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Bruno Forte Manoppello1

Bruno Forte Manoppello1

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Il Volto Santo di Manoppelloe la plausibilità teologica delle immagini acheropite
Intervento dell'Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, pronunciato il 25gennaio 2007 in occasione di un Convegno di Studio sul “Volto Santo”, organizzato dalla Tvnazionale tedesca ZDF presso il Santuario di Manoppello
Vorrei presentare tre brevi riflessioni di carattere teologico. La prima riguarda la plausibilità diun’immagine del Cristo non dipinta da mano d’uomo. Perché la tradizione cristiana ha manifestatotanto interesse alle immagini cosiddette “acheropite”, non dipinte cioè da mano d’uomo? qual è la plausibilità teologica di un simile interesse? La seconda riflessione riguarda l’interpretazionedell’immagine non dipinta e nel caso specifico dell’immagine del Volto Santo presente aManoppello. La terza tocca le conclusioni di carattere pastorale e spirituale che da queste premesse possono essere tratte, quelle che a me come pastore più direttamente mi interessano.
1.
Riguardo alla plausibilità teologica di un’immagine non dipinta da mano d’uomo articolo la miariflessione in tre punti. Il primo si interroga su quali siano le vie della percezione del divino neltempo secondo la rivelazione biblica: come l’uomo percepisce Dio nella storia secondo latestimonianza del Primo e del Nuovo Testamento? Due sono le vie fondamentali testimoniate intutt’e due i Testamenti: l’ascolto e la visione. Dire che il mondo biblico è unicamente il mondodell’ascolto – data la rilevanza obiettiva dell’invito ad ascoltare contenuto ad esempio nella formula“Shema Israel Adonai Elohenu Adonai Echad” - “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, ilSignore è uno” (Dt 6,4) - in realtà è una riduzione. Nel mondo biblico l’ascolto ha un’importanzafondamentale perché è centrale la Parola: tuttavia, tanto nel primo come nel nuovo Testamentol’ascolto è inseparabile dalla visione. Nel Primo Testamento è comune nei testi profetici la coniugazione del verbo ‘vedere’ con terminirelativi all’udito (così nei profeti Ezechiele ed Isaia, ad esempio). Il culmine di questa linea lotroviamo rappresentato in Apocalisse 1,12: la scena è grandiosa, il veggente si trova sull’isola diPatmos nel giorno del Signore, in un contesto liturgico, e sente il rumore come di acque checascano. Si volta allora per “vedere la voce”, come dice testualmente il testo greco: “blèpein tén phonén”. “Blépein” è il verbo che si usa in greco per il ‘guardare insistente e profondo’, unoscrutare, un guardare intensamente. Nell’espressione di Ap 1,12 l’oggetto di questo sguardo intenso, perseverante, penetrante è la voce, “tèn phonén”. La traduzione comune nelle lingue moderne – come ad esempio quella italiana della CEI - è “mi voltai per vedere colui che parlava”. Questatraduzione è assolutamente infelice perché elimina il fatto che la tradizione biblica ci educa a vedereciò che ascoltiamo. Ecco perché il salmista che ha ascoltato le parole del Signore, vedere il Volto diDio. C’è come il bisogno continuo di una visione che si coniughi con l’ascolto: tenendo poi contoche in ebraico il termine “panim”, volto, è un termine plurale, con un senso a volte anche duolesicomprende che come l’ascolto, così la visione del Volto di Dio non sarà mai in un certo sensoconclusa. Se il Volto è i Volti, allora anche Dio si offre come abisso di Volti da scrutare. Il plurale di“panim” ci dice che la ricerca del Volto sarà continua: dunque la via della percezione del divino neltempo sarà un continuo ascoltare la parola per continuamente sempre più profondamente vedere ilVolto, fino a quella che la Tradizione teologica chiama la visione di Dio nel Suo Volto in eterno.È dunque legittimo per il credente non solo ascoltare la Parola del Signore, ma cercare anchecontemporaneamente la visione del Volto di Dio: quale è la risposta che a questa legittimaaspirazione dà il Dio biblico, cioè quale è la struttura dell’autocomunicazione divina nella storia?Secondo i Concili Niceno II e Costantinopolitano IV, che pongono fine alla crisi dell’Iconoclasmo,della negazione cioè della possibilità e legittimità delle immagini sacre, ci sono due modi in cui Dio
 
soddisfa questa aspirazione ad ascoltare la voce, vedendo la voce. Secondo la formula del ConcilioCostantinopolitano IV essi sono il “logos en syllabé” – “il discorso in sillabe”, e la “graphé enkromasi”, “la scrittura nel colore”, nella luce. Ci sono allora due linguaggi del sacro, un linguaggioverbale e un linguaggio visivo e questo per la fede della Chiesa è fondato nel fatto che la vita si èfatta visibile (1 Gv 1,2), che il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14). Se il Verbo si è fatto carne, possiamo essere autorizzati non solo ad ascoltare la Sua Parola, ma anche a voler vedere in qualchemodo il Suo Volto.Questo significa, ed ecco il terzo punto di questa prima riflessione, che Dio rivela se stesso semprein una forma circoscritta, sia che si tratti di una parola, circoscrizione di un suono, sia nella formagrafica di una immagine, di una icona, che non a caso si dice “scritta” e non dipinta (donde“iconografia”). Attraverso questa duplice via siamo autorizzati a cercare in forma circoscritta il dirsidi Dio a noi, in parole e in immagini. Ecco perché è plausibile che, come una volta e per sempre ilVerbo si è detto nelle parole degli uomini e si è rivelato nella carne nel suo volto storico, così Egli possa manifestarsi agli uomini in una forma non solo verbale, ma anche sacramentale, ed anche, per assoluta gratuità, con un intervento che si manifesti nella forma del visibile. Non mi riferisco quialla questione delle visioni soggettive, che è quanto mai complessa dal punto di vista teologico espirituale ed esige un discernimento rigoroso, ma dico che quanto finora ho affermato giustifica perché nella tradizione cristiana ci sia stato sempre un grande desiderio di immagini non dipinte damano d’uomo: questo desiderio, insomma, non è illegittimo nella tradizione cristiana, perché è Dioche l’ha reso fondato con il fatto che si è fatto visibile e si è fatto uomo.La conclusione di questo primo punto è modesta, ma è assolutamente importante, perché sedovessimo dire teologicamente che nessuna immagine “Acheropita” può esistere, dovremmoescludere pregiudizialmente un’indagine su questo campo: la conclusione cui siamo giunti è inveceche - se Dio ama manifestarsi “in figuris”, sia verbalmente che in visione, non possiamo escludereche Egli ci abbia lasciato delle impronte della Sua manifestazione visibile, che derivano dal Suorendersi presente nella storia. Naturalmente queste impronte sono tanto più eloquenti quanto piùvicine alla fonte: ecco perché nessuna immagine renderà sufficientemente la forza dell’incontro colVerbo nella carne quanto i luoghi santi, dove Gesù ha messo i suoi piedi. Penso alla casa di Pietro aCafarnao o alla via lungo il perimetro occidentale del tempio, luoghi preziosissimi perché improntedi una Presenza che là è stata.
2.
Quale interpretazione dare dell’immagine e in particolare dell’immagine non dipinta da manod’uomo? Se Dio si dice in parole e si manifesta in una grafia in colori, occorre leggere la grafiacome occorre interpretare il
logos
. Questo fa parte della tradizione ebraico-cristiana. L’Ebraismo e ilCristianesimo sono religioni dell’interpretazione, come non è l’Islam che invece nega per principiol’interpretazione. L’ermeneutica, cioè, la scienza dell’interpretazione, nasce all’interno dellatradizione biblica e teologica ebraico-cristiana, perché Dio si è detto ma non si è totalmente risoltonel dirsi: dunque, attraverso ciò che Lui ci ha detto di sé o ci ha dato a vedere di sé, noi dobbiamoandare sempre oltre, scavare negli abissi, camminare verso la profondità. Allora provo a leggereteologicamente l’immagine del volto di Manoppello, dando come possibili alcuni elementi,ovviamente non affermati in maniera assoluta, perché non siamo in un campo in cui la certezzamatematica debba essere utilizzata, ma basta la certezza morale. Che cosa ci dice la grafia di questoVolto? A mio avviso ci dice tre aspetti fondamentali.Il primo è la forte sottolineatura del soggetto storico della nostra fede. Noi non crediamo in un mito,crediamo in una rivelazione storica che è passata attraverso un uomo che noi riconosciamo essere ilFiglio di Dio, visibile, palpabile, che è stato toccato, visto, udito, che ha pronunciato parole. Oraquesto appare chiarissimo in questo Volto, un Volto d’uomo che sottolinea come il soggetto dellarivelazione compiuta è stato il Figlio di Dio nella carne, Gesù. Il secondo aspetto è che questo Gesùsi manifesta in questo Volto con le due caratteristiche fondamentali di “passus et glorificatus”. È un
 
Volto che porta in sé le impronte della Passione, ma al tempo stesso è un Volto che irradialuminosità, la vittoria della Luce sulle tenebre: esso, dunque, mentre ci richiama alla storicità della passione, ci richiama anche alla storicità della testimonianza originaria della vittoria sulla morte. Nel Volto di Manoppello la dimensione del Glorificato è più percepibile che nella Sindone. NellaSindone si ha molto di più l’idea del “Christus Passus”: a Manoppello si percepisce l’unità paradossale del “Passus et Glorificatus”, che peraltro è un tema di tutta l’iconografia cristiana, incui Cristo Risorto viene spessissimo rappresentato con le piaghe della Passione. Dunque, siamo difronte all’unione paradossale di morte e eesurrezione. La terza indicazione che l’immagine ci dà èche non solo è il “Passus et Glorificatus” a essere rappresentato, ma anche il “Patiens etGlorificans”. Cioè Colui che noi vediamo in questa immagine è Colui che in un certo modo stasoffrendo, ma sta anche vincendo il dolore, sta comunicandoci la vittoria sul dolore e sulla morte: i participi non sono solo al passato, ma anche al presente. L’esperienza dell’interpretazione di questaimmagine non è solo, allora, “in illo tempore”, ma è viva anche “hodie et sempre”: è come se cifosse una fissazione nell’eternità tanto dell’atto della Passione, quanto dell’atto della Resurrezione.D’altra parte, nell’Apocalisse l’Agnello immolato in piedi dice esattamente le stesse cose: la fonte biblica più preziosa per leggere questo Volto non è allora soltanto Gv 20,7 (“Arriva Pietro e vede iveli e il sudario…”), ma anche l’Apocalisse con l’immagine dell’Agnello sgozzato, del “ChristusPassus et Glorificatus” che è al tempo stesso “Patiens et Glorificans”.
3.
È importante indagare la storicità di questa testimonianza, è importante che si incrocino due tipidi metodologie, quella legata alle scienze dello spirito e quella propria delle scienze naturali:occorre ricostruire storicamente come questa immagine si trovi qui per rispondere alle duedomande: è questa l’immagine che si trovava a Roma fino agli inizi del ‘500 e che era chiamata laVeronica romana? E, se questa è l’immagine arrivata a Roma nel 705 è la stessa immagine impressasul “soudarion” di cui parla Giovanni (20,7), presente poi a Camelia in Cappadocia? Riguardo aquesti interrogativi gli argomenti possono essere unicamente relativi alla storia della tradizione:tuttavia, ma accanto a questo tipo ci sono le indagini volte ad appurare la consistenza del dato: iltelo di fronte a cui siamo di che materiale è fatto? L’affermazione che sia di bisso è un’affermazionemolto estremamente, non però a quanto mi consta assolutamente dimostrata. E poi: su questomateriale l’immagine come è stata impressa? Non lo è per tessitura, non lo è per dipinto, è una foto-impressione? Queste sono domande per rispondere alle quali i metodi scientifici risultanoimportanti. Non si può dare per scontato nulla se si fa ricerca in termini rigorosi. Detto tutto questo, però, alcune conclusioni di carattere pastorale-spirituale sono fondamentali.In primo luogo: se questa immagine deve essere contemplata mai separando la visione e l’ascolto, bisogna fare in modo che la lettura di essa sia accompagnata dalla lettura dei testi biblici,specialmente dell’Apocalisse. Bisognerà lavorare in questa direzione, scrutare l’immagine conl’aiuto che ci viene dalla Parola di Dio. In secondo luogo, occorre imparare a stare di fronte a questaimmagine, come ci invitava a fare Papa Benedetto XVI nel Suo discorso durante la visita pellegrinaggio del 1 Settembre 2006, come sotto lo sguardo di misericordia del Signore, facendocioè l’esperienza del silenzio contemplativo davanti alla Parola. L’immagine di Manoppello puòessere un’educazione ad ascoltare il silenzio di Dio, che non è il silenzio del mutismo di chi non parla, ma è il silenzio di chi parla con un linguaggio che non è quello delle parole. Sapersi lasciar guardare, porre sotto lo sguardo della misericordia di Gesù il peccato del mondo e l’attesadell’umanità e lasciare che il Suo Volto s’imprima in noi, è quello che più conta. A che cosavarrebbe contemplare il Volto, indagarlo nelle forme più diverse, se poi tutto questo non portasse aduna unione più profonda col Cristo. Egli non è venuto per farsi riprodurre come immagine esterna anoi, ma per vivere in noi, come dice Paolo in Galati (2,20): “Non sono io che vivo in Cristo ma èCristo che vive in me”. Allora il grande frutto spirituale da invocare non è la riproduzione esteriore,ma la ripresentazione in noi di Lui, cioè che Cristo abiti per la fede nei nostri cuori.E questo è ciò che i Frati Cappuccini si sforzano di fare nel Santuario con il servizio della Parola,

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