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Supplemento al
V Quaderndi Poesia da far
Blogpensieri 
Biagio Cepollar
2005
postfazione di Marco Giovenale 
www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm 
 
Il gesto non-collaborazionista
Ciò che fa di un gesto un gesto ‘non-collaborazionista’ non è il suoconformarsi ad un’ideologia ‘antagonista’, tutte le ideologie, proprioperché ideologie sono costruzioni menzognere che mimano unospazio pubblico quando la verità amara dell’Occidentecontemporaneo è proprio l’assenza dello spazio pubblico. Conta lamotivazione del gesto, il suo stile, il
milieu 
che lo ha generato: trattisottili che assomigliano più ad una
 performance 
artistica che ad unproclama di principi. Il rifiuto del non-collaborazionista è cosìprofondo, così radicato, antropologico, necessario, che è giàdiventato curiosità per il mondo così com’è, è già diventatodisponibilità a trattare il
resto come il prossimo
: mondo tutto curvatosui giorni, consapevolezza della propria età, delle proprie ‘speranzedi vita’.
La società reazionaria di massa
L’amico sconsolato che mi dice: siamo passati da una societàdemocratica di massa, soggetta al fascismo implicito nelconformismo, alla società reazionaria di massa. E lo dice comerisposta all’aneddoto che gli avevo appena raccontato relativo almendicante in metropolitana. Costui era un barbone cittadinodall’accento locale, indigeno, che ripeteva :’anch’io avrei volutocome voi una casa, voi avete una casa, potete lavarvi, anche a mepiacerebbe lavarmi...’Il disagio che provocava costui eral’aggressività di chi parla in nome della coscienza altrui, era l’utilizzodella manipolazione, l’assunzione della prospettiva di chi dovevafare l’elemosina. Non di chi doveva riceverla. L’amico osserva che iltossico fa parte del vecchio paesaggio democratico che rivendicaimplicitamente l’efficacia del
welfare 
, mentre questo tipo dimendicante è già liberista, si pensa a partire da quella massareazionaria che presuppone solo la fortuna o la competenza, oentrambe le cose, dei singoli individui nella giungla.
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Le teste scoppiano
Si è così abituati a mentire a se stessi, non tanto per infingardagginequanto piuttosto per fretta, per indaffarata superficialità, cheoccorrerebbero ore e ore di meditazione silenziosa per rendere ilproprio spazio mentale
respirabile 
. Le teste scoppiano di frammentidi discorsi e di propositi, le emozioni sono reazioni a stimoli piùche relazioni umane, l’abuso che si fa di sé –lo spreco- è pari soloallo spreco degli altri: non occorre arrivare ad additare losfruttamento capitalistico per produrre questa desertificazione delmondo, bastano in parte già i nostri cosiddetti rapporti personali, ilnostro modo di rispondere al telefono, di scrivere una lettera, dicomportarci sul posto di lavoro, anzi, basterebbe il modo con cuitrattiamo noi stessi e il nostro spazio mentale.
Le fissazioni micro-identitarie
Bisogna davvero inventare molto se non tutto daccapo: lascomparsa dello spazio pubblico sotto un cumulo di menzogne chenon cercano neanche più la sublimazione culturale, impone quasi diinventare delle relazioni di tipo tribale, con tanto di gerghi e segnalicondivisi, con tanto di fissazioni micro-identitarie. Sono proprioqueste ultime, le fissazione micro-identitarie, che fanno retrocederela possibile re-invenzione di uno spazio pubblico. Quando più siapprofondisce, infatti, l’ambito individuale di azione e si dà nome aquesto ambito, tanto più non si è impediti dalle ristrette categorie diuna tribù a cui si vorrebbe appartenere. Ecco: in questa situazionel’inappartenenza diventa il presupposto paradossale perriconoscersi, senza eluder le difficoltà a botta di luoghi comuni. Ciòche ci unisce , insomma, lo si scoprirà col tempo. E’ il contrario delfantasma identitario che continua a fare vittime in chi vuole essereantagonista finendo con l’essere speculare.
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