Vi sono, nel pensiero di Spinoza, una rigidità, una durezza, una così radicata convinzione della propria verità, che il volerne fare la bandiera della tolleranza e del libero pensiero risulta abbastanzadifficile, anche se la storia della filosofia tende a procedere per forza d’inerzia e per stereotipi iquali, una volta consolidati, non vengono più scalfiti da niente e da nessuno.In ambito religioso, Spinoza proclama la libertà di coscienza: questo è un dato incontestabile eanche, senza dubbio, un titolo di merito; però, nello stesso tempo, la sua critica razionalista, cheanticipa quella demolitrice dell’Illuminismo, prende d’assalto con tale impeto la cittadella dellareligione, e particolarmente l’autorità della Bibbia, che bisogna essere ben parziali per non vederecome egli, dietro il pretesto di contestare le inverosimiglianze dell’Antico Testamento, vuoleaffermare che l’unica forma di religione seria e accettabile è quella che sopravvive alla falce dellaragione logico-matematica: la sua, appunto.Dietro l’apparente mitezza e l’apparente tolleranza, Spinoza si fa campione della più rigorosaintolleranza in materia religiosa: solo la sua idea di Dio è ragionevole e, pertanto, vera: Deus sive Natura, Dio è la natura stessa; tutte le altre fedi non sono che un guazzabuglio di assurdità einverosimiglianze, perché non si adeguano ai dettami della matematica. Più coerente o più esplicitodi Cartesio, che in fondo la pensava allo stesso modo, egli lancia il guanto della sfida a tutti icredenti: convertitevi alla matematica o sarete gettati nell’immondezzaio della storia, con le vostreubbie e le vostre favolette edificanti.Un tipico esempio del suo modo di procedere è l’argomentazione con cui egli nega l’impossibilità pura e semplice del miracolo, questo imbarazzante residuo di età remote, che ha il vizio capitale dinon volersi piegare ai dettami del Logos razionale. Egli non fa distinzioni tra miracoli autentici emiracoli supposti: per lui sono tutti impossibili, quindi sono tutti falsi, scaturiti dall’ignoranza edalla superstizione o, peggio, dalla frode.Gli oppositori di Galilei si rifiutavano di guardare nel suo cannocchiale, perché la teoria di Galilei(o meglio, di Copernico) contrastava con quella di Aristotele; Spinoza si rifiuta di guardare i fatti, perché ammettere l’esistenza anche di un solo miracolo non si concilierebbe con il suo implacabile,tetragono razionalismo.Uno come Spinoza, se capitasse a Lourdes e assistesse ad una guarigione inesplicabile, negherebbeil fatto, puramente e semplicemente; ma è molto più probabile che a Lourdes non ci andrebbe, senon come fece Emile Zola, ossia con la malafede del positivista che voleva corrompere anche unadonna miracolata, per far sparire le tracce del miracolo stesso; piuttosto aderirebbeentusiasticamente al C.I.C.A.P., vestendo i panni dello zelante gendarme scientista, tutto preso dalsacro dovere di estirpare le erbacce della credulità popolare.Il suo furore razionalista e scientista lo spinge fino al limite del grottesco, quando arriva a ipotizzareche il “volgo” non per altra ragione rifiuti la spiegazione naturale dei fenomeni straordinari, oltre alfanatismo religioso, se non per ostacolare e fare un dispetto ai veri cultori della scienza della natura,tra i quali, evidentemente, pone in primo luogo se stesso.Egli è il tipico esempio di intellettuale che si autoglorifica e che, per innalzare un poco più in alto il proprio sgabello, ha bisogno di abbassare il più possibile l’intelligenza delle persone comuni; lequali, si direbbe, trovano posto nel suo sistema solo allo scopo di far rifulgere, per contrasto, ilgenio isolato del grand’uomo.Invero le argomentazioni di cui si serve per confutare la possibilità, anche solo teorica, delmiracolo, sono quanto di più piattamente e pedissequamente e, si vorrebbe dire, quanto di piùtristemente arrogante, un razionalismo apodittico potrebbe concepire; con l’aggiunta di un sovranodisprezzo nei confronti del “volgo” (da: B. Spinoza, «Trattato teologico-politico», VI e VII, Torino,UTET, 1988, pp. 486-87, 504-07):«Come gli uomini sono soliti definire “divino” quel sapere che trascende le capacità umane dicomprensione, così sono abituati a chiamare “divino”, oppure opera di Dio, ogni fenomeno la cuicausa è sconosciuta al volgo. Il volgo infatti ritiene che la potenza e la provvidenza divine simanifestino nel modo più luminoso possibile quando accade in natura qualcosa di inconsueto e di2
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