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Conti tedeschi che non tornano

Conti tedeschi che non tornano

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Quella odierna, oltre che dell’informazione, è anche la società dei numeri: cosa c’è di meglio di qualche dato statistico – soprattutto se proveniente da un’istituzione ritenuta credibile – per avvalorare la propria tesi in modo da renderla apparentemente neutra, “scientifica”?
Quella odierna, oltre che dell’informazione, è anche la società dei numeri: cosa c’è di meglio di qualche dato statistico – soprattutto se proveniente da un’istituzione ritenuta credibile – per avvalorare la propria tesi in modo da renderla apparentemente neutra, “scientifica”?

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Published by: Daniele Mont d'Arpizio on Jul 23, 2012
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 www.unipd.it/ilbo 1
Conti tedeschi che non tornano
20 luglio 2012
Quella odierna, oltre che dell’informazione, è anche la società dei numeri: cosa c’è di meglio di qualche
dato statistico
 –
soprattutto
se proveniente da un’istituzione ritenuta credibile –
per avvalorare la propria
tesi in modo da renderla apparentemente neutra, “scientifica”? Il problema si pone quando i numeri
vengono usati come i lampioni dagli ubriachi: per sostenersi, più che per vedere meglio. Con risultati perònon sempre desiderati.È quello che sembra essere successo con un articolo apparso sul Corriere della Sera dello scorso 16 luglio, che prende in considerazione le amministrazioni pubbliche di alcuni paesi europei. Scrive la giornalista: «LaGermania infatti fa molto di più di noi, con meno spesa. Ha 82 milioni e mezzo di abitanti e 9,2 milioni di
dipendenti pubblici, quindi rispetto alla popolazione molti di più che non l’Italia, ma il rapporto tra
dipendenti pubblici e forza lavoro è al 10,4%, e soprattutto la spesa in rapporto al Pil sta sotto il 7%, mentre
noi impieghiamo l’11%».
A corredare l
’articolo segue un’interessante infografica.
 Già a un primo sguardo i numeri appaiono sospetti: se la matematica non è un'opinione, vien fuori infattiche la Germania avrebbe una forza lavoro di 88 milioni e mezzo di persone, cioè 6 milioni più dei residenti(compresi bambini e pensionati).Qualcosa non torna. Per sciogliere il mistero, non resta che andare alla fonte: ossia allo studio citato
dall’articolo, pubblicato nel dicembre dello scorso anno dall’Osservatorio sul Cambiamento delle
Amministrazioni Pubbliche
 –
 
OACP per Egea, la casa editrice dell’Università Bocconi. Il documento, che si
chiama
Sistemi di pubblico impiego a confronto: casi di studio internazionali 
, è curato da Giovanni Valotti,Giovanni Tria, Marta Barbieri, Nicola Bellé e Paola Cantarelli e descrive le politiche del pubblico impiego inun campione di stati rappresentativo delle tradizioni amministrative occidentali e nella Commissione
 
 www.unipd.it/ilbo 2Europea, tentando di identificare i
trend 
comuni di riforma. In particolare, secondo gli autori, dai dati
emergerebbe che negli ultimi tre decenni la maggioranza degli stati appartenenti all’Ocse ha avviatoimportanti riforme del pubblico impiego, con l’obiettivo di creare“
a government that works better, costsless and gets results
.”
 Esaminando il docume
nto fin dalla seconda riga si nota un dato sospetto. Secondo gli autori infatti “i
dipendenti della pubblica amministrazione australiana sono poco meno di 165.000 e rappresentano il
13,7% della forza lavoro” (p. 5. Di seguito, la tabella relativa all'Austr
alia).Dunque in Australia, stando ai dati riportati, lavorerebbero solo 1.200.000 persone, che avrebbero il lorobel daffare per sostenere una popolazione di circa 19 volte superiore. In realtà 
ci dicono un’altra cosa, e cioè che nel giugno 2012 avevano un lavoro circa 11.500.000
australiani.A pagina 41 troviamo infine la tabella relativa alla Germania, che è stata utilizzata come fonte dal Corriere.Già qui si avvertono delle discrepanze, nel senso che quelle che il Corriere presentava come dati OCSE 2010sembrano in realtà una miscela tra dati del 2009, rielaborati dagli autori dello studio, e dati del 2005 (lapercentuale del pubblico impiego sulla forza lavoro). Un bel guazzabuglio. Il quadro che ne deriva continuacomunque a destare forti dubbi. Infatti secondo i dati OCSE(
)nel 2002 i

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