alternative - che ci farà economizzare molto denaro, molta energia e cirisparmierà molti pensieri superflui.Può darsi che questo approccio possa sembrare repressivo ma, in realtà, essoè basato su un atteggiamento di simpatia per la nostra situazione. Lavorare sunoi stessi è possibile realmente solo quando non vi sono strade secondarie, néuscite. Di solito noi cerchiamo soluzioni in qualsiasi cosa nuova, che sia fuori dinoi: un cambiamento della società o in politica, una nuova dieta, una nuovateoria. Oppure andiamo alla ricerca di cose sempre nuove a cui dare la colpadei nostri problemi: le relazioni sociali, la società, quel che abbiamo. Lavoraresu se stessi, senza queste strade secondarie o uscite, è il sentiero delbuddhista. Cominciamo con l’approccio hinayana - lo stretto sentiero disemplicità e noia.Prendendo rifugio, in un certo senso, diventiamo rifugiati senza casa. Prendererifugio non significa dire che siamo indifesi e quindi dobbiamo delegare tutti inostri problemi a qualcun’altro. Non ci saranno razioni da rifugiati e nemmenoforze di sicurezza, nè aiuti. Il punto nel diventare rifugiati sta nell’abbandonareil nostro attaccamento alla sicurezza fondamentale. Dobbiamo abbandonare ilnostro senso di terreno domestico, che è comunque illusorio. Abbiamo unsenso di terreno domestico su cui siamo nati e per come vediamo il mondo, main realtà, fondamentalmente parlando, non abbiamo nessuna casa. In verità,non vi è una base solida di sicurezza nella nostra vita. E poiché non abbiamonessun terreno domestico, siamo anime perse, per così dire.Fondamentalmente siamo completamente persi e confusi e, in un certo senso,patetici.Questi sono i problemi particolari che forniscono il punto di riferimento su cuicostruiamo il nostro voler diventare buddhisti. Quando ci mettiamo in rapportoall’essere persi e confusi, noi siamo più aperti. Cominciamo a vedere che nelcercare sicurezza non possiamo aggrapparci a nulla; tutto continuamentesfugge via e diventa incerto, costantemente, sempre. E questo è quel chechiamiamo la vita.Quindi, diventare un rifugiato è riconoscere che siamo senza casa e senzaterreno. Prendere rifugio è espressione di libertà, perché non saremo più spintidal bisogno di sicurezza. Siamo sospesi in una terra di nessuno in cui la solacosa da fare è di metterci in contatto con gli insegnamenti e con coi stessi.La cerimonia del rifugio rappresenta una decisione definitiva. Si prende rifugionel Buddha come un esempio, nel dharma come il sentiero, e nel sangha comecompagnia, riconoscendo che la sola vera base per lavorare siamo noi stessi eche non ci sono altre strade. Perciò, è un impegno totale con noi stessi. Lacerimonia taglia la corda che unisce la nave all’ancora; essa segna l’inizio diuna odissea di solitudine. Include anche l’ispirazione del istruttore - in questocaso io stesso - e del suo lignaggio. La partecipazione dell’istruttore è unaspecie di garanzia del fatto che non verrai ributtato indietro nella ricerca di unasicurezza in quanto tale, che continuerai a riconoscere la tua solitudine e alavorare su te stesso senza appoggiarti a nessun altro. Alla fine sarai unapersona vera, che sta sui suoi propri piedi. A quel punto, ogni cosa partirà date.Questo particolare viaggio è come quello dei primi colonizzatori. Siamo arrivatialla terra di nessuno e non abbiamo altro equipaggiamento. Siamo qui e
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