• Embed Doc
  • Readcast
  • Collections
  • CommentGo Back
Download
 
Francesco Lamendola
Vivere la vita senza sentirsi vivi: tale èl’insicurezza ontologica dell’io «moderno»
Se si confronta la psicologia di Renzo Tramaglino con quella di Mattia Pascal, oppure la psicologiadi Lucia Mondella con quella di Adrienne Mesurat, una cosa balza all’occhio: nel corso di neppurecento anni vi è stata una radicale rivoluzione dell’io, o piuttosto una sua radicale dissoluzione; e, al posto della sicurezza ontologica primaria, è subentrata la più totale insicurezza.Pur in mezzo a prove e difficoltà, Renzo e Lucia non dimenticano mai chi sono; sanno quel chevogliono e, più o meno, sanno in che modo desiderano realizzarlo: non dissimili, in questo, dai personaggi di Dante, Shakespeare, Goethe.A partire dalla fine del XIX secolo, il paesaggio dell’anima è completamente cambiato, come se unaimmane devastazione si fosse abbattuta sulla Terra: tanto che, potendo viaggiare in avanti con lamacchina del tempo, anche solo di pochi decenni, gli uomini dei primi dell’800 dubiterebbero ditrovarsi effettivamente sullo stesso pianeta e in mezzo alla medesima umanità che credevano diconoscere da sempre e per sempre.Essere vivi, senza averne la certezza: tale, secondo l’efficace definizione di Ronald Laing, lacondizione tipica dell’io dell’uomo moderno, caratterizzata da una insicurezza ontologica primaria;laddove, prima, esisteva, bene o male, una fondamentale sicurezza di sé, tanto nell’uomo e nelladonna comuni, quanto nell’artista, nello scienziato, nel pensatore.Tutti i personaggi letterari del Novecento sono caratterizzati, chi più e chi meno, da questadebolezza fondamentale, da questa insicurezza ontologica riguardo al proprio io: essi non sanno bene chi sono e cosa vogliono, cosa si aspettano dalla vita, quale posto nel mondo ritengono didover occupare.Sono simili a degli ospiti non invitati che si aggirano inquieti e timorosi, sempre fuori posto, sempreincerti e nevrotici, come se qualcuno o qualcosa potesse venire a scacciarli via da un momentoall’altro, senza un perché, sulla base di una sentenza incomprensibile ma che essi, tuttavia, in fondoalla propria anima, riconoscono essere “giusta”.Del resto, non è così che si comporta il Signor K., il protagonista del romanzo più famoso di Kafka,«Il Processo»? Quando due strani individui gli notificano un mandato di comparizione in tribunale,affermando che un processo è stato avviato a suo carico, egli reagisce in maniera contraddittoria,ora ostentando una sprezzante ironia, ora lasciandosi prendere dall’angoscia e andandoaffannosamente in cerca di un avvocato che lo possa difendere nel modo migliore; tuttavia non famai la sola cosa che verrebbe naturale pensare che faccia, ossia cercare di informarsi sulla esattanatura dell’imputazione che gli è stata rivolta.È come se, nella parte più profonda di sé, egli sapesse di “meritare” quel processo e fors’anchequella condanna; o, quanto meno, come se egli se la fosse sempre aspettata, come se l’avessesempre considerata una possibilità reale, magari perfino probabile, in base ad una legge sconosciutama, insomma, in qualche maniera “giusta”.Ed è un po’ lo stesso atteggiamento che Gregor Samsa adotta, nel racconto «La metamorfosi»,allorché si rende conto di essere diventato un enorme, ripugnante, bavoso scarafaggio e che gli altrinon potranno mai più vederlo per quello che era, ma solo e unicamente per quello che è diventato,incomprensibilmente e tuttavia inevitabilmente: nessun sentimento di ribellione, ma solo unadolente, accorata presa d’atto di una realtà contro cui sarebbe impensabile lottare.1
 
 Non c’è mai ribellione, nel mondo di Kafka, per la buona ragione che in nessuno dei personaggi chelo popolano vi è un elemento di certezza in fondo al proprio “io”, di una certezza capace di segnarela direzione da prendere, come l’ago della bussola indica la rotta ai naviganti, anche nelle peggioritempeste nelle quali possono incappare.Anche i personaggi apparentemente più dinamici e avventurosi, come il Lord Jim dell’omonimoromanzo di Conrad, sono colpiti dalla sindrome della insicurezza ontologica primaria: da uominivigorosi e sicuri di sé, quali credevano di essere, eccoli trasformati, di colpo e per sempre, in mezziuomini deboli e vili, costretti a portarsi dietro, per tutto il resto della loro vita, la vergogna della propria debolezza e la disperata aspirazione a un improbabile riscatto.La loro insicurezza ontologica si spinge fino al dubbio riguardo alla propria identità culturale,sociale e perfino sessuale: valga per tutti il protagonista, o piuttosto la protagonista, del romanzo«Orlando» di Virginia Wololf, che da uomo diventa donna “non si sa come”; la trasformazioneavviene e basta, il lettore deve solo prenderne atto.È significativo il fatto che possedere un io diviso, nevrotico, costantemente minacciato didissoluzione, rende più acutamente consapevoli del problema del male; tanto che il lettore moderno,i cui gusti sono ormai divenuti del tutto conformi a quelli degli autori contemporanei, non solo nontroverebbe “credibile” né interessante un personaggio dotato di una forte sicurezza ontologica primaria, ma non lo troverebbe, forse, neppure “etico”, nel senso che gli apparirebbe scarsamenteconsapevole della gravità e dell’intensità del problema del male.E questo perché, almeno a partire da «Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde» di Robert LouisStevenson, sembra che solo un io diviso, lacerato, frammentato, possa cogliere adeguatamente il problema del bene e del male, ma soprattutto del male in tutta la sua pregnanza, proprio a causadella sua sensibilità esasperata e della sua estrema ricettività; mentre i drammi di Shakespeare, adesempio, hanno per noi moderni un qualcosa di schematico, di grossolano, di poco approfondito,appunto perché rappresentano personaggi a tutto tondo, i quali, nel bene e nel male, non si scordanomai la propria identità e nessuna vicissitudine pubblica o privata riesce a farla smarrire loro o anchesolamente a farli dubitare di sé.Al massimo, come Amleto, si chiedono se sia preferibile essere o non essere, vivere o morire;oppure, come il Calderon de «La vita è sogno», si domandando se, per caso, quella che noicrediamo la realtà vera, altro non sia che una illusione e un gioco dei sensi; però non mettono indubbio il proprio “io”, a meno che impazziscano addirittura, cosa peraltro piuttosto rara: si pensi al«Diario di un pazzo» di Nikolaj Gogol’ che, da miserabile impiegatuccio, si crede diventato il re diSpagna e finisce miseramente al manicomio, con tutti i suoi patetici sogni di grandezza, di potere e,soprattutto, di amore ricambiato.Il lettore moderno, figlio di quella stessa nevrosi e di quella stessa alienazione che ha prodotto ilsignor K. di Kafka, l’Uomo senza Qualità di Musil o l’Inetto di Svevo, rimane ammirato davanti almodo in cui questi personaggi percepiscono l‘esistenza del male nel mondo, mentre trovanofreddino il contegno di Amleto, di Macbeth o di Prospero: per quanto le passioni possano agitarequesti ultimi e perfino travolgerli, essi non perdono mai del tutto il controllo del proprio io, laconsapevolezza di avere un io sano e robusto.Ha osservato il critico letterario Lionel Trilling, nel suo pregevole saggio «The Opposing Self»(Londra, Secker & Warburg1955, citato in R. D. Laing, «L’io diviso. Studio di psichiatriaesistenziale»; titolo originale: «The Divided Self», Londra, Travistock Publications Limited, 1959;traduzione italiana di David Mezzacapa, Torino, Einaudi, 1969, p. 48):«… per Keats la consapevolezza del male esiste accanto a un senso fortissimo di identità personale,e per questo motivo è meno immediatamente apparente, ad alcuni lettori contemporanei potràsembrare, per lo stesso motivo, anche meno intensa. Allo stesso modo può apparire a un lettorecontemporaneo che, se confrontiamo Shakespeare e Kafka trascurando le differenze di statura, econsideriamo entrambi come interpreti della sofferenza e della alienazione cosmica dell’uomo, sial’esposizione di Kafka quella più intensa e completa. E in realtà può anche darsi che si tratti di una2
of 00

Leave a Comment

You must be to leave a comment.
Submit
Characters: ...
You must be to leave a comment.
Submit
Characters: ...