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Francesco Lamendola
Che cosa ha da dire la modernitàall’uomo sempre più solo e disperato?
 Nel suo romanzo «Fuoco fatuo» («Le feu follet»), del 1931, Piere Drieu La Rochelle si è ispirato adun fatto realmente accaduto due anni prima: il suicidio dell’amico e scrittore surrealista JacquesRigaut; in esso vengono narrate le ultime ore di vita di un aspirante suicida, Alain, distrutto dalladroga, dall’alcool e dal vuoto esistenziale.Il regista Louis Malle ha trasposto il romanzo sullo schermo cinematografico con un film dallostesso titolo, girato nel 1963 e interpretato da un efficace Maurice Ronet, più che mai calato nella parte del dandy senza alcuna speranza, e dalla sempre brava Jeanne Moreau.Sia il libro che il film si segnalano per la sobria, potente intensità drammatica della vicenda e per idialogo secchi, disadorni, umanissimi e pur commoventi, proprio perché non concedono nulla aifacili effetti drammatici e non salgono mai sopra le righe; tanto che alcuni critici vi ravvisano una piccola perla dello scrittore francese prematuramente scomparso (lui pure suicida, nel 1945) e delregista che, pure, firmerà altri film notevoli e più famosi.La disperazione, dunque, è al centro del dramma di «Fuoco fatuo»: una disperazione che deriva dalsenso di estraneità, di inutilità, di radicale scollamento fra il protagonista, Alain, e la sua stessa vitae dalla palese impossibilità di rimetterne insieme i cocci, di rientrare nella sua pelle: unica possibilità, peraltro impraticabile, che il mondo sembra offrirgli in alternativa alla decisione di por fine volontariamente ai suoi giorni.Quella di Alain, sonnambulo lucido per le strade di Parigi, alla ricerca di una introvabile ragione per continuare a vivere, è una storia esemplare della condizione dell’uomo moderno; una storia, a suomodo, terribilmente, ferocemente semplice.La malattia sottile e poco visibile, ma micidiale, della disperazione s’insinua come una serpe sottola corazza, apparentemente così forte ed efficiente, dell’uomo moderno e lo morde al cuore, senzalasciargli alcuna possibilità di scampo.Sempre più solo e disperato: tale è la condizione dell’uomo moderno; un uomo impreparato davantiai distacchi, alle malattie, alla morte; un uomo che non riesce più a trovare la forza per difendersidai ritmi spietati e dalle logiche impersonali della società consumista.L’altro giorno un operaio di cinquantatre anni rimasto senza lavoro, in un paese a poche decine dichilometri da qui, ha sparato alla madre ottantacinquenne e poi si è tolto la vita, con lo stesso fucilecol quale aveva compiuto il delitto: dopo due tentativi sventati da un cugino, al terzo ci è riuscito,appoggiandosi la canna dell’arma sotto il mento.Un fatto di cronaca nera come ne accadono sempre più spesso, agghiacciante nella sua spogliaevidenza, disumano nella sua lucida follia; un fatto che ci interroga a fondo, che ci costringe ariflettere, a chiederci dove stiamo andando, che razza di società abbiamo costruito: se a misuranostra o a misura di un’economia disumana, che, alla fine, avvantaggia pochissimi e spinge nel baratro della disperazione i più.La disperazione, peraltro, non ha solo radici economiche: le nuove povertà che avanzano, lo spettrodella disoccupazione e dell’impossibilità di sbarcare il lunario, sono solo uno dei modi in cui simanifesta l’estrema fragilità dell’uomo moderno: fragilità complessiva, psicologica e spirituale, cheinvano i medici e gli psichiatri combattono a colpi di ansiolitici e di terapie antidepressive, perchéquando uno si ammala è già tardi, troppo tardi e il suo equilibrio interiore era già andato in pezzi dachissà quanto tempo.1
 
La società in cui viviamo è, nel suo complesso e nella sua essenza, depressiva: è una società in cuinon ci sentiamo più a casa nostra, in cui non troviamo più punti di riferimento, certezze alle qualiappoggiarci, né elementi di consolazione o di speranza: un grande buco nero che ingoia tutto e cilascia svuotati, esauriti, angosciati.Persone particolarmente fragili ne sono sempre esistite; ma oggi la fragilità sta dilagando a macchiad’olio, sta diventando una caratteristica comune dell’uomo in quanto tale: un ragazzo si toglie lavita per un rimprovero o per una bocciatura; una persona adulta, magari ancora giovane, cadeimprovvisamente nella depressione e non sa perché, si trova come in fondo a un pozzo nero e nonvede il modo di risalire, né comprende come vi sia caduta.Tutto ci spaventa, tutto ci appare incerto, problematico, difficile; perfino ciò che dovrebbe esseremotivo di gioia si trasforma in ansia, in stress, in nevrosi: le vacanze diventano un incubo; il sabatoserra diventa l’arena delle nostre infinte frustrazioni, dove ci si abbrutisce con l’alcool e la droga; perfino l’amore ci spaventa, i legami ci terrorizzano.E nessuno ha una parola buona per noi, per la nostra solitudine, per la nostra disperazione:dovunque volgiamo lo sguardo nel panorama letterario e filosofico della modernità, non vediamoche sorrisi beffardi, profeti del nulla, maestri del paradosso: tutti d’accordo nel negare il liberoarbitrio, anzi perfino l’unità dell’io; tutti ugualmente impegnati a distruggere, a irridere, a insinuareil morso del sospetto e tutti ugualmente privi di pietà e di compassione.Freud con il suo inconscio, in base al quale la nostra vita viene determinata da esperienze infantilidelle quali non conserviamo neppure il ricordo; Proust con le sue intermittenze del cuore, secondole quali Marcel oggi ama Albertine, domani non l’ama più, dopodomani l’amerà ancora, ogni voltacome se lui fosse un soggetto diverso; Pirandello con il suo uno, nessuno e centomila, con i suoi personaggi che si abbandonano a mille stranezze e incomprensibili beffe, fino a punto di uccidere etradire «non si sa come», così, perché in un certo istante sono afferrati da una forza più grande diloro, senza una ragione precisa: sono tutti concordi nel rappresentare una condizione umanaalienata, deresponsabilizzata, surreale.Ma a partire da quando siamo diventati così?I nostri padri, i nostri nonni, non erano così: e questo non è passatismo, è pura e sempliceconstatazione d’un fatto.I nostri padri e le nostre madri non si ammalavano di depressione: conoscevano momenti distanchezza, questo sì, magari anche di profonda pena e scoraggiamento; ma non andavano dalmedico e tanto meno dallo psichiatra: chiedevano aiuto a Dio ed agli amici e pian piano, con faticama vittoriosamente, si rimettevano in piedi.Che sia proprio questo il segreto: il tramonto di Dio e la scomparsa degli amici, dell’autenticadimensione dell’amicizia?È per questo che un uomo o una donna, oggi, quando cadono in preda all’angoscia, è comescoprissero di essere rimasti soli e indifesi in una landa popolata soltanto da lupi e altre bestieferoci, senza un’anima alla quale rivolgersi per ricevere soccorso, senza un consiglio da chiedere euna parola buona da ricevere, se non medicinali fabbricati in serie e dubbie terapie psichiatriche a pagamento?Al danno, anzi, si aggiunge la beffa: perché gli unici a farsi avanti prontamente, quando le ondenere della disperazione vengono a lambire la nostra coscienza, sono una folla di avvoltoi e disciacalli, ben decisi a banchettare a nostre spese: falsi guru e santoni, agenti di sette oscure chegarantiscono mirabolanti risultati e intanto chiedono il libretto degli assegni, pazzoidi seguaci distrani culti e, talvolta, autentici soggetti da manicomio, dai quali nessuna guarigione sarà mai possibile ma, semmai, un ulteriore aggravamento del male.Il conforto dell’altro sesso, poi: è da tempo che sembra svanito, l’uomo e la donna riescono solo aferirsi, a farsi del male, a darsi l’un l’altra il peggio di cui sono capaci; ciò che li fa sentire ancora più soli, ancora più miseri, ancora più disperati.Così le donne di Alain: sono parecchie, ma nessuna che significhi qualcosa per lui; in tutte egli noncerca altro che la sicurezza economica, per seguitare in una vita oziosa e dissoluta.2
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