Non c’è mai ribellione, nel mondo di Kafka, per la buona ragione che in nessuno dei personaggi chelo popolano vi è un elemento di certezza in fondo al proprio “io”, di una certezza capace di segnarela direzione da prendere, come l’ago della bussola indica la rotta ai naviganti, anche nelle peggioritempeste nelle quali possono incappare.Anche i personaggi apparentemente più dinamici e avventurosi, come il Lord Jim dell’omonimoromanzo di Conrad, sono colpiti dalla sindrome della insicurezza ontologica primaria: da uominivigorosi e sicuri di sé, quali credevano di essere, eccoli trasformati, di colpo e per sempre, in mezziuomini deboli e vili, costretti a portarsi dietro, per tutto il resto della loro vita, la vergogna della propria debolezza e la disperata aspirazione a un improbabile riscatto.La loro insicurezza ontologica si spinge fino al dubbio riguardo alla propria identità culturale,sociale e perfino sessuale: valga per tutti il protagonista, o piuttosto la protagonista, del romanzo«Orlando» di Virginia Wololf, che da uomo diventa donna “non si sa come”; la trasformazioneavviene e basta, il lettore deve solo prenderne atto.È significativo il fatto che possedere un io diviso, nevrotico, costantemente minacciato didissoluzione, rende più acutamente consapevoli del problema del male; tanto che il lettore moderno,i cui gusti sono ormai divenuti del tutto conformi a quelli degli autori contemporanei, non solo nontroverebbe “credibile” né interessante un personaggio dotato di una forte sicurezza ontologica primaria, ma non lo troverebbe, forse, neppure “etico”, nel senso che gli apparirebbe scarsamenteconsapevole della gravità e dell’intensità del problema del male.E questo perché, almeno a partire da «Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde» di Robert LouisStevenson, sembra che solo un io diviso, lacerato, frammentato, possa cogliere adeguatamente il problema del bene e del male, ma soprattutto del male in tutta la sua pregnanza, proprio a causadella sua sensibilità esasperata e della sua estrema ricettività; mentre i drammi di Shakespeare, adesempio, hanno per noi moderni un qualcosa di schematico, di grossolano, di poco approfondito,appunto perché rappresentano personaggi a tutto tondo, i quali, nel bene e nel male, non si scordanomai la propria identità e nessuna vicissitudine pubblica o privata riesce a farla smarrire loro o anchesolamente a farli dubitare di sé.Al massimo, come Amleto, si chiedono se sia preferibile essere o non essere, vivere o morire;oppure, come il Calderon de «La vita è sogno», si domandando se, per caso, quella che noicrediamo la realtà vera, altro non sia che una illusione e un gioco dei sensi; però non mettono indubbio il proprio “io”, a meno che impazziscano addirittura, cosa peraltro piuttosto rara: si pensi al«Diario di un pazzo» di Nikolaj Gogol’ che, da miserabile impiegatuccio, si crede diventato il re diSpagna e finisce miseramente al manicomio, con tutti i suoi patetici sogni di grandezza, di potere e,soprattutto, di amore ricambiato.Il lettore moderno, figlio di quella stessa nevrosi e di quella stessa alienazione che ha prodotto ilsignor K. di Kafka, l’Uomo senza Qualità di Musil o l’Inetto di Svevo, rimane ammirato davanti almodo in cui questi personaggi percepiscono l‘esistenza del male nel mondo, mentre trovanofreddino il contegno di Amleto, di Macbeth o di Prospero: per quanto le passioni possano agitarequesti ultimi e perfino travolgerli, essi non perdono mai del tutto il controllo del proprio io, laconsapevolezza di avere un io sano e robusto.Ha osservato il critico letterario Lionel Trilling, nel suo pregevole saggio «The Opposing Self»(Londra, Secker & Warburg1955, citato in R. D. Laing, «L’io diviso. Studio di psichiatriaesistenziale»; titolo originale: «The Divided Self», Londra, Travistock Publications Limited, 1959;traduzione italiana di David Mezzacapa, Torino, Einaudi, 1969, p. 48):«… per Keats la consapevolezza del male esiste accanto a un senso fortissimo di identità personale,e per questo motivo è meno immediatamente apparente, ad alcuni lettori contemporanei potràsembrare, per lo stesso motivo, anche meno intensa. Allo stesso modo può apparire a un lettorecontemporaneo che, se confrontiamo Shakespeare e Kafka trascurando le differenze di statura, econsideriamo entrambi come interpreti della sofferenza e della alienazione cosmica dell’uomo, sial’esposizione di Kafka quella più intensa e completa. E in realtà può anche darsi che si tratti di una2
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