necessità - sia un male; al contrario, egli afferma che l’assolutismo è la forma digoverno ideale, purché il sovrano non sia “autoritario”.L’assolutismo di Hobbes si spiega con il suo pessimismo antropologico: dal momento che gliuomini sono come lupi feroci per gli altri uomini, è necessario uno Stato assoluto e severo, cheimponga a ciascuno, con pugno di ferro, il rispetto della pace e della civile convivenza; ma quello diSpinoza non si capisce bene da che cosa derivi.Per Spinoza, gli esseri umani non possiedono libero arbitrio: il libero arbitrio è impossibile, poichétutto procede necessariamente e perfino l’etica, come recita già il titolo della sua opera più nota ecompleta, può essere descritta infallibilmente con il procedimento matematico, alla maniera di unteorema geometrico. A che pro, dunque, lo Stato assoluto?1
 
Vi sono, nel pensiero di Spinoza, una rigidità, una durezza, una così radicata convinzione della propria verità, che il volerne fare la bandiera della tolleranza e del libero pensiero risulta abbastanzadifficile, anche se la storia della filosofia tende a procedere per forza d’inerzia e per stereotipi iquali, una volta consolidati, non vengono più scalfiti da niente e da nessuno.In ambito religioso, Spinoza proclama la libertà di coscienza: questo è un dato incontestabile eanche, senza dubbio, un titolo di merito; però, nello stesso tempo, la sua critica razionalista, cheanticipa quella demolitrice dell’Illuminismo, prende d’assalto con tale impeto la cittadella dellareligione, e particolarmente l’autorità della Bibbia, che bisogna essere ben parziali per non vederecome egli, dietro il pretesto di contestare le inverosimiglianze dell’Antico Testamento, vuoleaffermare che l’unica forma di religione seria e accettabile è quella che sopravvive alla falce dellaragione logico-matematica: la sua, appunto.Dietro l’apparente mitezza e l’apparente tolleranza, Spinoza si fa campione della più rigorosaintolleranza in materia religiosa: solo la sua idea di Dio è ragionevole e, pertanto, vera: Deus sive Natura, Dio è la natura stessa; tutte le altre fedi non sono che un guazzabuglio di assurdità einverosimiglianze, perché non si adeguano ai dettami della matematica. Più coerente o più esplicitodi Cartesio, che in fondo la pensava allo stesso modo, egli lancia il guanto della sfida a tutti icredenti: convertitevi alla matematica o sarete gettati nell’immondezzaio della storia, con le vostreubbie e le vostre favolette edificanti.Un tipico esempio del suo modo di procedere è l’argomentazione con cui egli nega l’impossibilità pura e semplice del miracolo, questo imbarazzante residuo di età remote, che ha il vizio capitale dinon volersi piegare ai dettami del Logos razionale. Egli non fa distinzioni tra miracoli autentici emiracoli supposti: per lui sono tutti impossibili, quindi sono tutti falsi, scaturiti dall’ignoranza edalla superstizione o, peggio, dalla frode.Gli oppositori di Galilei si rifiutavano di guardare nel suo cannocchiale, perché la teoria di Galilei(o meglio, di Copernico) contrastava con quella di Aristotele; Spinoza si rifiuta di guardare i fatti, perché ammettere l’esistenza anche di un solo miracolo non si concilierebbe con il suo implacabile,tetragono razionalismo.Uno come Spinoza, se capitasse a Lourdes e assistesse ad una guarigione inesplicabile, negherebbeil fatto, puramente e semplicemente; ma è molto più probabile che a Lourdes non ci andrebbe, senon come fece Emile Zola, ossia con la malafede del positivista che voleva corrompere anche unadonna miracolata, per far sparire le tracce del miracolo stesso; piuttosto aderirebbeentusiasticamente al C.I.C.A.P., vestendo i panni dello zelante gendarme scientista, tutto preso dalsacro dovere di estirpare le erbacce della credulità popolare.Il suo furore razionalista e scientista lo spinge fino al limite del grottesco, quando arriva a ipotizzareche il “volgo” non per altra ragione rifiuti la spiegazione naturale dei fenomeni straordinari, oltre alfanatismo religioso, se non per ostacolare e fare un dispetto ai veri cultori della scienza della natura,tra i quali, evidentemente, pone in primo luogo se stesso.Egli è il tipico esempio di intellettuale che si autoglorifica e che, per innalzare un poco più in alto il proprio sgabello, ha bisogno di abbassare il più possibile l’intelligenza delle persone comuni; lequali, si direbbe, trovano posto nel suo sistema solo allo scopo di far rifulgere, per contrasto, ilgenio isolato del grand’uomo.Invero le argomentazioni di cui si serve per confutare la possibilità, anche solo teorica, delmiracolo, sono quanto di più piattamente e pedissequamente e, si vorrebbe dire, quanto di piùtristemente arrogante, un razionalismo apodittico potrebbe concepire; con l’aggiunta di un sovranodisprezzo nei confronti del “volgo” (da: B. Spinoza, «Trattato teologico-politico», VI e VII, Torino,UTET, 1988, pp. 486-87, 504-07):«Come gli uomini sono soliti definire “divino” quel sapere che trascende le capacità umane dicomprensione, così sono abituati a chiamare “divino”, oppure opera di Dio, ogni fenomeno la cuicausa è sconosciuta al volgo. Il volgo infatti ritiene che la potenza e la provvidenza divine simanifestino nel modo più luminoso possibile quando accade in natura qualcosa di inconsueto e di2
 
contrario all’opinione che per consuetudine esso ha riguardo alla natura stessa, particolarmente sel’evento gli ha portato qualche profitto o se gli è riuscito vantaggioso. […]Il volgo crede, evidentemente, che Dio non faccia nulla quando la natura agisce secondo l’ordineconsueto, e viceversa che restino oziose le potenze della Natura e le cause naturali quando agisceDio. Ci si immagina pertanto le due potenze nettamente separate l’una dall’altra: la potenza di Dio ela potenza delle cose naturali, quest’ultima tuttavia determinata da Dio in qualche particolare modoo anzi (come i più credono ai giorni nostri) da lui creata. Ma che cosa poi il volgo intenda per l’unae per l’altra delle due potenze, come concepisca Dio e la Natura, ciò invero non lo sa; esso siraffigura la potenza divina come l’autorità di un monarca assoluto e la potenza della Natura comeuna sorta di violenza senza freno.Il volgo, pertanto, chiama miracoli e opere di Dio gli eventi straordinari della Natura; e, parte per zelo religioso, parte per smania di osteggiare coloro che coltivano la scienza della Natura, desideradi ignorare le cause naturali delle cose e si mostra voglioso di ascoltare soltanto ciò che gli è deltutto oscuro e che di conseguenza suscita la sua massima ammirazione. […]In più di un luogo la Scrittura dice che la natura osserva un ordine fermo e immutabile: così inSalmo CXLVII, 6 e in Geremia, XXXI, 35 e 36. Il Filosofo, inoltre, nel suo Ecclesiaste, 1, 10,insegna nel modo più deciso che in Natura non avviene mai nulla di nuovo e ai versetti 11 e 12, nelchiarire tale sentenza, dice che accade talvolta qualcosa che sembra costituire una novità, ma dinovità evidentemente non si tratta perché un caso identico si produsse in secoli precedenti dei qualié spento ogni ricordo. Infatti, com’egli stesso dice, nessuna memoria dei tempi antichi è presentenei contemporanei, così come presso i posteri non vi sarà memoria di coloro che vivono oggi.Inoltre, sempre nell’Ecclesiaste (3, 119, il Filosofo afferma che Dio ebbe a stabilire esattamenteogni cosa nel suo tempo, e al verdetto 14 dichiara di spere che, qualunque cosa Dio faccia, essa permarrà in terno e che nulla può esserle né aggiunto né sottratto. Ciò fa capire in modoinequivocabile che la Natura mantiene un ordine stabile e non passibile di mutamenti, che Dio persistette identico in tutte le ere a noi note e ignote, che le leggi della Natura sono tanto perfette efeconde che nulla può essere loro aggiunto o da esse eliminato, e finalmente che i miracolisembrano essere qualcosa di nuovo e di straordinario soltanto a causa dell’ignoranza degli uomini.»Spinoza è abbastanza astuto da fare una distinzione preliminare fra profezia e miracolo: riguardoalla prima dice di non volerci entrare, perché ciò lo porterebbe su di un terreno squisitamenteteologico; circa il secondo, invece, rivendica il diritto di esprimersi, trattandosi di una questione prettamente filosofica.Si noti che non si prende il disturbo di considerare, singolarmente, almeno alcuni dei miracoli di cui parla la Bibbia: egli li valuta in blocco, a partire dal proprio pregiudizio razionalista e panteista. SeDio è la Natura e se Dio è immutabile, allora il miracolo è impossibile: e ciò chiude la discussione.Ritenendo di aver dimostrato a sufficienza, con la sua «Ethica more geometrico demonstrata», laverità delle due precedenti affermazioni, per lui non c’è altro da aggiungere.Più che di una argomentazione, si tratta di una sentenza apodittica: Spinoza, fratello siamese diCartesio, non possiede l’umiltà necessaria per confrontarsi con i fatti, o meglio, tiene presentisolamente quei fatti che possono servire a corroborare la sua tesi precostituita; gli altri, li ignora puramente e semplicemente. È, in fondo, il classico seguace di una nuova fede, la Ragione, chevuole sostituire ai vecchi dei, senza rendersi conto che il cambiamento di paradigma è solo di tipoquantitativo e non qualitativo.Significativamente, i miracoli” di cui vuole negare non solo la storicità, ma anche la semplice possibilità, sono quelli più clamorosi dell’Antico Testamento, come il passaggio del Mar Rosso da parte degli Ebrei in fuga dall’Egitto. Citando Flavio Giuseppe, che a sua volta cita un analogo“miracolo” attribuito ad Alessandro Magno, se la cava, invero gesuiticamente, affermando checiascuno ha il diritto di credere quello che ritiene giusto per onorare debitamente la divinità: e ciòdopo aver ribadito che la Natura non conosce contraddizioni alle proprie leggi e che, pertanto,qualunque preteso miracolo è una assurdità in termini.3
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