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Francesco Lamendola
Stiamo perdendo il senso dell’amicizia?
 Nella società del (preteso) benessere, massificata e nevrotica, sta andando perduto, lentamente mairreversibilmente, il valore inestimabile dell’amicizia fra gli esseri umani?Già vediamo che, per molte persone anziane, l’unica amicizia che rimane e che non tradisce, non èquella con altri esseri umani, ma con creature non umane: cani, gatti e altri animali da compagnia:amicizia che, di per sé, è una cosa bellissima, ma diventa alquanto malinconica se si riduce a unripiego e a un surrogato dell’amicizia fra creature umane.E, d’altra parte, dove trovare, ormai, un amico fedele come quel cane che veglia sulla tomba del padrone morto, inconsolabile, per settimane, mesi e perfino anni? L’ultimo episodio risale a questo2011 e viene dal Brasile: da un mese, un cane non vuole allontanarsi dalla tomba in cui è statosepolto il suo padrone - ma sarebbe più appropriato chiamarlo: amico.Forse è il caso di prendersi un po’ di tempo, nella frenesia della vita moderna, specialmente dellegrandi città, e domandarsi che cosa ne sia dell’amicizia, quella divina relazione che filosofi comeAristotele e monaci come Aelredo di Rievaulx hanno giustamente magnificato come la più pura edisinteressata che possa instaurarsi fra due persone.L’abbiamo forse smarrita fra le vetrine scintillanti e gli scaffali ingombri di merce dei supermercati;fra una corsa dal commercialista e una fila allo sportello della banca; l’abbiamo seppellita a forza dicose, di brame, di desiderî indotti artificialmente, dopo anni e anni di code in automobile, diinterminabili sedute davanti al computer, di ore e ore passate davanti al televisore, magari aruminare, come mucche, i programmi più idioti e volgari? Nel film di René Clair «Porte des Lilas» (malamente tradotto con «Il quartiere dei lillà», perché LesLilas è la cittadina verso cui si apriva la porta omonima della periferia parigina e non c’è unquartiere dei lillà, ma solo una stazione della metropolitana, né ci sono i lillà) si celebra unastruggente, malinconica elegia dell’amicizia, messa temporaneamente in crisi dal soffio gelidodell’egoismo e della manipolazione altrui.Juju (Pierre Brasseur) è un simpatico perdigiorno, un pobeone ma dal cuore d’oro,silenziosamente innamorato della giovane Maria (Dany Carrel) ed è molto amico di un chitarristascapolo (Georges Brassens) che vive in una casetta al margine di un prato - un prato nella città diParigi! -, chiamato l’Artista. La sua vita monotona subisce una scossa per l’irruzione della polizia inquell’angolo un po’ fuori mano della capitale, alla ricerca di un pericoloso criminale di nome PierreBarbier: mentre Juju, nella confusione, ruba alcune scatolette di fegato d’oca e corre a nasconderledall’Artista, lui e l’amico hanno la sorpresa di scoprire che il ricercato (Henry Vidal) si è installatonella cantina della casa di quest’ultimo e, armato e ferito, pretende di essere tenuto nascosto eassistito.Barbier è un freddo calcolatore che finge amicizia per Juju, il quale si trasforma, diventa più attivo espigliato, comincia a farsi la barba e riempie l’inatteso ospite di attenzioni, facendo passare inseconda linea l’antica amicizia con l’Artista. Maria, frattanto, ha sospettato la verità e, affascinatadalla figura del bandito, che ella circonda di un alone eroico, si offre di procurargli i soldi per lafuga, che ruberà al padre, mentre Juju gli procurerà il passaporto, utilizzando la fotografiadell’Artista.Ma Vidal non ama affatto Maria, ha soltanto finto di ricambiarla per ottenerne i servigi; e, conrivoltante cinismo, si vanta di ciò proprio con Juju, al quale finalmente cade la benda dagli occhi.Indignato dal comportamento di Vidal, il “buono a nulla” Juju ha uno scatto di ribellione e si scagliacontro il bandito che, nella colluttazione, rimane ucciso.Svanisce il sogno Maria della fuga romantica, ma l’egoismo di Vidal, che aveva gettato un’ombrasui puri sentimenti di quelle persone semplici, è stato sconfitto, sia pure a caro prezzo.1
 
 Nel film di Clair, dunque, alla fine trionfa l’amicizia; ma il film è del 1956, quando perfino in unametropoli come Parigi esistevano ancora dei borghi un po’ fuori dal tempo, pieni di cortili e di piccole aree verdi, con le botteghe del droghiere e le osterie di una volta in cui ci si incontrava, sisocializzava e si passava il tempo davanti a una birra o a un buon bicchiere di vino: i tempi erano più distesi, gli spazi più conviviali, la mentalità meno frenetica.Il contesto sociale e tecnologico incide sulla qualidelle amicizie, anche se, in teoria, unsentimento così profondo non dovrebbe risentire delle circostanze esteriori; di fatto, ciò è vero solo per le amicizie eccezionali, quelle rinsaldate da un rapporto più che collaudato e sgorganti da anime profonde; alle altre, i ritmi convulsi e spersonalizzanti della società di massa e la scomparsa ditempi e luoghi preposti all’autentica socializzazione, in favore dei nuovi templi del consumismo edel dilagare della comunicazione virtuale, hanno inferto un colpo decisivo.Si è seduti al bar con l’amico, si sta parlando, magari, di qualcosa di molto importante: ma ecco chesquilla il cellulare, la conversazione a viva voce s’interrompe, subentra quella a distanza con unaterza persona, che vi è infilata di prepotenza; il tutto mentre la televisione non smette un momentodi gracchiare, né le automobili che transitano sulla strada, di suonare il clacson, né i martelli pneumatici dei lavori in corso, di vibrare nell’aria a tutta forza.In queste condizioni, come comunicare; come creare quella tranquilliinteriore, di cui sialimentano i silenzi e i tempi lunghi di una autentica amicizia? Naturalmente, esistono minacce ben più gravi alla pratica dell’amicizia, che non il diradamento deitempi e degli spazi ad essa favorevoli: prima fra tutte, quella del progressivo inaridimento deirapporti sociali; di una pedagogia ormai del tutto assente nei confronti dei bambini (o, per megliodire, di una dilagante anti-pedagogia, incentrata sulla pronta soddisfazione di ogni desiderio e diqualsiasi capriccio); di una sempre più diffusa pigrizia intellettuale e anche affettiva; di una sorta disciatteria dell’anima, che si manifesta nella intensa attenzione verso obiettivi esistenziali del tuttotrascurabili o, addirittura, verso falsi obiettivi e, viceversa, nella trascuratezza e nella negligenza piùcomplete nei confronti degli obiettivi fondamentali.Il “fare anima”, per usare l’espressione di James Hillman, diviene impegno sempre più raro; il problema, però, è che l’anima non è un dato, ma, appunto, un processo: e che la mancata attenzioneverso di essa si traduce in una sorta di rachitismo spirituale, in una graduale dissoluzione dellasostanza stessa dell’anima, in una dispersione progressiva e inarrestabile delle sue potenzialità piùautentiche e profonde.Si potrebbe obiettare che, nella vera amicizia, questi ostacoli contano poco, dal momento che essa sicaratterizza appunto per il fatto di collocarsi verso i livelli superiori della consapevolezza, rispettoai quali è ben difficile che i fattori sfavorevoli sopra elencati possano incidere a fondo, sino al puntodi indebolire o sciogliere i legami dell’amicizia.A ciò risponderemo che anche il seme migliore ha bisogno di un terreno adatto per attecchire e per fruttificare; nessun fiore può sbocciare nel deserto, se non quello originato da una breve e rara pioggia che, però, non trovando acqua né altro nutrimento, sarà destinato a morire con la stessarapidità con cui era spuntato.Il terreno adatto per l’amicizia è una società in cui vi siano spazio e attenzione a sufficienza per gliaspetti conviviali e affettivi dell’esistenza; una famiglia che trasmetta ai bambini, oltre ai valori dellavoro e della necessità del guadagno, anche quelli di natura spirituale; un clima culturalecomplessivo, ivi compresi il cinema, la televisione e la musica leggera, che riservi attenzione esappia porsi con delicatezza verso le esigenze dell’anima.Se tutti questi fattori vengono a mancare; se la corsa al guadagno e alla posizione sociale sovrastanoogni altro aspetto dell’esistenza; se la brama delle cose - i vestiti firmati, le automobili potenti e cosìvia - supera l’interesse per le persone in carne ed ossa; se l’attrazione per i corpi fa passare insecondo piano la bellezza dell’anima: allora possiamo profetizzare che l’amicizia finirà per scomparire, per la totale sterilità del suolo in cui avrebbe potuto germogliare.Essa verrà sostituita dalle sue tristi contraffazioni, basate sulla furbizia e sull’egoismo, sul calcolo esull’opportunismo; e nessuno potrà mai più fidarsi veramente di un amico.2
 
Dovremmo scongiurare questa drammatica eventualità, fin che siamo in tempo, così come si fa conla medicina preventiva: lavorando su noi stessi, per non permettere che poco a poco, con il prevalere dell’abitudine, i nostri cuori si inaridiscano e il possesso delle cose ci dia l’illusoriasensazione di poter fare a meno del bene inestimabile dell’amicizia.Quest’ultima si nutre essenzialmente di lealtà e di sincerità e, pertanto, non è nemmeno pensabileche possa germogliare fra due esseri umani, se ciascuno di essi non è capace di guardarsi dentro cononestà e trasparenza; se il loro occhio interiore non si è fatto limpido attraverso una costante,diuturna, rigorosa disciplina spirituale.Una parola a parte per quella particolare forma di amicizia che si instaura fra l’uomo e la donna,quando l’uno e l’altra siano giunti ad un livello superiore di consapevolezza; quando, cioè, abbianosuperato la fase delle brame disordinate, dell’impazienza egoica, della gelosia che nasce dainsicurezza e da scarso amore e rispetto di sé.È un sentimento raro e sempre in bilico, sempre minacciato di trasformarsi in qualche cosa d’altro,che lo potrebbe snaturare; ma è un sentimento che non esclude il rapporto fisico tra uomo e donna, perché non pone in opposizione la sfera della spiritualità e quella della sessualità; ma è raro, perchérare sono le persone che sanno incontrarsi anche sul terreno dell’eros, senza che ciò stravolga ilsenso fondamentale dell’amicizia, che è e rimane il desiderio disinteressato del bene dell’altro.Talvolta la donna, talvolta l’uomo, vorrebbero l’amico o l’amica tutti per loro; non è facile trovaredelle persone che sappiano essere tanto appassionati, quanto rispettosi dell’altrui intimità; tanto“caldi” nel rapporto totale che s’instaura con una persona dell’altro sesso profondamente amica,quanto capaci di fare un passo indietro per il suo bene, che potrebbe anche consistere in unaseparazione o in una radicale modificazione del precedente rapporto.La natura umana è cosiffatta che, quando ha assaporato un determinato bene, tende a considerarloun diritto acquisito e stenta assai a rinunciarvi spontaneamente, finché pensa di poterne disporre per il proprio personale piacere; solo un uomo o una donna veramente grandi sono capaci di mollare la presa, con un atto spontaneo di abnegazione.D’altra parte, nella vera amicizia non vi è nulla di più naturale che desiderare, sino in fondo, il benedell’altro; pertanto, anche la rinuncia al proprio piacere non si presenta sotto la luce malinconicadella diminuzione e della rinuncia, ma sotto quella della gioia di poter contribuire alla realizzazionedi ciò che è meglio per l’altro.Un mondo in cui non vi fosse più posto per l’amicizia sarebbe un luogo orribile, indegno di essereabitato.Di molte cose l’essere umano può fare a meno, se viene a trovarsi in uno stato di necessità; dellamaggior parte di quelle cose che, in condizioni abituali, egli ritiene necessarie o addiritturaindispensabili, ma che, in realtà, non lo sono affatto.L’amicizia è una delle poche cose realmente indispensabili: una vita senza di essa non sarebbe cheuna vita a metà, anzi, non sarebbe nemmeno una vita nel senso pieno della parola, ma solo una tristecaricatura di essa, una vera e propria contraffazione.Diciamo di più: un mondo in cui fosse scomparso il sentimento dell’amicizia sarebbe destinato adautodistruggersi in brevissimo tempo.Lo ucciderebbero i demoni scatenati dell’egoismo, del calcolo interessato, della simulazione e della prevaricazione, senza possibilità di scampo; nessuno riuscirebbe a sopravvivere, alla lunga, in unsimile inferno.Speriamo di non vivere abbastanza a lungo per vedere un simile spettacolo, per trovarci sprofondatiin un tale naufragio morale.Dobbiamo, comunque, preoccuparci per i nostri figli: non possiamo lasciare loro una simile eredità,che li distruggerebbe; per questo dobbiamo insegnare loro, con l’esempio e non solamente a parole,il valore prezioso dell’amicizia.Abbiamo una precisa responsabilità nei loro confronti, oltre che verso noi stessi: e, se non vogliamodarci da fare per noi, dobbiamo impegnarci almeno per loro.3
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