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Bill Evans

Bill Evans

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Published by Antonio
Recensioni migliori lavori del grande pianista Bill Evans
Recensioni migliori lavori del grande pianista Bill Evans

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Rolfed48
2012
Discografia Bill Evans
Recensioni migliori Album
Antonio De Florio
 
Sebbene il pianista Bill Evans venga considerato uno dei musicisti jazz più influenti della storia, moltiavventori non ne comprendono la portata musicale: nelle varie biografie ricavate dai libri pubblicati per celebrare la sua carriera artistica o in quelle ricavate da siti internet (in articoli a lui dedicati) si ricalcano gli
aspetti “decorativi” della sua musica e meno quelli “artistici”: più
musicista e meno compositore. Evans nonsarà ricordato solamente perchè capitò nel momento giusto del jazz, jazz che in quegli anni stava iniziando
ad intraprendere un nuovo percorso di modernità che non era solo esplorazione dell’avanguardia ma anche
recu
pero del passato “normale” della civiltà musicale, ma soprattutto per aver dato modo al jazz diraggiungere un pubblico più vasto, con un linguaggio più diretto, semplice nell’ascolto, spogliato di orpelli e
di qualsiasi banalità, teso alla ricerca di uno
spirito musicale “positivo”. Dopo gli esordi profondamente
immersi in una nuova caratterizzazione del be bop a prova di quei tempi (inizio anni sessanta), Evans che
aveva un’ottima preparazione classica, capì che era possibile riprodurre nel jazz lo stesso
sentimentalismoche i musicisti romantici e impressionisti avevano profuso nella musica colta, operando nel jazz una delle
prime “moderne” forme di fusione tra generi: gli accordi erano jazz, soprattutto di tipo modale, mentrel’improvvisazione ricalcava
quella classica, specie quella di Chopin e Debussy; in particolare a lui si deve la
nuova concezione del trio nel jazz, poiché inizia l’era delle interazioni tra piano, contrabbasso e batteria (il
trio storico con Scott la Faro e il favoloso drumming di Pa
ul Motian) in un nuovo clima “confidenziale”, non“lounge” così come l’artista si preoccupava di non fornire nei suoi dischi e soprattutto nei concerti, in una
sorta di dialogo in cui ogni strumentista in maniera democratica e raffinata poteva esprimere il suopotenziale. Il periodo iniziale della sua carriera comprenderà già diversi episodi che lo inseriranno tra imigliori esponenti del jazz ove però gli umori e i pensieri irradaviano felicità e compiacimento artistico,caratteristica che verrà man mano smussata nella parte finale della carriera in cui prenderanno vigore gliaspetti più drammatici e catartici. Molto di quello che si sente oggi nel jazz e nella musica in generale,rimanda a quel trio storico, spesso in un processo di imitazione che non fa altro che stabilizzare la funzione
musicale di Evans. L’artista americano, che ebbe una vita infelice per molti aspetti, ma era di una serietà
invidiabile sul lavoro, fu varie volte snobbato dalla critica che non riteneva importanti i suoi cambiamenti: ilcommento sfavorevole maggiore veniva dalla considerazione che Evans aveva solo migliorato le velleitàartistiche dei maggiori compositori di standards americani e che mancava di un repertorio personale: maqueste critiche saranno destinate a cadere, quando
si capì che Evans era riuscito nell’intento, direi solitario,
di usare temi di altri, con una capacità di personalizzazione che andava oltre il concetto di riproposizionedello standard; poi, negli ultimi dieci anni della carriera fece contenti anche i cul
tori della “composizione”,
poiché il sound si arrichiva sempre più di episodi che erano frutto della sua inventiva, delle sue vicissitudini
personali (purtroppo tragiche), aumentando in maniera considerevole l’apporto “emotivo” del trio, sebbene
una parte della critica continuò a trascurarlo: il suo momento migliore che purtroppo fu anche il suo canto del
cigno “You must believe in spring” (con il trio Gomez
-Zigmund), pubblicato postumo alla sua morte, fu
l’esempio lampante del punto in cui era arrivato Evans; l’interplay tra i musicisti migliorava di intensità e di
valenza artistica e come in molte altre occasioni dove il musicista sfodera il suo capolavoro nella difficoltàpersonale, qui il pianista americano firmò probabilmente il suo capolavoro, nonché uno dei must della
musica in generale, in un clima arroventato nell’animo per la scomparsa delle persone care nonché, penso,di quella sciagurata vita personale, che era magnifica correttezza nei rapporti esterni e “droga” all’interno.Oggi, a trent’anni da
lla sua morte, il suo gesto artistico, il suo esempio di musicista aperto, sempre attento acomunicare il suo stato, rimane insuperato nelle nuove generazioni, ma soprattutto quello che rimane è quelmodo di suonare perennemente in bilico tra il corso pian
istico dell’ottocento e quello del jazz modernotipicamente americano del novecento, che gli ha procurato un posto di eccellenza nell’olimpo della musica di
tutti i tempi.
 
 
3
Bill Evans Trio - Everybody Digs Bill Evans - 1958
 
Aveva da poco abbandonato il sestetto di Miles Davis
 – 
anche se, tre mesi dopo, accettò il suo invito a partecipareall'incisione di "
Kind Of Blue
", uno dei capolavori del jazz moderno
 – 
il pianista forse più lirico nella storia del jazz,quando, accantonando la propria ritrosia, timidezza edinsicurezza caratteriali, registrò, come leader, il secondo albumin studio. La cui copertina riportava a caratteri cubitali dellebrevi note elogiative, autografate da quattro insigni musicisti, adimostrazione di quanto il suo apparire sulla scena musicaleavesse impressionato il mondo del jazz. E infatti Davis eCannonball Adderley, sassofonista di quel gruppo stellare,stilano le note iniziali e finali: "
 Ho certamente imparato moltoda  Bill Evans.Egli suona il piano proprio nel modo in cui dovrebbe venire suonato
";"
 Bill Evans ha gusto ed originalitànon comuni e l'abilità ancor più rara di far considerare la suainterpretazione di un pezzo come il modo più esatto disuonarlo
". Proprio quest'ultima affermazione trova ampioriscontro nell'ascolto del disco. Brani plurinterpretati, come adesempio "
 Night And Day
", suonano nuovi per la scelta ritmica,l'esposizione della linea tematica, la dolcezzadell'improvvisazione. Il merito va equamente condiviso con ilcontrabbassista
Sam Jones
, dal pulsare sicuro pur nella sua discrezione, e con il pirotecnico e fantasiosobatterista
Philly Joe Jones
. Gustosissimi e stimolanti, i frequenti breaks a battute variabili tra Evans e Philly Joetengono desta l'attenzione a partire dal brano iniziale, "
 Minority
', in cui l'apparente tranquillità del pianista sembrascossa dalle tumultuose figurazioni su piatti e tamburi. A rendere ancor più ricco il programma, nel disco trova spaziouna seconda sessione in trio, incisa un mese dopo la prima, nella quale al posto di Sam Jones compare uncontrabbassista che assieme a Philly Joe dette vita ad una delle più apprezzate sezioni ritmiche di Miles Davis:
PaulChambers
. Il suo periodare è immediatamente riconoscibile per i suoi caratteristici, nasali assolo con l'archetto.Particolarmente poetici, infine, i tre brani per piano solo, tra i quali spicca "
Peace Piece
", rivelatore del pensieromusicale dell'indimenticabile pianista.
 Bill
 
 Evans
Trio - Portrait In Jazz SACD - 1959
 
"Portrait in Jazz" rappresenta il terzo lavoro di Bill Evans come leader, dopo "New Jazz Conceptions" (1956) e"Everybody Digs Bill Evans" (1958), e a differenza dei suoiprecedenti album non presenta brani per pianoforte solo, ma soloregistrazioni in trio. "Portrait in Jazz" è stato anche il primoalbum di Evans con il talentuoso contrabbassista Scott LaFaro(entrambi avevano suonato nell'album di Tony Scott "SungHeroes" registrato nel mese di ottobre del 1959, ma avevanosuonato in tracce separate). La collaborazione di Evans conLaFaro avrebbe raggiunto il suo apice con le loro registrazioni alVillage Vanguard del giugno 1961. Purtroppo LaFaro sarebbemorto in un incidente stradale poco dopo (il 6 luglio 1961), all'etàdi soli 25 anni (Evans fu così scioccato dalla morte del suobassista che aspettò a lungo prima di formare un nuovo trio). Inquesto album il repertorio è costituito fondamentalmente dastandard a cui si affiancano due composizioni originali "Peri'sScope", brano che Evans non avrebbe registrato nuovamenteprima del 1967, e "Blue in Green", composta con Miles Davis eprecedentemente registrata da Evans per lo storico album "Kind of Blue".

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