«S
tanotte abbiamo avuto tre cesarei eun intervento per peritonite…situazione in sé già molto dura, con-siderando che siamo sempre glistessi a lavorare di giorno e di notte. Nel bel mezzodel secondo cesareo, il generatore piccolo haimprovvisamente smesso di funzionare. Ci siamotrovati nel buio assoluto in sala. Ho dovuto chiedereai miei collaboratori di mettere dei teli sterili sullaferita operatoria, mentre io camminavo fin sulla col-lina dove si trova il pannello di controllo del genera-tore principale. È pericolosissimo lavorare con ilsupporto del solo generatore». Adesso la situazioneè legata a un filo: «Rimane l’unità autogena principa-le, che gira per più di diciotto ore algiorno per pompare acqua, assicu-rare il funzionamento delle steriliz-zatrici, delle celle mortuarie, delleincubatrici. Quanto reggerà? E se unincidente capitasse nuovamente inun momento dell’operazione che miimpedisse di assentarmi dalla sala?La cosa che mi consuma la testa è ilfatto che nessuno sa quando tor-nerà la corrente».Un
black out
di oltre 10 giorni è unproblema ovunque, ma può diventa-re una tragedia per un ospedale inAfrica. Chaaria è un insediamento nato per il merca-to del bestiame nel cuore del Kenya, a 400 chilome-tri da Nairobi. Ma è anche la sede del CottolengoMission Hospital, un nosocomio di frontiera all’inter-no di una delle 5 missioni della Piccola Casa di Tori-no in questa terra. Una struttura d’avanguardia perla zona (8mila ricoveri e 70mila visite ambulatorialil’anno) che serve tutti i dintorni e si aggiunge, quan-do non sostituisce, agli ospedali governativi delpaese in unaregione poverissima in cui clima emalattie sono calamità legate a doppio filo.Fratel Beppe Gaido è da 10 anni il direttore dell’O-spedale, missionario cottolenghino, nonché
ndagi- tari
(medico) tuttofare, vista l’endemica carenza didottori da queste parti. Una laurea in infettivologia,un master a Londra e anni di pratica in prima linea.Un po’ come il vecchio medico condotto, cura leulcere ma anche itumori. Solo che in Africa le pato-logie sono più gravi complici la latitudine, la povertàestrema, l’arretratezza e l’assoluta mancanza diprevenzione medica. La malaria è il nemico numerouno ma a uccidere sono lebbra, tubercolosi, aids.Contrariamente a quanto alberga nell’immaginariocollettivo infatti il Kenya non è soltanto quel paradisoper turisti rappresentato dalle spiagge come Malindio dai Safari nella savana. È un paese minato da unafortissima disparità economica che relega a una vitadi stenti gran parte della popolazione e in cui regna-
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I02
2010
di Livia
Ermini
Fratel Beppe, missionarioe medico in un nosocomioin Kenya. Che racconta:«per me il repartoospedaliero diventa unacattedrale con tanti altariquanti sono i letti. Facciofatica a pensare allavecchia dicotomia tralavoro e preghiera, traospedale e cappella: misembrano solo due faccedella stessa medaglia»
s e n z a c o n f i n i
La “cattedrale della speranza”
Africa/2
Nelle foto:fratel Beppe Gaido svolgeil suo compitoall’ospedale in Kenia
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