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Francesco Lamendola
Il tarantismo, una sfida imbarazzanteai pregiudizi della «scienza positiva»
Athanasius Kircher è stato l’esorcista controriformista della magia naturale?È questa la tesi di Ernesto De Martino (1908-65), l’antropologo che ha studiato l’Italia “magica”,specie nei paesi più isolati del Mezzogiorno e le cui pubblicazioni, fra gli anni Cinquanta e Sessantadel Novecento, hanno avuto un notevole successo di pubblico e di critica.Libri come «Il mondo magico» (Einaudi, 1948) «Sud e magia» (Feltrinelli, 1959), «La terra delrimorso» (Il Saggiatore, 1961), «Magia e civiltà» (Garzanti, 1962), non solo hanno raggiunto unvasto pubblico, ma hanno anche contribuito a impostare i problemi dell’antropologia sotto una lucenuova in ambito accademico, contribuendo a superare alcuni pesanti pregiudizi di matrice positivista che gravavano su di essa e permettendo di accostarsi alle società “magiche” e “arretrate”con una maggiore serenità scientifica, non con la fretta di giudicare ma piuttosto con il desiderio dicomprendere. Nella concezione antropologica di De Martino, che è stata dichiaratamente influenzata dallostoricismo crociano, occupa un posto centrale il concetto di “presenza”, che mostra analogie conquello heideggeriano del “Dasein” (l’esserci, come persone dotate di senso, in un contestoanch’esso dotato di senso). Si tratta della capacità di conservare le memorie e le esperienzenecessarie a porsi in maniera adeguata rispetto ad una certa situazione storica, e di mettersi inrelazione ad essa in modo intenzionale, significativo ed autonomo.Athanasisu Kircher (1602-80) è una singolare figura di studioso del XVII secolo, i cui interessispaziano in quasi tutti i rami dello scibile umano: dalla linguistica alla filosofia, dalla storia allescienze naturali (specialmente geologia, paleontologia e magnetismo), dall’archeologia alla magia;gesuita tedesco vissuto nella Roma dell’età barocca, considerato uno dei massimi esperti a livellomondiale in ciascuno dei campi da lui coltivati, amico e corrispondente di eminenti personalità dellacultura internazionale e autore di una mole sconfinata di libri, che potrebbero riempire una intera biblioteca.Già ai suoi tempi, peraltro, Kircher fu oggetto di valutazioni assai controverse; infatti ebbe, accantoagli estimatori (fra i quali figurano grossi calibri come il filosofo Leibniz), anche degli sprezzantidetrattori: Cartesio, per esempio, lo considerava più un ciarlatano che un sapiente; ed EvangelistaTorricelli, a proposito di un libro del gesuita tedesco sul magnetismo terrestre, «Magnes sive de artemagnetica opus tripartitum» (Roma, 1641 e 1654; Colonia, 1643), afferma di averne riso per un pezzo insieme ai suoi amici.Più in particolare, Kircher aveva sostenuto, contro il meccanicismo cartesiano (e anticipando, per certi versi, se ci è lecito questo accostamento, il pensiero scientifico di Goethe), che esistono innatura delle “virtù” e delle “attrazioni”, tra le quali ultime vi è il magnetismo terrestre; e che, graziea queste forze occulte, ma nondimeno reali, una determinata partitura musicale può agireefficacemente contro il veleno della tarantola.Cartesio e Torricelli avrebbero avuto un po’ meno da ridere se fossero giunti a vedere l’attuazione,ai nostri tempi, delle varie forme di musicoterapia; e, più in generale, se avessero assistito allacritica delle loro concezioni meccanicistiche da parte della stessa fisica più avanzata, particolarmente quella delle particelle sub-atomiche o quantistica.Ma torniamo alle tarantole, ai tarantolati e al potere terapeutico della musica.Tre secoli dopo le affermazioni del dotto gesuita, uno storico italiano delle religioni, discepolo diRodolfo Omodeo e con forti interessi sia filosofici, sia musicologici (cosa che lo accomuna a padre1
 
Kircher), scopre l’universo “magico” delle società rurali dell’Italia meridionale e viene a contattocon le ipotesi del suo eccentrico predecessore.Essendo stato egli stesso attratto dal fenomeno del tarantismo, che nessuna scienza “positiva” eramai riuscita a spiegare in maniera soddisfacente, pur trattandosi di una realtà attestata da tempiimmemorabili, De Martino si sente spinto a confrontarsi con le ipotesi terapeutiche formulate dallostudioso tedesco tanto tempo prima.Kircher aveva sostenuto che la musica può essere utilizzata come antidoto contro il morso velenosodella tarantola; e questa intuizione terapeutica non ortodossa ha subito richiamato l’attenzionedell’antropologo italiano, che, nel corso delle sue ricerche “sul campo” nei villaggi del Meridione,si è imbattuto nel fenomeno del tarantismo.Infatti, ne «La terra del rimorso», De Martino ha studiato l’effetto della musica sui tarantolati, ossiaquelle persone che cadono in preda ad una sorta di convulsione isterica, accostabile - per certiaspetti - all’epilessia, e che sarebbe provocata in loro dal veleno di due ragni, la tarantola («Lycosatarantula») e la malmignatta («Latrodectus tredecimguttatus»).In verità, si trattava quasi sempre di giovani donne nubili (psicanalisti, sbizzarritevi) che, durante ilavori agricoli, venivano morse e cadevano in convulsioni; e che poi, con buona pace di EvangelistaTorricelli, ritrovavano la guarigione proprio grazie alle antichissime “terapie” popolari, basate su unuso appropriato di musiche e canti corali.Vi sono pochi dubbi che il tarantismo sia la manifestazione di un malessere interiore; sta però difatto che nessuna scuola antropologica ha mai saputo interpretarlo in maniera soddisfacente, almeno prima degli studi di Ernesto De Martino, a causa del pregiudizio professorale che vede in similicose niente altro che l’espressione di una società “barbara” e “ignorante” e che, per curare disturbicome il tarantismo, non saprebbe far di meglio che ricorrere alle meraviglie della psichiatria, della psicanalisi o, magari, dell’elettroshock.Ci siamo già imbattuti in una fenomenologia abbastanza simile, con la differenza che si trattò di unfenomeno collettivo, trattando l’episodio delle cosiddette “indemoniate di Verzegnis”, un paesinodella Carnia che era, all’epoca, piuttosto isolato (cfr. il nostro articolo «Le indemoniate diVerzegnis nel 1877-78: un caso che sfida la “scienza” psichiatrica», apparso sul sito di AriannaEditrice in data 02/04/2008).Athanasius Kircher non era giunto alle sue convinzioni, in materia di musica e tarantismo, inmaniera estemporanea; al contrario, esse fanno parte di un universo concettuale estremamentecoerente e compatto, che potremmo definire olistico.Egli è convinto che il magnetismo non sia un fenomeno solamente terrestre, ma riguardi anche ilSole e le stelle; che il magnetismo del Sole e della Luna eserciti un influsso sulle maree; che le piante possiedano una loro propria forza magnetica; che il magnetismo possa venire utilmenteimpiegato in medicina; che si intrecci con la forza attrattiva dell’immaginazione; che, infine,influenzi sia la musica che l’amore.Secondo Paolo Rossi (in «La nascita della scienza moderna in Europa», Roma, Laterza, 1997, pp.236-37; 242)«…Con Kircher rinasce, in pieno Seicento, nell’età dei trionfi della meccanica, una curiosa,irripetibile combinazione di tradizione magico-alchimistica e di sperimentalismo moderno. Lafigura del mago e quella del tecnico sembrano ancora una volta fondersi insieme. La costruzionedelle macchine serve più a esibire prodigi, a mostrare il meraviglioso che a rafforzare il controlloumano sulla natura. […]È indubbio che, in questo tipo di testi, appare del tutto evidente una utilizzazione del platonismoermetico a fini apologetici. Il programma culturale di Kircher, da questo punto di vista, sembra portare a compimento il progetto di Francesco Patrizi che, alla fine del Cinquecento, aveva invitatoil Pontefice a sostituire l’insegnamento del pagano Aristotele con la filosofia ermetica e platonizzante di Marsilio Ficino. Ci si è chiesti: esiste quella che chiameremmo oggi una “politicaculturale” dell’ordine dei Gesuiti dietro questo tipo di produzione che mescola cose nuove e vecchie2
 
superstizioni, che tende al sensazionale, all’inaudito, a colpire l’immaginazione? Oppure si trattasolo di una manifestazione della mentalità caratteristica del manierismo e della cultura barocca?[…]Proprio De Martino ha saputo formulare, a proposito della fortuna dei testi di Kircher, della grandeseduzione da essi esercitata e della tradizione ermetica ancora vigoreggiante in pieno Seicento, ungiudizio molto acuto: “In Kircher il ponte che aveva mediato il passaggio dalla bassa magiacerimoniale alla baconiana sapienza come potenza serviva ora per compiere l’inverso raccordo colmeraviglioso popolare e plebeo e per giustificare le credenze magiche tradizionali mediante lecategorie mentali della magia naturale. Attraverso Kircher si compie in un certo senso l’esorcismocontroriformistico della magia naturale, il tentativo di fornire una grande sinossi di magia naturaledepurata da ogni fermento pericoloso” (De Martino, “La terra del rimorso”, 1961, p. 244).»Ci sarebbero molte cose da dire su questa pagina di prosa e sui numerosi pregiudizi scientisti che daessa traspaiono.Che cosa vuol dire che in Kircher si realizza «una curiosa, irripetibile combinazione di tradizionemagico-alchimistica e di sperimentalismo moderno», se poi si ammette che il suo programmaculturale è la logica continuazione del neoplatonismo rinascimentale?E che cosa vuol dire mescolare «cose nuove e vecchie superstizioni»: forse che la tradizioneermetica era soltanto una vecchia superstizione, mentre la baconiana «sapienza come potenza» erauna cosa nuova e, dunque - sembra suggerire il Rossi - anche una cosa buona, vera e di per séevidente?Quanto, poi, al sospetto finale, che, cioè, l’opera del Kircher potrebbe rientrare in un disegnocomplessivo dei Gesuiti tendente a riproporre la superstizione, la magia ed il meraviglioso alle plebiche essi volevano ricattolicizzare con qualsiasi mezzo, ci sia consentito di sorriderne.Certo, nessuno negherà che le opere degli scrittori e studiosi gesuiti del ‘600 rechino il riflesso della barocca “poetica della meraviglia”: come è evidente, ad esempio, nella prosa, peraltro superba sottoogni punto di vista, di un Daniello Bartoli o di un Paolo Segneri; ma da qui ad ipotizzare unagigantesca macchinazione per far ricadere l’Europa nelle cosiddette tenebre dell’ignoranzamedievale, il passo è lungo e ce ne corre assai. Non solo: se è vero, come è vero, che la tradizione platonica si riallaccia, per molti aspetti, a quellaermetica; e se è vero, come è vero, che la cultura umanistico-rinascimentale si riallaccia, a sua volta,al platonismo, spesso contrapponendolo, polemicamente, all’aristotelismo: come stupirsi che, nelSeicento, gli echi di quella tradizione fossero ancora ben vivi («vigoreggiassero», per dirla conPaolo Rossi) e, dunque, come stupirsi di quella “rinascita” - che poi rinascita non era - dellatradizione magico-alchimistica, sovente mescolata con aspetti del pensiero scientifico moderno?È esattamente la stessa strada percorsa da giganti del pensiero come Giordano Bruno e TommasoCampanella: anche loro, perciò, sarebbero una singolare mescolanza di cose nuove e di antichesuperstizioni?Quanto al tarantismo, da cui eravamo partiti, si tratta di un fenomeno specifico della culturacontadina meridionale, connotato da una intensa partecipazione collettiva alle vicissitudini deltarantolato e, in particolare, dall’intervento di suonatori di violino, di organetto, di armonica a boccae di tamburello, i quali, suonando la “pizzica”, una musica dal ritmo sfrenato, indicevano il malato auna danza scatenata che poteva durare molto a lungo e che aveva l’effetto di alleviarne i tormenti efavorirne la guarigione.Tutto l’insieme di questa tradizione aveva, pertanto, quasi l’aspetto di un esorcismo musicale, nelsenso che la musica e la danza avrebbero annullato l’effetto del veleno: cosa che può essere dipesadai processi chimici innescati nel sangue da ore ed ore di danza spossante, ma anche dall’influsso psicologico esercitato dalla musica stessa e dalla consapevolezza, da parte del tarantolato, di essereaffidato alle virtù di un rito di guarigione comunitario, antico e di sicura efficacia.Il Cristianesimo tentò di assimilare la tradizione del tarantismo nei propri rituali, sotto la protezionedi San Paolo (che, morsicato da un serpente velenoso nell’isola di Malta, non ne riportò alcun male,3
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