L'educazione è pace
Antonio Vigilante
Chi legge e studia gli scritti di Gandhi, di Capitini, di don Milani – dei maestri dellanonviolenza che sono stati anche grandi educatori – non mancherà di osservare che in loromanca quella che oggi si chiama
educazione alla pace
. Non che manchi, naturalmente, laconsapevolezza della importanza della educazione per la creazione di una civiltà pacifica,che è anzi il centro stesso della loro riflessione pedagogica; manca invece un percorsospecifico all'interno della più ampia impresa educativa. In altri termini, l'educazione allapace è l'educazione
tout court
. Solo educando, vale a dire lavorando e lottando perché lepersone possano sviluppare pienamente, liberamente, senza paura sé stessi, si superano la violenza, il dominio, la guerra. L'educazione
alla
pace è una educazione settoriale, siaffianca alla educazione alle democrazia, alla legalità, alla affettività eccetera, come se sitrattasse di completare con dei dettagli (anche se con dettagli decisivi) il piano formativogenerale. Di più: il rischio è quello di mirare ad adeguare, attraverso l'educazione, un certomodello umano, considerato desiderabile, di pervenire ad una sorta di
personalità pacifica
o
nonviolenta
. Una tale progetto pedagogico, che sulle prime appare assolutamentecondivisibile, è in realtà viziato alla radice da una impostazione violenta, poiché c'è violenza ogni volta che si cerca di plasmare il libero divenire di un essere umano secondoun modello prestabilito.Non si rifletterà mai abbastanza sul rapporto tra educazione e violenza. Non mi riferiscoalla violenza più evidente, quella fisica, che pure è stata massicciamente presente nelleistituzioni educative, e non è affatto scomparsa dai contesti familiari. Non mi riferisconemmeno alla violenza di concezioni educative oppressive e totalizzanti, quali quelledocumentate (e denunciate) da Alice Miller. Mi riferisco alla violenza sempre in agguatonel pensare, nel tentare la prassi educativa, anche quando questo pensare, questo tentaresono mossi dalle migliori intenzioni.Leggiamo Rousseau, il padre della pedagogia moderna: «Fate esattamente il contrario del vostro allievo – scrive nell'
Emilio
- : lasciategli sempre credere di essere lui il padrone, masiate sempre voi ad avere le redini in pugno. Non v'è soggezione tanto perfetta quantoquella che conserva l'apparenza della libertà: la sua stessa volontà viene ad essere così nelle vostre mani. Il povero fanciullo che niente sa, che niente può, che niente conosce, non èinteramente in vostro potere?».
Padrone, redini, soggezione. La relazione educativa è una relazione di potere. L'obiettivo èlo stesso della peggiore
pedagogia nera
, ma lo strumento è più raffinato. Non va moltodiversamente nelle nostre scuole e nelle nostre famiglie. Il docente, il genitore hanno unacerta idea di dove vogliono portare l'alunno, il figlio; hanno richieste, solo soddisfacendo lequali si diventa bravi alunni e bravi figli; ed hanno un sistema di punizioni, di disconferme,di umiliazioni per quei figli e quegli alunni che non sono come loro desiderano. Nonmeraviglia che le scuole e le famiglie siano spesso luoghi senza pace. La scuola, inparticolare, funziona secondo una logica di selezione/espulsione che è intrinsecamente violenta. E' difficile negare che espellere qualcuno da un gruppo umano sia una forma di violenza. Si obietterà che è una violenza necessaria ed ineliminabile. Ne convengo; ma conuna precisazione: in questo contesto. Vale a dire, nelle società capitalistiche, la cui legge èla competizione sfrenata, appena contrastata dalla retorica sulla democrazia e i dirittiumani. Anche educare
alla
pace, dunque, può essere una cosa violenta, se si cerca di fare deglistudenti di una classe, o dei propri figli, un certo tipo di persona, sia pure una personapacifica, mite, tollerante. Cosa diversa è educare
nella
pace. In questo caso l'enfasi non è
1J.-J. Rousseau,
Emilio
, tr. it., Mondadori, Milano 2008, p. 137.
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