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Francesco Lamendola
Tacchi sempre più alti e gonne sempre più corteattestano una ritrovata libertà femminile?
Cambiare look, per una donna di trenta o quarant’anni; tingersi i capelli di un colore diverso,fiammeggiante; vestire in modo giovanilistico, calzando scarpe con i tacchi sempre più alti eindossando con estrema disinvoltura gonne sempre più corte: tutto questo è indice di una ritrovatalibertà interiore?Ce lo eravamo già domandati diversi anni fa (cfr. il nostro articolo «Il demone nascostodell’infelicità femminile», apparso sul sito di Arianna Editrice in data 10/09/2007) e avevamorisposto negativamente, convinti, come siamo tuttora, che nessun cambiamento di vernice, di per sé,significa un bel nulla, se non è accompagnato da un movimento interiore che vada nella direzionedella fedeltà a se stessi e alla propria verità profonda.Ma la nostra fedeltà a noi stessi non consiste, come vorrebbero farci credere le mille vocidell’edonismo imperante, nell’arbitrio, nel capriccio, nel nichilismo di una libertà astratta e scioltada ogni altro valore, bensì nella scoperta che essa si realizza solo nella misura in cui risponde allaChiamata che a ciascuno è rivolta fin da prima della nascita e del concepimento: perché noieravamo già presenti, in una veste diversa da quella che indossiamo ora, fin da prima che il mondoesistesse, come parte dell’Essere che è luce e pienezza assoluti.Eppure il mondo è pieno di sedicenti psicologi, tuttologi e pseudo maestri di interiorità, i qualivanno dicendo che no, che quando una donna rinnova il guardaroba e si mette a fare la ragazzina,che quando si fa un taglio di capelli totalmente diverso e anticonformista, è come rimessa a nuovo e può considerarsi pronta per ripartire da zero, lasciandosi alle spalle il suo vecchio io e marciandoallegramente verso chissà quali alate spensieratezze.Tre filoni culturali contribuiscono a questa leggenda: l’edonismo spicciolo, il femminismo e ilgiovanilismo.Secondo il primo, tutto ciò che una persona, e quindi anche una donna, decide di fare per assaporareun senso di appagamento immediato (anche se superficiale e apparente) è non solo legittimo, maopportuno e necessario, a prescindere da ogni altra considerazione riguardante la propria verità profonda, le relazioni con gli altri, il significato autentico della propria vita.In base al secondo, tutto ciò che una donna fa contro il proprio ruolo tradizionale, contro la propriaimmagine tradizionale, equivale automaticamente a una liberazione, allo spezzare le proprie catene(ma quali?) e ad una riconquistata e sacrosanta gioia di vivere.In base al terzo, infine, tutto ciò che è giovane e nuovo è, per ciò stesso, anche bello e buono; e tuttociò che è vecchio e collaudato è anche, necessariamente, brutto e cattivo, nonché meritevole didisprezzo, o - tutt’al più - di un altezzoso compatimento.Quante volte abbiamo visto delle donne, non più giovanissime, cambiare look in modo radicale, daun giorno all’altro, ed assumere pose e atteggiamenti da adolescenti, ostentare un aspetto ed unmodo di fare che vorrebbero essere sensuali e perfino erotici, mentre, il più delle volte, sono solovolgari e patetici, dato che nessuno ha insegnato loro che sensualità ed erotismo non hanno niente ache fare con le mode e con le tecniche, ma sorgono spontanei in talune persone e in talunesituazioni; altrimenti non c’è niente e nessuno che li possa destare.Comunque, se si trattasse solo di illudersi di ringiovanire e di essere più seducenti, fin qui non visarebbe niente di male negli atteggiamenti che abbiamo decritto: dopotutto, ciascuno è libero diautoingannarsi come meglio preferisce.1
 
Il vero problema sorge allorché questi comportamenti falsamente emancipati servono soltanto amascherare un feroce rifiuto di guardarsi dentro con leale franchezza; quando sono unaingannevole strategia mirante a risparmiarsi la fatica di evolvere spiritualmente; quando, cioè, sicerca di apparire diversi per gettare fumo negli occhi al prossimo, mentre, quanto a se stessi, sicontinua a sprofondare nell’ignoranza più crassa.Ed essere ignoranti di se stessi, dei propri sentimenti, delle proprie emozioni, è la peggiore forma dianalfabetismo esistenziale: è un male oggettivo, non un semplice divagare dell’anima lungo stradescintillanti, ma frivole, che non conducono da nessuna parte.Troppo spesso le donne che cercano di rinnovarsi in maniera ostentata e provocante, ma soltanto eunicamente in superficie, non mirano ad altro che a colpire l’immaginazione del prossimo, aimporre su di lui il potere dell’apparenza, a manipolarlo servendosi di una caricatura dell’erotismodi bassissima lega: si tratta, quindi, soltanto di spostare all’esterno, cercando il consenso da palati di bocca buona, quei nodi irrisolti che premono e urlano dalle profondità dell’anima e che chiedono,esigono, di essere affrontati con onestà e trasparenza.Al contrario, ritrovare se stessi è cosa che richiede silenzio, riflessione, solitudine; non è cosa che possa farsi continuando ad occupare i titoli dei giornali scandalistici, continuando a mettersi inmostra per far parlare di sé il maggior numero di persone possibile.Un buon esempio di quel che stiamo dicendo è contenuto nel seguente brano di prosa, in cui uno dei più famosi giornalisti a livello mondiale, Andrew Morton, già autore di una vendutissima biografiadella principessa Diana (tradotta in trentacinque lingue), descrive lo stato d’animo di quest’ultima,durante il periodo finale della sua vita, nel libro «Diana alla ricerca d’amore» (titolo originale:«Diana in pursuit of love», 2004; traduzione italiana di Maria Barbara Piccioli, Milano, Sonzogno,2005, pp. 278-79):«Se i dubbi sui sentimenti di Diana per Dodi non saranno mai chiariti, tutti concordano nel dire chela giovane donna aveva fatto passi considerevoli, dal punto di vista emotivo, fisico e spirituale. Nel primo anno della sua nuova vita di donna libera, espresse pienamente il suo vero sé, immunefinalmente da timori e inibizioni. “Non l’avevo mai vista così felice, soprattutto negli ultimi temesi”, rammentò in seguito lo stilista Jacques Azagury. “Avevo spesso a che fare con lei, la vedevoquasi tutti i giorni. Si capiva che era una donna appagata.”Gli amici che l’avevano vista abbattuta e ribelle sentivano che Diana stava finalmente assaporandola felicità autentica. La donna che solo pochi anni prima teneva le spalle curve e si mordeva leunghie, aveva raggiunto una nuova sicurezza di sé. “Ora sono forte, non ho paura di nulla, di nulla”,disse a un amico. Tacchi sempre più alti e gonne sempre più corte stavano a indicare la persona positiva che stava diventando.Debbie Frank, che la consigliava sin dai tempi della separazione, parlò della sua metamorfosi: “Erasempre allegra… un evento davvero unico. Per Diana, di solito la felicità non durava mai più di ungiorno. Non credo che l’avesse mai provata prima di allora La sua vita non era mai stata cosìsoddisfacente. Amava il suo lavoro ed era fiera dei figli.”La Diana che Rita Rogers incontrò nell’agosto del 1997, pochi giorni prima dell’incidente, eramolto più spirituale che mai: “Era radiosa, amava la vita. La sua conversazione era punteggiata dirisate e piena di eccitazione. Per una donna dotata di una visione religiosa, l’aspetto più dolorosodel divorzio era stata la decisione ella regina di cancellare il suo nome dalle preghiere pubbliche.Fino a quel momento, Diana, come tutti gli altri membri della famiglia reale, veniva menzionata neiservizi religiosi della Chiesa d’Inghilterra. In ultimo, tuttavia, quello si rivelò un prezzo che eradisposta a pagare, se comportava un ampliamento delle possibilità che le si presentavano.»Dunque, tacchi sempre più alti e gonne sempre più corte sarebbero, per una donna di trentasei anniche ha divorziato e vuole rifarsi una vita, ma senza rinunciare ai lampi dei fotografi e alle prima pagine dei giornali di cronaca mondana, la prova provata della raggiunta felicità di lei, del suo2
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