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Educazione e meditazione
 Antonio Vigilante
L'aula è gentilmente invasa da una luce calda, immersa in un gradevole tepore. E'primavera, ormai. Ancora un mese, e la scuola sarà finita. L'insegnante sta spiegando. A due passi da lui lo studente del primo banco guarda fisso davanti a sé, con lo sguardo di chista sognando ad occhi aperti. L'insegnante lo richiama ironicamente: «Vuoi tornare tra dinoi?». In effetti, lo studente in quel momento è assente. Probabilmente sta rievocandoqualcosa di piacevole accaduto nel passato, o forse anticipa con la fantasia qualche eventofuturo. Se osservasse meglio la classe, l'insegnante si accorgerebbe che gli studentieffettivamente presenti sono pochi. Altri studenti sembrano preso da un loro rimuginare,con l'espressione tesa di chi è ostaggio di sentimenti negativi. Anche loro stanno vivendonel passato o nel futuro, ma in questo caso si tratta di ricordi spiacevoli o di timoririguardanti ciò che potrebbe accadere. Vi sono poi quelli che hanno un'espressione néfelice né turbata: semplicemente, sono intenti a pensare ad altro, a riflettere su qualcosache interessa loro più della lezione.In questo momento preciso, dunque, vi sono nell'aula un certo numero di corpi, ma soloalcune delle persone sono effettivamente presenti. Nell'aula sono compresenti le tredimensioni temporali, il passato, il presente e il futuro. Tutti i corpi sono nel presente;quanto alle menti, alcune sono nel presente, altre nel passato, altre nel futuro.Quello che sta succedendo nell'aula scolastica non è eccezionale. E' una cosa che accadecostantemente. Per una parte considerevole del nostro tempo siamo presi dafantasticherie, da ricordi, da timori per il futuro, da riflessioni che ci allontanano da ciò chesta accadendo qui ed ora. Siamo distratti. Questa nostra distrazione costante diventa unproblema solo in alcuni casi. Se andiamo ad un convegno e non riusciamo a concentrarcisulle parole dell'oratore, la nostra partecipazione è inutile, e faremmo bene ad andarcene.Se una persona ci sta parlando, e noi pensiamo ad altro, è probabile che quella persona sene accorga, ne sia ferita e smetta di parlarci. Queste sono conseguenze evidentementespiacevoli della nostra distrazione. Ma immaginiamo un atto semplice come quello di bereil caffè o il tè. Per molti ciò rappresenta una pausa piacevole in una giornata spesso pienadi impegni anche sgradevoli. Eppure quel momento di pausa, quel momento per sé, non èimmune dalla distrazione. Bere un semplice caffè può essere un'impresa difficile. Non berefisicamente, ovviamente, ma farlo essendo pienamente presenti nell'azione. Anche in quelmomento, che abbiamo deciso di dedicare a noi stessi, siamo presi da altro. E così non beviamo il caffè, ma il nostro passato o il nostro futuro, i nostri ricordi e le nostre paure.Richiamandolo bonariamente affinché torni ad essere presente, l'insegnante presumeche lo studente sia in grado di uscire dalle sue fantasticherie e restare attento per il restodella lezione. In realtà, le cose non sono così semplici. Fare attenzione, essere presenti èuna cosa difficile, un'arte che bisogna imparare. La scuola non spende molte energie persviluppare negli studenti la capacità di essere presenti. Gran parte del lavoro scolasticoriguarda la memorizzazione di dati e di conoscenze, ha a che fare con quello che JidduKrishnamurti chiamava
il conosciuto
. La dimensione della memoria è il passato. Ilpresente scolastico è un presente ripiegato sul passato, dal quale si vuole che scaturisca unfuturo diverso. Si studiano gli errori commessi dagli uomini nel corso della storia, con laconvinzione che ciò sia sufficiente per non ripeterli. Sapere che alcuni uomini hannochiuso altri uomini nei campi di sterminio, e che ciò è male, dovrebbe impedire il ritorno diquella violenza, di quell'assurdo. Ma non bastano le nozioni a salvare dalla violenza. La violenza nasce dal malessere psicologico, dalla confusione mentale, dalla paura, dalla
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rabbia. Se sono preda di questi sentimenti negativi, la conoscenza perfetta della storia nonmi sadi nessun aiuto. Per evitare che torni quella violenza occorre toccare unadimensione molto più profonda di quella sfiorata dalla conoscenza e dalle nozioni,giungere alla radice della paura e della rabbia, a quella dimensione emozionale che, con buona pace dei razionalisti, guida le azioni umane più del pensiero.Non sono, questi, tempi di quiete. A tutti i livelli della vita sociale domina la logica dellacompetizione, e nemmeno la scuola ne è immune. La vita sentimentale, nella quale si cercadisperatamente quella serenità che ci è negata dal mondo del lavoro, diventa anch'essa unproblema. I ruoli, che una volta erano fissi, vanno ora rinegoziati, e questa rinegoziazionenon è senza conflitti, mentre la disperata ricerca della felicinella dimensionesentimentale carica i rapporti di aspettative eccessive, che spesso finiscono con il mandarliin crisi. Crescono l'ansia, le malattie psicosomatiche, la depressione, indici del diffusomalessere degli appartenenti a quella che pure si definisce
società del benessere
.Nel 1979 un medico americano ebbe una intuizione: quella di applicare le antichetecniche della meditazione buddhista alla cura dello stress. Quel medico si chiama JonKabat-Zinn, e da quella intuizione è nata la Stress Reduction Clinic, presso il MedicalCenter dell'Università del Massachussets. L'esperienza di Kabat-Zinn
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ha dato inizio ad unaserie di studi e di pratiche per affrontare la sofferenza psicologica attraverso la
mindfulness
, la presenza mentale propria della meditazione. Questo metodo si è rivelatoprezioso anche per scongiurare la ricadute in pazienti che siano già stati curati perproblemi di depressione. La capacità di concentrarsi sul presente pone un argine a quelrimuginare sugli eventi dolorosi, che è fattore determinante per il ripresentarsi delladepressione.
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Un simile approccio può sembrare segnato da un difetto di fondo: quello di far derivareuna terapia, che dev'essere scientifica, da una concezione religiosa. Kabat-Zinn rispondeosservando che la
mindufulness
«è guardare profondamente dentro di in uno spirito diautoindagine e di autocomprensione», e per questo essa «può essere appresa e praticata,come facciamo nella clinica dello stress, senza fare riferimento alle tradizioni orientali».
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 Sembra una risposta sbrigativa, ma non lo è. Chi conosce il buddhismo, sa che è unareligione che ha molto in comune con una terapia. Il Buddha ha elaborato una diagnosisulla condizione umana, trovandola affetta da
dukkha
,
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vale a dire disagio e sofferenza; hacercato la causa di questa sofferenza, individuandola nel desiderio (
tanha
); ha mostratouna via per guarire dalla sofferenza, di cui la meditazione è un aspetto centrale.Naturalmente il fine dell'insegnamento del Buddha non è (solo) quello di curare lo stress ela sofferenza psicologica, poiché mira al superamento stesso della condizione fenomenica,cerca di attingere la dimensione del
nibbana
, che è al di là della nascita e della morte. Lopsicoterapeuta non può seguire fin qui il percorso del Buddha, perché una tale liberazioneè un fine religioso, non terapeutico. Può tuttavia seguire parzialmente il percorso e valorizzare la meditazione come uno strumento efficace per ridurre la sofferenzapsicologica.E l'insegnante? E l'educatore? La psicoterapia si è accorta della importanza dellameditazione. Non è giunto il momento che se ne accorga anche la pedagogia?
1Di Kabat-Zinn in italiano si veda:
 Il genitore consapevole,
Tea, Milano 2002 (con Myla Kabat-Zinn);
Vivere momento per momento
, Corbaccio, Milano 2005 (titolo originale:
 Full Catastrophe Living
);
 Dovunque tu vada, ci sei già. Una guida alla meditazione
, Tea, Milano 2006;
 Riprendere i sensi. Guarirese stessi e il mondo attraverso la consapevolezza
, Tea, Milano 2008;2Si veda Z. V. Segal – S. M. G. Williams – J. D. Teasdale,
 Mindfulness. Al di là del pensiero, attraverso il  pensiero
, tr. it., Bollati Boringhieri, Milano 2002.3 J. Kabat-Zinn,
Vivere momento per momento
, cit., pp. 19-20.4Non essendo questo un saggio filologico, adotto un trascrizione semplificata dei termini pali.2
 
La parola
meditazione
non traduce esattamente il corrispondente termine sanscrito epali,
bhavana
. Il latino
meditari 
, da cui l'italiano
meditare
, indica l'azione di riflettere, dipensare, ma anche quella di prepararsi, esercitarsi per qualcosa. La
meditatio mortis
diSeneca non è solo una riflessione sulla morte, ma anche la preparazione ad essa. L'attivitàmentale si unisce qui ad una certa tensione verso il futuro. In occidente colui che medita èil pensatore di Rodin, con la schiena curva, il mento appoggiato sul braccio destro, il visocorrucciato, la muscolatura massiccia che serve a chi deve cimentarsi con un nemicopoderoso. Bhavana
 
deriva dalla radice
bhu
, che indica il venire all'esistenza. Bhavanapertanto vuol dire far venire all'esistenza, sviluppare, produrre o coltivare.
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Per quantofrequente, la caratterizzazione della bhavana come coltivazione o sviluppo della mente misembra foriera di equivoci. La meditazione non cerca di sviluppare le capacità mentali pergiungere ad una mente più efficace, ad una intelligenza più pronta. Essa coltiva la menteaffincsi liberi dalla schiavitù dei desideri, dal disordine dei ricordi, dal fluireincontrollato delle impressioni, dalla distrazione. Coltivare la mente in questo modo vuoldire qualcosa di radicalmente diverso dal coltivare una sola facoltà: vuol dire coltivarel'intera persona. Per questo aspetto dinamico, mi pare che il termine bhavana siapprossimi, più che a meditazione, al campo semantico dalla parola educazione. Le dueparole esprimono lo stesso dinamismo, un passaggio da una condizione ad un'altramigliore, la crescita ed il divenire migliori.Nel buddhismo theravada
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si distinguono due forme di bhavana:
samatha bhavana
e
vipassana bhavana
.
 Samatha
in pali vuol dire
calma;
la meditazione
samatha
consistenel realizzare stati di coscienza caratterizzati da una sempre più profonda quiete,attraverso la concentrazione su supporti meditativi esterni, detti
kasina
. Tradizionalmente,questi supporti meditativi sono dieci: i quattro elementi, i quattro colori, la luce e lo spaziolimitato (ad esempio una fessura).
Vipassana
è una parola che deriva dal verbo
vipassati 
,che vuol dire
vedere profondamente, chiaramente, in modo intuitivo
. In inglese
vipassana bhavana
è generalmente tradotto con
insight meditation
, in italiano si usal'espressione
meditazione di visione profonda
o, più raramente,
meditazione di visione penetrativa
. Il testo fondamentale del Canone Pali in cui è esposta la meditazione vipassana è il
Grande discorso sui fondamenti della presenza mentale
(
 Mahasatipatthanasuttanta
),
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uno dei sutra più importanti e solenni del Canone. IlBuddha spiega ai monaci che il primo passo per la purificazione e la distruzionedell'angoscia è trovare un posto silenzioso, sedere ai piedi di un albero e concentrarsi sulrespiro, essendo consapevole di ogni inspirazione e di ogni espirazione. Questo primopasso della vipassana, chiamato
anapanasati 
(consapevolezza del respiro) non va confusocon gli esercizi di
 pranayama yoga
, poiché in questo caso non si cerca di disciplinare larespirazione, ma semplicemente di concentrarsi su di essa. Le fasi successive consistononell'essere consapevoli delle posizioni e delle azioni del corpo. Queste fasi investonol'intera giornata: in qualsiasi momento è possibile fare attenzione alla posizione delproprio corpo ed alle proprie azioni. E' così possibile meditare mentre si cammina, mentre
5Cfr. Henepola Gunaratana,
 Mindfulness in Plain English
, Wisdom Publications, Somerville 2002, p. 32.6La scuola theravada («via degli antichi») è la tradizione buddhista più antica, ed è diffusa oggi inThailandia, Myanmar ed altri paesi del Sud-Est asiatico. In Italia esiste un monastero di tradizionetheravada, il Santacittarama, in provincia di Rieti, che appartiene al lignaggio del monaco thailandese Ajahn Chah.7
 Digha Nikaya
,
 Mahavagga
, 372-405. Edizione italiana a cura di Claudio Cicuzza, in
 La rivelazione del  Buddha. I testi antichi,
a cura di R. Gnoli, Meridiani Mondadori, Milano 2001, pp. 335-373. Una buonaintroduzione alla meditazione buddhista è il libro di A. Solé-Leris,
 La meditazione buddhista
, tr. it.,Mondadori, Milano 1988. Per una esposizione della meditazione buddhista nel contesto più ampio dellameditazione orientale, si veda C. Lamparelli,
Tecniche della meditazione orientale
, Mondadori, Milano1985 (dello stesso autore è apprezzabile anche il
 Manuale di meditazione
, Mondadori, Milano 1995).Molto bello è
 Il miracolo della presenza mentale
di Thich Nhat Hanh (tr. it., Ubaldini, Roma 1992), unodei più grandi maestri buddhisti viventi.3
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