della Pastorale della Casa, è un pu-gliese arrivato qui da oltre vent’an-ni. Ci porterà per i reparti, in unlabirinto infinito di corridoi e stan-ze e sotterranei dove, ti fa notare,un uomo in carrozzella può andareovunque senza incontrare un gradi-no: e sì che l’anno di fondazionedella Casa precede di 150 anni leleggi sulle «barriere architettoni-che»; quel prete, san Giuseppe Cot-tolengo, ci aveva già pensato. Passiper l’ospedale con gli ambulatoriaffollati, esci di nuovo, verso lachiesa. Qui il via vai delle suore si fapiù intenso. Allo scadere dell’oravanno e vengono le sorelle che sialternano per tutto il giornonella
laus perennis
. C’èsempre qualcuno, in questachiesa, che prega.E siamo arrivati ai Santiinnocenti, il reparto dei«mostri» nella leggenda po-polare. 122 ricoverati, quasitutti disabili gravi. Mortiormai i macrocefali dallatesta enorme, gli ospiti quisono quasi tutti handi-– quella che provi quando immagi-ni di dover vedere da vicino il dolo-re. Del resto, un’aura di misterogravava un tempo su questa PiccolaCasa della Provvidenza. «Laggiùstanno i mostri», si diceva a Torino.Lo dice ancora del resto, sull’E-spresso, Giorgio Bocca, che hascritto di «un culto della vita adogni costo che lascia perplessi i visi-tatori della pia istituzione delCottolengo, dove tengono in vitaesseri mostruosi e deformi».E dunque chi entra immagina unaimmersione nel dolore. Belli i vialialberati, ma, dietro quelle finestre?Don Carmine Arice, responsabilecappati anziani, età media 65 anni. Iricoverati sono divisi in dieci “fami-glie”, ciascuna con una propriacasa. Grandi stanze luminose, odo-re di pulito. Qualche ospite passeg-gia e risponde al saluto degli in-fermieri con un gesto di familiareconsuetudine. Le ricoverate qui,anche le più vistosamente colpiteda una disabilità che ne annebbia losguardo o rende incerto il movi-mento delle mani, lavorano. Il la-vorare con un senso, e uno scopo,al Cottolengo è considerato essen-ziale per l’uomo. Allora al pomerig-gio trovi le donne ai tavoli dei labo-ratori, intente ad assemblare lenta-mente pezzi di giocattoli. O, le piùabili, a lavorare all’uncinetto, lemani che con lucida precisione tra-mano pizzi elaborati.Dov’è il dolore cocente che paven-tavi entrando in queste stanze? Ledonne sembrano serene nel lorolavorare, in una dimestichezza affet-tuosa con le assistenti. Forse che ilproblema di queste persone, parestia più negli occhi di chi li guardache in loro. Ma qui, dice donCarmine, «il tempo è al serviziodegli uomini, e non gli uomini alservizio del tempo». Armadi colmidi giochi ad incastro per bambini.Banchi incrostati di anni di pitture.I quadri dei disabili sembranoopere di impressionisti, sgargianti,tracimanti di colore. Un grandefoglio appeso al muro è tutto nero:le ospiti lo hanno dipinto così. perraccontare la morte. Un altro èsi trovò di fronte allo scandalo dellaingiustizia e del dolore: una donnaincinta e malata respinta da dueospedali e lasciata morire in unastalla. il Cottolengo cambiò vita. Lesue case nacquero una dopo l’altra,senza un progetto, rispondendosolo al quotidiano bisogno. I soldi,all’occorrenza, arrivavano. Si mo-strava evidente, quasi in un’eco diciò che il Manzoni proprio in queglianni scriveva, che «la c’è, la Prov-videnza». Malati segregati, poverida imboccare e amare, confluirononella Casa. Oggi nuovi poveri pre-mono alle porte della cittadella.Vecchi dementi, lasciati soli in casevuote: la nuova emergenza, i vecchi.La Piccola Casa resta nel cuore del-la Torino del Duemila, crocevia dimille etnie, come un segno.Giovanni Paolo II qui disse: «Senon si comincia da questa accetta-zione dell’altro, comunque egli sipresenti, in lui riconoscendo un’im-magine vera anche se offuscata diCristo, non si può dire di amare ve-ramente». Tutto un altro amore.Tutta un’altra logica, da quella dicui scrivono i giornali.
Marina Corradi
un’esplosione di luce: quello, spiegala suora, è, secondo loro, il Pa-radiso. Vai avanti e parli meno, eresti assorta a guardare. Certo, nellemani tremanti, negli sguardi persiriconosci come un piegarsi dellavita sotto al giogo di un antica con-danna. Una ferita oscura, originaria,in queste donne è evidente. «Dovela ferita è più grande, la domanda èpiù grande. Queste persone sonocome un grido, una più fortedomanda di Cristo», dice donCarmine, intuendo ciò che ti staichiedendo. No, non ci sono creatu-re «metà cavallo e metà uomo» quial Cottolengo, come fantasticavanouna volta nei paesi del Torinese. Masolo uomini con un «di meno», cheagli occhi dei sani è insopportabile.E accadeva nel passato che li la-sciassero qui con l’inganno. Li por-tavano per una visita e li abban-donavano, perché quella diversitàera onta fra i sani. Oltre la masche-ra che, fuori, noi sani portiamo, quidentro intravvedi cos’è davvero unuomo. «Vede – dice don Carmine –questo giardino, come è perfetta-mente curato. Le finestre di frontesono quelle dei malati di Alzheimer.Ecco, questo giardino lo curiamocosì perché ognuno dei malati chelo guarda ha per noi un valore infi-nito». È una concezione dell’uomomolto grande, quella che regge que-sto allargarsi di case e stanze nelcuore di Torino.Quando un canonico quarantenne
T e s t i m o n i a n z e
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I n c o n t r i
5
P
orta Palazzo, Torino sembrauna casbah, un mercato me-diorientale ondeggiante di
chador
, vociante di richiami ma-ghrebini. Poi giri a destra, e ti sipara davanti il Cottolengo con lesue imponenti interminabili faccia-te. La strada si fa silenziosa.
CaritasChristi urget nos
, è scolpito sull’in-gresso, la carità di Cristo ci sprona.Entri. Sotto ai tigli secolari ti sem-bra d’essere in una città diversa. 112mila metri quadri di padiglioni,3000 pasti al giorno, una mensa peri poveri, una scuola per infermieri,una scuola elementare e media pari-ficata, un monastero di clausura, ilseminario, l’ospedale, e poile case per disabili e an-ziani, in tutto oltre seicentoletti. Una città, davvero.Ti inoltri per i viali in unviavai di suore in vestebianca – ce ne sono oltreseicento qui – e di ospitiche camminano adagio,claudicanti, o in carrozzel-la. La reazione istintiva delvisitatore è di inquietudine
La Città
dell’amore
La Città
dell’amore
«Se non si comincia da questa accettazione dell’altro, comunque egli si presenti,in lui riconoscendo un’immagine vera anche se offuscata di Cristo,non si può dire di amare veramente».
(Giovanni Paolo II)
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