Le istituzioni e la cultura politica dell’Italia del 1915 erano il risultato di un compromesso fra ilParlamento, che contava poco, e alcuni gruppi di pressione i quali contavano, invece, moltissimo(ad esempio, le pubbliche autorità avevano informato Giolitti di non essere in grado di garantire lasua sicurezza contro le violenze degli interventisti); esistevano, quindi, le premesse per unesautoramento del Parlamento stesso da parte di altri poteri, la monarchia in primis, ma anche,eventualmente, di gruppi extra-legali, come lo saranno, negli anni dell’immediato dopoguerra,quelli degli opposti estremismi socialista e fascista.Sta di fatto che la maggioranza degli Italiani, nel 1914-15, era indubbiamente contraria alla guerra, per di più a una guerra offensiva contro le sue ex alleate; e anche la maggioranza del Parlamento loera, come testimoniarono le centinaia di biglietti da visita recapitati a Giolitti dai deputati per sostenerlo nella sua scelta neutralista, durante i giorni convulsi che precedettero le “radiosegiornate” del maggio 1915.Trascinato in guerra da una minoranza aggressiva ma eterogenea, che andava dai liberali moderati,ai nazionalisti, ai democratici come Salvemini, agli irredentisti, ai socialisti moderati comeBissolati, a un socialista massimalista come Mussolini, fino ad alcuni sindacalisti rivoluzionaricome De Ambris e Corridoni (gruppi che avevano motivazioni ed obiettivi totalmente diversi gliuni dagli altri), il Paese e l’esercito, nel complesso, non mostrarono grande entusiasmo fino aCaporetto, quando la guerra si trasformò da offensiva in difensiva e il pericolo incombentedell’invasione creò una concordia nazionale che, prima, non c’era mai stata.Caporetto, appunto: è il momento della svolta, non solo militare, ma anche morale: è il momento a partire dal quale i partiti serrano le file e l’esercito in fuga serra i ranghi, dando prova, sul Grappa esul Piave, di un nuovo spirito di lotta, preludio alla vittoria finale del 1918. Ma, prima di Caporetto,c’era stato un momento in cui sembrava che stesse per ripetersi, in Italia, l’Ottobre bolscevico: in particolare, durante la sommossa di Torino dell’agosto 1917.Poi, dopo lo sfondamento del fronte dell’Isonzo da parte degli Austro-Tedeschi e prima che lanuova linea difensiva si consolidasse dai monti al mare Adriatico, vi erano state le settimane cupe eangosciose del novembre e del dicembre, le giornate della battaglia d’arresto, quando pareva chenemmeno il Piave sarebbe riuscito a contenere la marea nemica e che questa sarebbe traboccata finoalla Pianura Padana ed oltre.Passata la grande paura, subito, nel Paese in Parlamento, si era scatenata la polemica sulle causemorali della disfatta dell’ottobre 1917 (quella sulle cause tecniche, demandata ad una appositacommissione d’inchiesta, si sarebbe risolta, a guerra finita, con un verdetto all’italiana, ossia conl’assoluzione e la promozione del maggiore responsabile del disastro: il generale Pietro Badoglio,l’uomo che un quarto di secolo dopo avrebbe firmato la pagina più vergognosa della nostra storianazionale, l’8 settembre 1943).Ansiosi di individuare un responsabile, alcuni giornalisti e uomini politici cominciarono, findall’indomani di Caporetto, a insinuare che esso andava cerato tra le file degli ex neutralisti, i quali,essendo sempre stati contrari alla guerra, avevano fatto in modo di sabotare lo sforzo bellico dellanazione e, agendo sul piano psicologico e morale, erano riusciti a minare la compattezza dellospirito patriottico e a indebolire la volontà combattiva dei soldati. Non solo tra i nazionalisti, ma anche tra i moderati prese piede questa interpretazione dei fatti, adesempio per bocca del liberale Francesco Ruffini che, nel marzo 1918, paragonò Caporetto, in undiscorso tenuto al Parlamento, alla disfatta di Novara del marzo 1849.All’equazione fra Caporetto e Novara rispose fieramente il socialista Umberto Cosmo, insignedantista e docente universitario, con due articoli su «La Stampa» di Torino, sempre nel marzo 1918,sostenendo l’impossibilità di quel paragone, negando ogni responsabilità morale dei neutralisti nellasconfitta e attribuendo quest’ultima, in primo luogo, ad errori da parte degli alti comandi militari(tesi che, in seguito, la maggioranza degli studiosi ha finito per condividere, anche se rimangonoalcuni tenaci difensori del generale Cadorna e della sua strategia delle “spallate”, come lo storicoEmilio Faldella, a mostrare quanto l‘argomento sia controverso e, ancor oggi, non completamenterisolto sul piano del giudizio tecnico).2
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