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Boris Pahor e Il vizio della memoria

Boris Pahor e Il vizio della memoria

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"Chiunque abbia visto almeno una volta Boris Pahor – e non sono pochissimi, data la disponibilità e il frenetico attivismo di questo coriaceo centenario – non farà fatica a riconoscerne la coerenza, l’ostinazione e a tratti l’asprezza in Figlio di nessuno".

www.unipd.it/ilbo
"Chiunque abbia visto almeno una volta Boris Pahor – e non sono pochissimi, data la disponibilità e il frenetico attivismo di questo coriaceo centenario – non farà fatica a riconoscerne la coerenza, l’ostinazione e a tratti l’asprezza in Figlio di nessuno".

www.unipd.it/ilbo

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Published by: Daniele Mont d'Arpizio on Jul 17, 2012
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 www.unipd.it/ilbo 1
Boris Pahor e il vizio della memoria
16 luglio 2012Chiunque abbia visto almeno una volta Boris Pahor
 –
e non sono pochissimi, data la disponibilità e ilfrenetico attivismo di questo coriaceo centenario
 –
 
non farà fatica a riconoscerne la coerenza, l’ostinazionee a tratti l’asprezza in 
,l’autobiografia pubblicata recentemente da Rizzoli. A chi scrivecapitò di incontrarlo giusto un anno fa, in occasione dell’uscita del volume
La lirica di Edvard Kocbek 
, con
cui l’Universit
à di Padova pubblicava a distanza di 65 anni la tesi di laurea del suo illustre studente, più voltecandidato al Nobel per la letteratura. Non fu un incontro facile. Per quasi due ore il roccioso triestino tenneil punto puntualizzando ogni parola, ogni co
ncetto, correggendo più volte l’interlocutore.
 Non cerca simpatie Boris Pahor, tantomeno dagli italiani. Egli è un testimone, scomodo, di uno dei tanti
rimossi dell’Italia democratica e repubblicana: quello della repressione della popolazione slava durante
ilVentennio. Ancora oggi un argomento difficile da trattare: troppo profonda la diffidenza reciproca, troppo
vive e dolorose le memorie di tante famiglie triestine, istriane e dalmate. “Gente senza lingua né civiltà”,“cimici”: così erano chiamati dai gi
ornali fascisti i cittadini di lingua e cultura slovena o croata, e il termine
ricorre molte volte nel libro, quasi un sigillo rimasto impresso nell’animo di chi allora era solo un bambino.
Nelle pagine la storia personale di Pahor, cittadino italiano e massimo autore vivente in lingua slovena, siintreccia con le vicende più tragiche del secolo scorso: le angherie subite già nelle scuole, per il semplicefatto di non riuscire a esprimersi in italiano, il
Narodni dom
, la casa di cultura slovena il cui incendio nel1920 segnò uno dei primi atti dello squadrismo fascista, e che ritorna anche nel suo libro
Il rogo nel porto
. Epoi la guerra come soldato nel regio esercito, la partecipazione alla resistenza e infine la deportazione incampo di concentramento. Da
quest’esperienza di morte e di annientamento Pahor riuscirà a trarrel’ispirazione per
Necropoli 
, l’opera che lo farà conoscere al grande pubblico tedesco e francese e chespingerà Claudio Magris ad annoverarlo tra i grandi della “letteratura dello sterminio”, accanto a Primo Levi
e al premio Nobel Imre Kértesz. Una storia che tocca anche Padova, dove lo scrittore si laurea in lettere econosce Diego Valeri: proprio ai consigli del poeta
l’autore attribuisce il merito di avergli salvato la vita nel
lager, dove la pur piccola padronanza della lingua francese gli permette di lavorare come interprete einfermiere.
Non c’è comunque solo la Storia con la esse maiuscola in questo libro, scritto in collaborazione giornalista
del Sole 24 Ore Cristina Battocletti: in esso lo scrittore triestino per la prima volta si mette completamente
a nudo. Emerge il ritratto di una vita completamente consacrata alla missione di intellettuale: “la fedeltàalla macchina da scrivere” che, ammette, lo ha portato a trascurare la fami
glia. È comunque un Pahordiverso e più privato quello che si scopre, che a tratti lascia il piglio severo del testimone e indulge nelricordo dei suoi amori e delle sue perdite, come quella della moglie Rada, spentasi nel 2009. Il ricordo delcampo di concentramento torna però persino nel rapporto con i morti: «Da quando sono tornato dalcampo mi sembra ridicolo e insensato intrattenersi davanti a una tomba perché i morti non possono goderedella presenza di chi va a fare loro visita. Tutto quello che si può fare è in vita» (p. 188). La vita è una, e va
spesa completamente nella lotta per le cause giuste: è questo il senso dell’ultimo capitolo del libro. «Oggi il
mio testamento di uomo laico va ai giovani perché ricordino di proteggere quella scintilla di speranza per la

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