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Francesco Lamendola
Umberto Cosmo e la polemica del 1918su Caporetto come una seconda Novara
Quando un Paese entra in guerra, coloro che si sono opposti a quella decisione costituisconoautomaticamente dei “nemici interni” o, quanto meno, un fattore di debolezza morale, che potrebbeincrinare la saldezza della nazione ed, eventualmente, essere anche responsabile di un cedimentodelle truppe al fronte?Per rispondere a questa domanda, in primo luogo bisognerebbe distinguere tra guerra difensiva eguerra offensiva; e, nel caso dell’Italia nel 1915, non v’è il minino dubbio che si sia trattato di unaguerra offensiva, per giunta contro le sue ex alleate della Triplice.Ora, è vero che l‘Austria, lanciando l’ultimatum alla Serbia senza minimamente informarne l’Italia(mentre si era consultata, eccome, con la Germania), aveva dato a questa tutte le ragioni per nonintervenire al suo fianco, tanto più che la Triplice era una alleanza difensiva e non offensiva; però,nell’evoluzione dalla neutralità all’intervento contro un ex alleato, ce ne corre, perché il passo èdecisamente lungo.In secondo luogo, bisogna distinguere fra regimi democratici e regimi autoritari. L’Italia del 1915non era ancora una democrazia, ma piuttosto una monarchia parlamentare con elementi didemocrazia in sviluppo: un Paese dove le elezioni erano largamente influenzate dalla corruzione edalla violenza; dove gli scandali politici erano all’ordine del giorno; e dove, nonostante il nuovoorientamento di Giolitti, la forza pubblica tendeva a intervenire con mano pesante nei conflitti dilavoro, anche sparando sui lavoratori,.Sebbene il suffragio universale (maschile) fosse entrato in vigore proprio nel 1912, il peso dellacorona nella vita politica era ancora così grande da consentire a Vittorio Emanuele III di attuare unaspecie di colpo di Stato, allorché rifiutò di accogliere le dimissioni del presidente del ConsiglioSalandra che, insieme al ministro degli Esteri, Orlando, aveva sottoscritto con le potenze dell’Intesail Patto di Londra, venendo poi, però, sconfessato dal Parlamento, che era neutralista a largamaggioranza.Secondo lo Statuto albertino, spettava al re e non al Parlamento dichiarare la guerra; per cui ilrespingimento delle dimissioni di Salandra metteva il Parlamento stesso nel grave dilemma disconfessare il re medesimo, oppure di evitare una crisi costituzionale senza precedenti,uniformandosi alla volontà interventista del governo e del sovrano; e fu questo ciò che avvenne, inun clima di gravissime intimidazioni contro i neutralisti (con D’Annunzio che incitava la folla alinciare «il boia labbrone i cui calcagni di fuggiasco sanno la via di Berlino), ossia il caporiconosciuto dello schieramento neutralista, Giovanni Giolitti.Ora, se in una democrazia compiuta il consenso popolare ad una guerra offensiva è assolutamenteindispensabile, perché diversamente l’esercito e il popolo non ne sopporterebbero i lutti e i sacrifici,specie in una guerra dura e prolungata, in un regime autoritario, come lo erano quello zarista e, inminor misura, quelli austriaco e germanico, vi è bisogno, sì, di un consenso dal basso, ma nonattraverso la mediazione del Parlamento.Abbiamo visto che l’Italia non aveva né un regime pienamente democratico, né un regime del tuttoautoritario (eventualità, quest’ultima, profilatasi per un momento con il generale Pelloux e con la“crisi di fine secolo”, ma subito rientrata), in cui le masse non erano ancora entrare a pieno titolo, senon formalmente, nella vita politica del Paese; tanto è vero che solo a guerra finita nascerà il partitodei cattolici e si svilupperà in modo proporzionato il partito socialista.1
 
Le istituzioni e la cultura politica dell’Italia del 1915 erano il risultato di un compromesso fra ilParlamento, che contava poco, e alcuni gruppi di pressione i quali contavano, invece, moltissimo(ad esempio, le pubbliche autorità avevano informato Giolitti di non essere in grado di garantire lasua sicurezza contro le violenze degli interventisti); esistevano, quindi, le premesse per unesautoramento del Parlamento stesso da parte di altri poteri, la monarchia in primis, ma anche,eventualmente, di gruppi extra-legali, come lo saranno, negli anni dell’immediato dopoguerra,quelli degli opposti estremismi socialista e fascista.Sta di fatto che la maggioranza degli Italiani, nel 1914-15, era indubbiamente contraria alla guerra, per di più a una guerra offensiva contro le sue ex alleate; e anche la maggioranza del Parlamento loera, come testimoniarono le centinaia di biglietti da visita recapitati a Giolitti dai deputati per sostenerlo nella sua scelta neutralista, durante i giorni convulsi che precedettero le “radiosegiornate” del maggio 1915.Trascinato in guerra da una minoranza aggressiva ma eterogenea, che andava dai liberali moderati,ai nazionalisti, ai democratici come Salvemini, agli irredentisti, ai socialisti moderati comeBissolati, a un socialista massimalista come Mussolini, fino ad alcuni sindacalisti rivoluzionaricome De Ambris e Corridoni (gruppi che avevano motivazioni ed obiettivi totalmente diversi gliuni dagli altri), il Paese e l’esercito, nel complesso, non mostrarono grande entusiasmo fino aCaporetto, quando la guerra si trasformò da offensiva in difensiva e il pericolo incombentedell’invasione creò una concordia nazionale che, prima, non c’era mai stata.Caporetto, appunto: è il momento della svolta, non solo militare, ma anche morale: è il momento a partire dal quale i partiti serrano le file e l’esercito in fuga serra i ranghi, dando prova, sul Grappa esul Piave, di un nuovo spirito di lotta, preludio alla vittoria finale del 1918. Ma, prima di Caporetto,c’era stato un momento in cui sembrava che stesse per ripetersi, in Italia, l’Ottobre bolscevico: in particolare, durante la sommossa di Torino dell’agosto 1917.Poi, dopo lo sfondamento del fronte dell’Isonzo da parte degli Austro-Tedeschi e prima che lanuova linea difensiva si consolidasse dai monti al mare Adriatico, vi erano state le settimane cupe eangosciose del novembre e del dicembre, le giornate della battaglia d’arresto, quando pareva chenemmeno il Piave sarebbe riuscito a contenere la marea nemica e che questa sarebbe traboccata finoalla Pianura Padana ed oltre.Passata la grande paura, subito, nel Paese in Parlamento, si era scatenata la polemica sulle causemorali della disfatta dell’ottobre 1917 (quella sulle cause tecniche, demandata ad una appositacommissione d’inchiesta, si sarebbe risolta, a guerra finita, con un verdetto all’italiana, ossia conl’assoluzione e la promozione del maggiore responsabile del disastro: il generale Pietro Badoglio,l’uomo che un quarto di secolo dopo avrebbe firmato la pagina più vergognosa della nostra storianazionale, l’8 settembre 1943).Ansiosi di individuare un responsabile, alcuni giornalisti e uomini politici cominciarono, findall’indomani di Caporetto, a insinuare che esso andava cerato tra le file degli ex neutralisti, i quali,essendo sempre stati contrari alla guerra, avevano fatto in modo di sabotare lo sforzo bellico dellanazione e, agendo sul piano psicologico e morale, erano riusciti a minare la compattezza dellospirito patriottico e a indebolire la volontà combattiva dei soldati. Non solo tra i nazionalisti, ma anche tra i moderati prese piede questa interpretazione dei fatti, adesempio per bocca del liberale Francesco Ruffini che, nel marzo 1918, paragonò Caporetto, in undiscorso tenuto al Parlamento, alla disfatta di Novara del marzo 1849.All’equazione fra Caporetto e Novara rispose fieramente il socialista Umberto Cosmo, insignedantista e docente universitario, con due articoli su «La Stampa» di Torino, sempre nel marzo 1918,sostenendo l’impossibilità di quel paragone, negando ogni responsabilità morale dei neutralisti nellasconfitta e attribuendo quest’ultima, in primo luogo, ad errori da parte degli alti comandi militari(tesi che, in seguito, la maggioranza degli studiosi ha finito per condividere, anche se rimangonoalcuni tenaci difensori del generale Cadorna e della sua strategia delle “spallate”, come lo storicoEmilio Faldella, a mostrare quanto l‘argomento sia controverso e, ancor oggi, non completamenterisolto sul piano del giudizio tecnico).2
 
A quel punto un collega di Cosmo nella Università di Torino, Vittorio Cian, storico della letteraturae membro dell’Accademia delle Scienze, lo accusò di disfattismo e lo denunciò sia alla magistraturache al Provveditorato agli Studi.Cian era stato membro fondatore, nel 1910, del Partito nazionalista; ed è difficile dire se vi fossero,oltre alle ragioni di grave dissenso politico, anche delle antipatie e delle rivalità di carattere personale nello scontro fra i due professori: entrambi studiosi della letteratura italiana, entrambidocenti all’Università d Torino, entrambi veneti e quasi conterranei (nativo di Vittorio Veneto ilCosmo, di San Donà di Piave il secondo; ma laureato a Padova il primo, a Torino il secondo); e,comunque, la cosa esula dal significato profondo dell’episodio.Cosmo, che fu difeso da Benedetto Croce e dal giovane Antonio Gramsci (che era stato suo allievoall’università), uscì assolto dal procedimento penale, mentre ebbe tre mesi di sospensione dallostipendio da parte del Provveditorato agli Studi.Al di là dell’esito contingente di questa vicenda, rimane il suo valore esemplare come cartina altornasole dei malesseri che la nazione, portata in guerra nel modo che abbiamo detto, continuò avivere tra coloro che avevano fortemente voluto l’intervento e quanti vi si erano opposti; e, più ingenerale, come occasione per riflettere su quali dinamiche vengano a crearsi allorché una parteconsistente di una nazione, e specialmente della sua intellighenzia, abbiano avversato la guerra e, poi, l’abbiano subita malvolentieri.Scrive Pier Paolo Brescacin nella sua monografia «Umberto Cosmo e la pratica della libertà»(Vittorio Veneto, 1991, pp.60-63):«Di fronte a tale campagna di denigrazione, Cosmo sentì la necessità di uscire dalla contemplazionee dal silenzio in cui volontariamente s’era confinato.Finché la teoria era rimasta confinata a livello di Parlamento, Cosmo non aveva sentito la necessitàdi replicare. “Non ci eravamo costituiti in tribunale di accusa contro alcuno, e non bisognavaturbare il raccoglimento e la preparazione del paese alla sua prova suprema.”(U. Cosmo,“Memoriale di Autodifesa”, p. 6). Ma quando abilmente orchestrata dai nazionalisti cominciò adilagare sui giornali, nelle discussioni pubbliche, “e Novara diventò , a chi la brandiva, un’arma per colpire i propri avversari politici” (ibidem), Cosmo ruppe gli indugi, e spezzò anch’egli una lancia per il bistrattato partito del neutralismo.“Intendere la storia per certe ore - dice - non basta: bisogna cooperare a farla” (p. 7). “Urgevasnidare dagli animi quelle persuasioni pervertitrici, dissipare quei misteri svigoriti, dire al paese una parola di verità e concretezza”. E soprattutto spiegare perché “quei soldati che avevano gettato learmi ed eran poi fuggiti, erano pure quegli stessi che ora sul Piave, disorganizzati, senza munizioni,senza armi, compivano miracoli di valore e stupivano il mondo con l’incredibile umanità delle proprie gesta” (“La Stampa”, 7 marzo 1918). “I soldati non sollevano [infatti] l’animo alla vittoriaquando s’insinua nel loro sangue il veleno della diffidenza verso i compagni pronti a gettareturpemente le armi al primo assalto nemico. Non [muoiono] al proprio posto solo perché laconsegna è di morire, quando dopo tante sofferenze durate, tanti eroismi compiuti, si è rappresentatiai propri concittadini come dei fuggiti. Non si avanza contro il nemico, non si regge al suo assaltoquando l’anima impallidisce” (“Memoriale di autodifesa”, pp. 6-7).Ed è i questo stato d’animo e con questo intendimento che Cosmo inizia la sua collaborazione con“La Stampa” di Torino del Frassati, di ispirazione giolittiana, uno dei pochi giornali rigorosamenteneutralisti sin dagli inizi, che non solo appoggerà in pieno, anzi farà sua la battaglia portata avantidal Cosmo.Il suo esordio giornalistico su “La Stampa” avvenne appunto con due articoli all’insegna dellaconfutazione delle tesi avanzate dal Ruffini: “Come ci avviammo a Novara” e “La fatal Novara”, pubblicati rispettivamente il 16 e il 17 marzo 1918.Documenti storici alla mano, Cosmo smonta pezzo per pezzo, portando fatti e ragioni, l’equazioneneutralismo = sconfitta. Iniziando da dove avevano cominciato i detrattori, cioè da Novara.3
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