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IL CUORE DEL BUDDHA
Chogyam Trungpa Rinpoche
Parte II°
Trad. Alberto Mengoni 
 
PARTE SECONDA –
GLI 
 
STADI DEL SENTIERO
 5) PRENDERE RIFUGIO
Brani scelti da cerimonie del Voto di Rifugio, 1973-78
“Diventare un rifugiato è il riconoscimento che siamo senza casa e senzaterreno e significa che in realtà non c’è bisogno di una casa, o di un terreno.Prendere rifugio è espressione di libertà, poiché come rifugiati non siamo piùspinti dal bisogno di sicurezza. Siamo sospesi in una terra di nessuno, in cui lasola cosa da fare è di metterci in contatto con gli insegnamenti e con noi stessi.” 
 
Diventare un rifugiato
Nella tradizione buddhista, lo scopo del prendere rifugio è di risvegliarci dallaconfusione ed essere disponibili allo stare svegli. Prendere rifugio è un motivodi impegno ed accettazione e, al tempo stesso, di apertura e libertà. Prendendoil voto del rifugio ci affidiamo alla libertà.Vi è una generale tendenza ad essere catturati da ogni sorta di attrazioni edelusioni, e nulla mette mai saldamente radice nel nostro essere fondamentale. Tutto nella nostra esperienza di vita, che sia la spiritualità o qualsiasi altracosa, è solo un modo per fare acquisti. La nostra vita è fatta di sofferenza, difelicità, di punti di vista - problemi su ogni tipo di scelte rendono la nostraesistenza complicata. Prendiamo per partito preso “questo” o “quello”. Vi sonomilioni di scelte che riguardano la nostra vita, soprattutto rispetto al nostrosenso di disciplina, alla nostra moralità ed al nostro sentiero spirituale. Lepersone sono davvero molto confuse in questo mondo caotico, su ciò che èrealmente giusto fare. Vi sono tanti tipi di ragionamenti logici, presi da ognitipo di tradizioni e filosofie. Potremmo cercare di combinarli tutti insieme;talvolta essi sono in conflitto, talvolta collaborano armoniosamente. Ma noisiamo costantemente in cerca di qualcosa e questo è, in realtà, il problemafondamentale.Non è tanto il fatto che vi sia qualcosa di sbagliato nelle tradizioni che cicircondano; la difficoltà sta più nel nostro conflitto personale che nasce dalvoler prendere il meglio, essere i migliori. Quando prendiamo rifugio, noiabbandoniamo quel modo di vederci come bravi cittadini o come i protagonistidi una storia di successo. Potremmo dover abbandonare il nostro passato;potremmo dover abbandonare il nostro potenziale futuro. Prendendo questoparticolare voto, smettiamo di fare la spesa nel supermercato spirituale.Decidiamo di portare un particolare marchio per il resto della nostra vita.Scegliamo di inserire un particolare ingrediente nella dieta e di trarne frutto.Quando prendiamo rifugio ci affidiamo al sentiero buddhista. Questo è unapproccio non solo semplice, ma anche assai conveniente. D’ora in avantisaremo su quel particolare sentiero che fu ideato, disegnato e ben ponderatoventicinque secoli fa dal Buddha stesso e dai seguaci del suo insegnamento. Viè già un modello ed una tradizione; vi è già una disciplina. Non dobbiamo piùcorrere dietro a questo o a quello. Non dobbiamo più paragonare il nostro stiledi vita con quello di qualcun’altro. Una volta che abbiamo fatto questo passo,non abbiamo più alternativ; non c’è più il gioco di cullarsi nella cosiddettalibertà. Prendiamo un voto definitivo per entrare in una disciplina priva di
 
alternative - che ci farà economizzare molto denaro, molta energia e cirisparmierà molti pensieri superflui.Può darsi che questo approccio possa sembrare repressivo ma, in realtà, essoè basato su un atteggiamento di simpatia per la nostra situazione. Lavorare sunoi stessi è possibile realmente solo quando non vi sono strade secondarie, néuscite. Di solito noi cerchiamo soluzioni in qualsiasi cosa nuova, che sia fuori dinoi: un cambiamento della società o in politica, una nuova dieta, una nuovateoria. Oppure andiamo alla ricerca di cose sempre nuove a cui dare la colpadei nostri problemi: le relazioni sociali, la società, quel che abbiamo. Lavoraresu se stessi, senza queste strade secondarie o uscite, è il sentiero delbuddhista. Cominciamo con l’approccio hinayana - lo stretto sentiero disemplicità e noia.Prendendo rifugio, in un certo senso, diventiamo rifugiati senza casa. Prendererifugio non significa dire che siamo indifesi e quindi dobbiamo delegare tutti inostri problemi a qualcun’altro. Non ci saranno razioni da rifugiati e nemmenoforze di sicurezza, nè aiuti. Il punto nel diventare rifugiati sta nell’abbandonareil nostro attaccamento alla sicurezza fondamentale. Dobbiamo abbandonare ilnostro senso di terreno domestico, che è comunque illusorio. Abbiamo unsenso di terreno domestico su cui siamo nati e per come vediamo il mondo, main realtà, fondamentalmente parlando, non abbiamo nessuna casa. In verità,non vi è una base solida di sicurezza nella nostra vita. E poiché non abbiamonessun terreno domestico, siamo anime perse, per così dire.Fondamentalmente siamo completamente persi e confusi e, in un certo senso,patetici.Questi sono i problemi particolari che forniscono il punto di riferimento su cuicostruiamo il nostro voler diventare buddhisti. Quando ci mettiamo in rapportoall’essere persi e confusi, noi siamo più aperti. Cominciamo a vedere che nelcercare sicurezza non possiamo aggrapparci a nulla; tutto continuamentesfugge via e diventa incerto, costantemente, sempre. E questo è quel chechiamiamo la vita.Quindi, diventare un rifugiato è riconoscere che siamo senza casa e senzaterreno. Prendere rifugio è espressione di libertà, perché non saremo più spintidal bisogno di sicurezza. Siamo sospesi in una terra di nessuno in cui la solacosa da fare è di metterci in contatto con gli insegnamenti e con coi stessi.La cerimonia del rifugio rappresenta una decisione definitiva. Si prende rifugionel Buddha come un esempio, nel dharma come il sentiero, e nel sangha comecompagnia, riconoscendo che la sola vera base per lavorare siamo noi stessi eche non ci sono altre strade. Perciò, è un impegno totale con noi stessi. Lacerimonia taglia la corda che unisce la nave all’ancora; essa segna l’inizio diuna odissea di solitudine. Include anche l’ispirazione del istruttore - in questocaso io stesso - e del suo lignaggio. La partecipazione dell’istruttore è unaspecie di garanzia del fatto che non verrai ributtato indietro nella ricerca di unasicurezza in quanto tale, che continuerai a riconoscere la tua solitudine e alavorare su te stesso senza appoggiarti a nessun altro. Alla fine sarai unapersona vera, che sta sui suoi propri piedi. A quel punto, ogni cosa partirà date.Questo particolare viaggio è come quello dei primi colonizzatori. Siamo arrivatialla terra di nessuno e non abbiamo altro equipaggiamento. Siamo qui e
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