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Il tempo, metro dell’esistenza

Il tempo, metro dell’esistenza

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Published by Filippo Azimonti
La Fondazione Vidas dedica quest’anno al “tempo” un ciclo di incontri intendendolo come metro della vita che scorre, l’esistere, ma anche di ciò che decidiamo, l’essere.
La Fondazione Vidas dedica quest’anno al “tempo” un ciclo di incontri intendendolo come metro della vita che scorre, l’esistere, ma anche di ciò che decidiamo, l’essere.

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Published by: Filippo Azimonti on Oct 04, 2012
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Il tempo, metro dell’esistenza
 
Sant’Agostino ammetteva che «se non mi chiedono cosa sia il tempo
lo so, ma se me lo chiedono non loso». E la ricerca di una risposta ha impegnato i filosofi nel corso dei secoli. Che non verrà neanche dal ciclo
seminariale che la Fondazione Vidas dedica quest’anno proprio al “tempo” intendendolo come metro della
vita
che scorre, l’esistere, ma anche di ciò che decidiamo, l’essere.Un approccio declinato nell’arco di cinque incontri a tema affidati a diverse “coppie” di relatori: “L’uomo”(Salvatore Veca e Mario Vegetti), che ha aperto ieri il ciclo; “La società” (Gior
gio Cosmacini e Salvatore
Natoli); “La vita” (Carlo Vergani e Alberto Ricciuti); “I giovani (Silvia Vegetti Finzi e Fulvio Scaparro”; “L’arte”
(Angelo Foletto e Gianantonio Golin).
Il contesto, etico ed esistenziale, è però quello che suggerisce l’attivit
à trentennale della Fondazione
impegnata nell’assistenza dei malati terminali cui affianca un percorso di sensibilizzazione che ha
approfondito sia temi che si preferisce rimuovere dal dibattito pubblico come la morte, la sofferenza, laverità al malato (d
ata a 1985 il primo Convegno su “Cultura della morte e eutanasia”), sia argomenti direspiro universale quali la memoria, la paura, il coraggio, l’indifferenza, l’amore, la felicità, la giustizia, lesolitudini… Viene alla memoria l’Ennio Flaiano di “Tempo
 
di uccidere”: «Mi chiedevo se era quella la
rassegnazione, quel vuoto aspettare, contando i giorni come i grani di un rosario, sapendo che non ciappartengono, ma sono giorni che pure dobbiamo vivere perché ci sembrano preferibili al nulla».Una prospettiva che assume anche Salvatore Natoli, docente di filosofia teoretica alla Bicocca per risolvere
l’evidente contraddizione di una malattia che toglie alla vita il futuro che ne è caratteristica. Senza
dimenticare che «la malattia isola dalla vita, e il temp
o di chi è malato diventa un tempo “diverso”». Ilquesito diventa dunque «come vivere un tempo dove il futuro è “chiuso” e il “meglio” che ci si puòaspettare è la riduzione del dolore “vivo”, della violenza del dolore ». Per il professore, «la vita non è
solo
lineare, è anche una trama di relazioni» che non vanno interrotte perché «è la vita dell’altro che dà vita e
futuro». Il che è altrettanto vero per chi assiste chi soffre perché «noi viviamo sempre nella vita degli altri».Di dover «vivere nella vita degli altri» si dice convinto anche Alberto Ricciuti, medico e vicepresidente di
“Attivecomeprima”, che, per confrontarsi con il collega geriatra Carlo Vergani, ha scelto di sviluppare iltema del “tempo biografico” del quale cerca le corrispondenze con il “tempo biologico” contestandol’orientamento deterministico di chi vede nella ricerca, e nella medicina in particolare, una tecnica che
consiglia a chi la pratica di rivendicare la propria alterità. «Nella relazione col paziente il medico gioca séstesso, che lo voglia o no. La guarigione è solo uno dei risultati possibili perché la malattia è dentro la vita. Enon tentare di iscrivere la terapia nel sistema di valori del paziente può creare danni anche peggiori di quellidi un intervento sbagliato: si lasciano ferite che non si rimarginano». Per Ricciuti sono queste le terapie
“personalizzate” che possono fare la differenza. E cita i risultati di una ricerca condotta all’Università diTorino sull’effetto placebo che si esalta quando il medico riesce a con
quistare la fiducia del malato. Anchequando è necessario somministrare analgesici potenti come la morfina il cui dosaggio si può ridurre sequesto rapporto si instaura. Così che, concretamente, Ricciuti può affermare che «la speranza non è unacosa astratta».
Che è molto concreta anche per lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro che per parlare di “tempo rubato” in un
universo giovanile che avidamente cerca la propria identità nel confronto con un mondo già adulto indagale figure letterarie del picaro
Lazzarillo de Tormes e di Pacho, il protagonista di “La capitale del mondo”,

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