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Francesco Lamendola
Eppure uomo e donna si ritroveranno,resi migliori dalle lunghe incomprensioni
Mai, come in quest’epoca, uomo e donna sono stati lontani l’uno dall’altra; mai avevano vissutouna tale disarmonia, una tale incomunicabilità, perfino una tale indifferenza reciproca.Questi nostri anni della tarda modernità passeranno alla storia come quelli del grande gelo, dellagrande distanza, della voragine che si è aperta fra l’uomo e la donna, così come, nella storia di unasingola coppia, vi è, quasi sempre, un periodo di profonda incomprensione, addirittura di reciprocainsofferenza, che né l’uno né l’altra ricordano mai volentieri, consapevoli di aver dato fondo, nelcorso di esso, alla loro parte peggiore, quella più egoista e meschina. Non c’è da andare fieri di ciò che sono divenuti, ultimamente, l’uomo e la donna, l’uno per l’altra: èuna fase storica che verrà ricordata con imbarazzo, con vergogna, anche se probabilmente eranecessaria, affinché entrambi potessero riscoprire la bellezza di ciò che ciascuno di essi costituisce per l’altro.La donna, pervasa da indefinibili inquietudini, bruciata da desideri ardenti ma confusi e velleitari,ha voluto imporre alla società una sorta di nuovo matriarcato, imitando dall’uomo, e peggiorandoli,i suoi peggiori difetti: il carrierismo, la boria, il pragmatismo esasperato; e l’uomo, confuso espiazzato, ha smarrito la sua identità e si è ridotto a scimmiottare la donna nei suoi aspetti menoesaltanti: la fatuità, il narcisismo, la civetteria sfrontata e banale.Hanno rinunciato alla loro parte più vera e si sono abbassati da se stessi a recitare una partemediocre, come in un pessimo film con attori di terz’ordine; fuori ruolo l’uno e l’altra, leigrottescamente mascolinizzata, lui penosamente effeminato.Invece di mettere insieme le loro forze per costruire un progetto di vita, per fare figli e crescerli conamore e buoni esempi, si son messi a litigare continuamente, a farsi i dispetti, a denigrarsi, asminuirsi l’uno con l’altra, spesso proprio davanti ai figli.Si sono messi a correre dietro a tutte le mode più corrive, a inseguire sempre nuovi bisogniartificiali; a tradire, con sempre più ottusa convinzione, la loro autentica vocazione, la loro naturalespinta a crescere, a realizzarsi, a collaborare lealmente l’uno con l’altra; hanno inseguito sempre esolo il loro piacere e i loro presunti diritti, senza rivolgersi mai ad una istanza superiore, capace didare scopi e significato al cammino che hanno deciso di percorrere insieme.Si sono rimpallati a lungo le responsabilità, le menzogne travestite da mezze verità, le infedeltàverso se stessi spacciate per chissà quali percorsi alternativi, per chissà mai quali nuove e mai visteforme di libertà e di realizzazione personale.Hanno disimparato a dire «noi» e «nostro», sanno ormai soltanto dire «io» e «mio»: «il mioorgasmo»; «il mio conto in banca»; «le mie ferie».Si sono fatti tutto il male possibile: affettivo, psicologico, morale; si sono spinti l’un l’altro lungostrade che non portano da nessuna parte, hanno fatto a gara nel darsi cattivi esempi e nel darli ancheai loro figli. Non hanno lasciato nulla d’intentato per infliggersi reciprocamente il massimo danno possibile: ilricatto, le querele, la lingua che taglia e ferisce più della lama di un coltello; come nemiciirriducibili, si sono mandati citazioni per mezzo di avvocati, hanno cercato di sfruttarsifinanziariamente dopo la separazione o il divorzio, hanno provato in ogni modo a rendersi amaral’esistenza, con minacce, con violenze, con calunnie incessanti.1
 
La donna, in particolare, ha vissuto la dissoluzione del legame stabile di coppia come una specie divittoria matriarcale sul bieco e reazionario predominio maschilista: tanto è vero che, in certiambienti borghesi medio-alti e soprattutto in certi ambienti intellettuali radical-chic, lo status delladonna separata o divorziata è percepito come di molto superiore a quello della donna sposata emadre di famiglia.Cioè: prima si è single di vent’anni; poi, trentenni conviventi; infine quarantenni o cinquantennilibere e liberate, senza più figli e mariti rompiscatole tra i piedi: finalmente in condizione di dare lascalata al successo sociale, a trionfare nei salotti della buona società, a viaggiare per diffondereovunque la Buona Novella del neofemminismo spicciolo e rampante.In tali ambienti, la donna con marito e figli è compatita, guardata con un misto di pietà edisapprovazione, come dire: che aspetta costei a liberarsi; così come si sarebbe potuto dire, trenta oquarant’anni fa: che aspetta costei a fare la patente?; oppure, quindici o venti anni fa: che aspettacostei ad imparare l’uso del computer? Non lo sa che viviamo nell’era delle magnifiche sorti e progressive e che, se qualcuna brancola ancora nelle tenebre della sudditanza al maschio padrone,deve solo ringraziare se stessa, la propria ignoranza ed ignavia, la propria deplorevole mancanza diautostima?L’uomo, da parte sua, non sta certo facendo una figura brillante: più preoccupato della propriamessa in piega che della propria compagna di vita; più sollecito dei propri addominali che dei proprifigli, somiglia sempre più a un bambolotto di plastica, palestrato e tirato a lucido, ma terribilmentevuoto e irrimediabilmente fasullo.L’uomo e la donna, dunque, si sono cacciati veramente in un vicolo cieco, dal quale non sanno piùcome fare ad uscire.Hanno toccato il fondo; non si può proseguire oltre in questa direzione: adesso è arrivato il tempo diricominciare, di ricostruire, di ripartire.Dopo tanto distruggere, è venuta l’ora di rimboccarsi le maniche e ristabilire un minimo dichiarezza, di dialogo, di collaborazione, premessa alla riscoperta di un legame reciproco ben più profondo, senza il quale l’uno e l’altra non sono che due esseri mutili e frustrati - un legame chetanto, tanto tempo fa, certi poeti - inguaribilmente malati di romanticismo - solevano chiamare:amore.Basta con il vantarsi di essere degli impareggiabili picconatori, dei demolitori a trecentosessantagradi; è giunto il tempo di rientrare in se stessi, di ritrovare la propria identità, di tornare a prendersicura dei propri figli: che non significa, ovviamente esaudire ogni loro capriccio e magari addirittura prevenirlo, ma offrire ad essi dei solidi punti di riferimento, degli esempi fattivi e, prima di tutto,una volontà ed una possibilità di autentico dialogo.Forse le giovani mamme dovranno rinunciare ad andare tutti i sabati dalla parrucchiera e, forse, igiovani e meno giovani padri dovranno rinunciare a scendere al bar ogni sera che Dio manda, per la partita a carte o al biliardo con gli amici.Forse le une e gli altri dovranno capire che fare shopping o allenarsi a tennis e fare le vasche in piscina è meno importante che trovare il tempo per seguire i propri figli più da vicino, parlare conloro, ascoltarli, incoraggiarli, sostenerli.In ogni caso, l’uomo e la donna devono ritrovare il proprio ruolo naturale: la bellezza e lacomplementarità del virile e del femminile; la poesia e la commovente ricerca l’uno dell’altra, perché, da soli, sono entrambi ben poca cosa.Questo non significa che essi devono giocare alla commedia di Tarzan e Jane: la virilità noncoincide con il machismo, anzi, in un certo senso ne è l’esatto contrario, la profonda negazione:l’uomo scimmia, brutale e senza un briciolo di tenerezza, non è la quintessenza del vero maschio,ma solo la sua grottesca, pietosa caricatura.Allo stesso modo, la vera femminilità non ha molto a che fare con le labbra siliconate e cariche dirossetto, con la sesta misura di reggiseno ottenuta artificialmente, con le gambe accavallate al disopra di minigonne vertiginosamente corte, tanto da lasciar vedere le mutandine o, magari,l’assenza delle mutandine.2
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