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Orwell.06.10

Orwell.06.10

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Terza uscita dell'inserto culturale diretto da Christian Raimo all'interno del nuovo quotidiano "Pubblico".
Terza uscita dell'inserto culturale diretto da Christian Raimo all'interno del nuovo quotidiano "Pubblico".

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ILILFFUTURUTUROOHAHARADRADICICIIANTICHEANTICHE
www.pubblicogiornale.it
SABATO
6OTTOBRE 20 1 2
DIRETTORE
LUCA TELESE
- A CURA DI
CHRISTIAN RAIMO
Se uno si va a rivedere su youtube qualche puntata di
Indietro tutta 
odi
Quelli della notte
, si rende conto come già nella Rai ancora da PrimaRepubblica si fosse riusciti a rendere popolare una comicità che butta-va a mare tutto quel codice stereotipato di parodie telefonate, imita-zioni prevedibili, sketch autoreferenziali, tormentoni, stacchetti, vallettescemotte, televendite... A distanza di venticinque anni , di quell
i co n o -clastia è rimasto pochisssimo; se uno pensa, per dire, a comici comeBeppe Grillo e Giorgio Faletti si siano riciclati da guru della politica edella letteratura.E di quella libertà creativa è restato ancora meno. i cliché sono riemersicome zombi. La comicità italiana è sempre più un fenomeno (prodotto)tutto televisivo, ma il modello unico che si è imposto
nei riferimenti,nei tempi, nella retorica
è quello di Zelig e dei suoi cloni. Ossia, uncabaret formato liceo, spesso simile a uno spot.Pensate all
immensa pletora di comici italiani e cosa vi viene in mente?Dalla A di Alberto Patrucco alla Z di Zuzzurro & Gaspare, vi ritroveretein testa una specie di catalogo Ikea della risata: un repertorio unico,conformista nell
immaginario, nella pratica attoriale, nella tecnica dis c rit tu ra
Con i proprietari di locali e gli assessori delle feste paesaneche ci mettono del loro per organizzare le repliche di questa mediocritàtelevisiva in giro per l
Italia, estate e inverno, non a prezzi modici (perdire, il cachet di un Antonio Cornacchione è 12000 euro a serata, quellodi un Teo Teocoli 35000 - spese escluse).È strano, ma è come se la maggior parte dei cabarettisti nostrani aves-se mai visto non dico uno show di Ricky Gervais o una puntata di
Ep-s o des
, ma non avesse nemmeno sentito parlare della comicità situazio-nale britannica, della tradizione italiana della commedia dell
arte; persi-no mostri sacri come Woody Allen, Lenny Bruce o i Monty Python (anni
70) sembrano degli illustri sconosciuti, personaggi di nicchia. Tutto di-menticato in nome degli ammiccamenti (prendete ad es. gli spettacolidi Teresa Mannino sponsorizzati da Huggies), delle battute iper-esplicite(mettete un Alessandro De Carlo quando fa:
Se lo ricorda, signora,quando era giovane e faceva i soffocotti, eh?
), della fasulla rappresen-tazione sociale: ecco Alessandro Siani che fa battute sui napoletani chefregano i turisti, Enrico Brignano sui romani che non rispettano le rego-le, Checco Zalone sui pugliesi ignoranti
Del resto le scalette dei variColorado Cafè e Zelig Off sono una sorta di manuale Cencelli delle variecalate regionali: i sardi Pino e i suoi anticorpi, poi il milanese Kalabrugo-vic, poi il calabrese Franco Neri, poi l
emiliano Paolo Cevoli, etc...
segue a pagina IV
CONFORMISMO CABARET
Quella risatache ci ha seppelliti
VI FA RIDERE RENZI?
Il simpaticone
di
FRANCESCO D
ISA
La retorica è il più astuto dei serpenti, e cambia forma inbase alla terra su cui striscia. Dalle nostre parti, adesempio, assume spesso la forma della simpatia. Si trat-ta di una manifestazione solo apparentemente banale,che non va considerata con superficialità; già nel
23 MaxScheler le dedicò un trattato,
Essenza e forme della sim-pat ia 
, ponendola nientemeno che al centro della costitu-zione dell
identità. Il filosofo tedesco però la declassavarispetto all
amore, riconoscendola cieca di fronte al valo-re dell'altro.
segue a pagina II
FINE DELLA COMMEDIA?
Senza più mostri
di
GIUSEPPE SANSONNA
I mostri di celluloide sono in via di estinzione. Dino Risi eaffini ne avevano catalogati a decine, negli anni sessanta.Da troppo tempo, invece, non trovano più spazio suglisbiaditi schermi del cinema italiano. Monotono nel ripro-porre macchiette anemiche, di maniera. In perenne af-fanno rispetto ad una realtà affollata da devianze antro-pologiche, nate a imitazione della televisione più corriva.L
attuale commedia italiana, salvo rare eccezioni, ai bac-canali grossolani della Roma polveriniana contrappone leprostitute edificanti di
Nessuno mi può giudicare
.
segue a pagina III
PAOLO VENTURA
Automaton 8
dalla serie The Automaton, 2010, C-Print 101,6x127 cm
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II
S A B AT O
6OTTOBRE 20 12
IL TOSCANISMO STRUMENTALE DEL SINDACO RENZI
Pieraccioni come modello
DA MACHIAVELLI A HOBSBAWM
Passando perforza da Gramsci
di
ALESSANDRO LEOGRANDE
Gramsci è un classico, un autore che non è mai di moda eppure vieneletto sempre
. La frase di Fernandez Buey è riportata da Eric Hobsba-wm in un saggio su Gramsci contenuto in uno dei suoi ultimi libri, appar-so in Italia da Rizzoli appena un anno fa:
Come cambiare il mondo. Per-ché riscoprire l'eredità del marxismo
. Hobsbawm è stato tra più attentiinterpreti della
Gramsci Renaissance
, quel singolare fenomeno di ri-cezione globale protrattosi nell'ultimo trentennio, a molti apparso sem-pre più strano dopo la crisi (politica) del socialismo e (filosofica) delmarxismo. Eppure Hobsbawm aveva colto appieno cosa rendeva ilpensiero di Gramsci tanto attraente, nonostante l'inattualità di moltesue parti: innanzitutto, scriveva, egli è stato uno dei rari esempio di pen-satore marxista in cui riflessione teorica e azione politica (culminata neilunghi anni del carcere) si sono intrecciati strettamente tra loro. Se siescludono gli artefici della rivoluzione russa e Rosa Luxemburg, questaunione di pensiero e azione rivoluzionaria non ha certo riguardato Lu-kács, Korsch, Althusser, Marcuse e tanti altri. Ma non si tratta solo que-sto. Proprio perché italiano (e sono molte le pagine che Hobsbawm hadedicato all'Italia, tra le sue più belle), Gramsci non era pienamente
oc -cid entale
. La sua forza deriva dall'essere stato l'interprete di un pecu-liare laboratorio della società capitalistica, in cui centri dell'impero e pe-riferie terzo-mondiali convivono all'interno degli stessi confini nazionali.Insomma Gramsci non sarebbe stato Gramsci se non fosse stato sardo,se non avesse toccato con mano la fame, la miseria, la sofferenza degliesclusi dalla Storia, e se non avesse avuto sotto gli occhi quella stranaintelaiatura socio-politica che è l'Italia, quel singolare modo di fare e di-sfare il potere, i poteri. Date queste premesse, il suo maggior contributoè nell'aver elaborato una teoria della politica e, in particolare, dello Sta-to: quella cosa che
in un'epoca in cui il capitalismo si rigenera provo-cando crisi devastanti
appare quanto mai oscuro, inafferrabile, appa-rentemente inutile eppure decisivo. Mentre in Italia la
Gramsci Renais-sance
ha prodotto una miriade di saggi e volumi concentrati sul perio-do carcerario, i rapporti con la curia moscovita e Togliatti, la stesura deiquaderni e delle lettere (ne cito alcuni tra quelli usciti nell'ultimo anno:
due carceri di Gramsci 
di Franco Lo Piparo,
Vita e pensiero di AntonioGramsci 
di Giuseppe Vacca,
Gramsci in carcere e il fascismo
di LucianoCanfora...), altrove è la riflessione sul
po liti co
a essere recuperata conforza (si veda, ad esempio, il volume a più voci
Studi gramsciani nel mondo. Gramsci in America Latina 
, il Mulino, o il vastissimo dibattitoall
interno del mondo accademico indiano). Scriveva ancora Hobsba-wm in
Come cambiare il mondo
:
Al pari di Machiavelli, egli è un teoricodi come le società andrebbero fondate e trasformate, non dei dettaglicostituzionali, per non dire delle minuzie che preoccupano i corrispon-denti parlamentari
. Era questa per Gramsci la linea discriminante tra
grande politica
e
piccola politica
tanto che non è difficile dire: a) ilracconto e l'analisi di quale tra le due siano oggi diventati nettamentedominanti; b) quanto questo trionfo del chiacchiericcio politico su ogniforma di teoria critica della politica sia funzionale al mantenimento dellostatus quo. Le riflessioni gramsciane su Machiavelli sono raccolte in unlibro a cura di Carmine Donzelli,
Il moderno principe
, recentemente ri-stampato con un nuovo saggio introduttivo del curatore. In tanti si sonoaffannati su queste fitte pagine (il famoso Quaderno 13) per stabilirne ilrapporto con la
di f f er e nza
del Pci rispetto al modello sovietico, e veri-ficare se tale eterodossia avesse effettivamente un suo fondamento inGramsci o, al contrario, nella sua neutralizzazione. Un dibattito ancoraaperto, a giudicare dalla mole dei titoli usciti di recente... Della centralitàdell'autore dei
Qu ader n i 
negli sviluppi della nostra filosofia politica parlainvece Dario Gentili in
The Italian Theory 
(il Mulino). Uno dei fili condut-tori del pensiero nazionale sarebbe proprio la continua interrogazionesu Machiavelli, attraverso la lente
più o meno passata al vaglio dellacritica
di colui il quale riteneva che l'allargamento dell'indagine sul
po l i ti co
non si sarebbe mai potuto disgiungere da una attenzionesempre maggiore alle condizioni di vita e alla cultura delle
classi subal-terne
. E qui siamo tornati al punto di partenza. Come aveva notatoHobsbawm, è proprio questo intreccio militante a mantenere aperta lariflessione e a segnare un'ideale linea di resistenza in un'epoca buia.
Eppure è proprio questa cecità a renderla particolarmenteappetibile a retori e politici. Matteo Renzi, da buon retore,politico e fiorentino, ha deciso di sfruttare a suo favore lepotenzialità della
simpatia toscana
, e a differenza di altriconterranei famosi nel mondo (Gucci, Prada, Bocelli e Zef-firelli tra gli altri), non solo ha rifiutato di piegare la proprialingua alla lima dell
universalità, ma è addirittura riuscito atrasformare il serpente della retorica in un
idra dalle mille(toscanissime) teste.
ccc
Chi avvicina questa creatura quasi mitologica noterà perprima la testa di Bartali, che col suo «l
è tutto sbagliato, l
ètutto da rifare» dà lo spunto a una rottamazione che forsesolo un toscano, se è davvero stufo, ha il coraggio di pro-pugnare. Curzio Malaparte scrisse che «molti guai si sareb-bero risparmiati, se Mussolini, invece di parlare dal balconedi Palazzo Venezia, avesse parlato dal terrazzino di PalazzoVecchio», come dire, l
animo toscano, per quanto irriveren-te e ironico, è colmo di
p iet as
, e non può far troppo male. Èil popolo dello scherzo fatto sul serio e del serio preso perscherzo, di cui
Amici Miei 
è il manifesto; un uomo nato inquesta terra non può certo ricostruire il paese col cattivoumore: «A chi ci insulta rispondiamo con un sorriso» «Unosbadiglio ci seppellirà.» «[
] questi leader tristi del Pd»; leparole del sindaco di Firenze lasciano capire che la primalezione dello
Stil novo
sia combattere la noia col riso: en-tra in gioco la comicità, di cui i toscani sono indiscussimaestri. Ciondolando a destra e sinistra si sporge dall
idrala testa di Benigni, di cui Renzi imita le cadenze e con cuicondivide
pare
anche una sana passione per Dante,che (leggete in toscano:) «[
] era un ganzo! Amava l'amo-re, amava la politica, amava le passioni forti. Detta male: gligarbava vivere». Ma dal celebre comico egli assorbe ancheun certo modo di criticare, il «si fa per ridere eh,» con cui sipuò fare di tutto senza farsi odiare, dall
alzare la gonna allaCarrà a una veloce visitina ad Arcore.
ccc
Grazie alla comicità, ai comizi del giovane politico il pubbli-co si sganascia senza freno; è tutto un ridere, uno span-ciarsi: «Come farà a ridurre il debito pubblico di 400 miliar-di in soli 3 anni?» (sempre in toscano:) «Se rispondo puntoper punto, mi accuseranno di essere rimasto fermo al tem-po in cui partecipavo ai telequiz!».«Cosa risponde al dos-sier pubblicato dall
Espresso?» (come sopra:) «
il pianoesiste! L'hanno firmato non solo Verdini e Dell'Utri, ma an-che Luciano Moggi, Licio Gelli, Jack lo Squartatore e Capi-tan Uncino». È evidente come Renzi abbia mutuato daBoccaccio la battuta alla Chichibio, un ottimo metodo perevitare confessioni imbarazzanti e dimostrare al contempoun
intelligenza sagace. Con una capriola ribalta quella cheda Pirandello (
L
’ 
Umo r is mo
) a Tyteca (
Traité de l'argumen-t at ion
) era considerata la forza anti-retorica del comico, egrazie al coincidere del buffone col politico che valse il suc-cesso di Grillo, riesce ad asservire l
umorismo all
o rato ri a .Ha capito che l
Italia è un paese di paesini, dove l
uso didialetti e localismi ottiene più simpatizzanti che non la pa-dronanza della lingua
alta
- che pur proviene dal fiorenti-no. È grazie a questi che si propone in modo genuino, allamano, persino nel risolvere gli attriti: «Abbiamo litigato, cisiamo chiariti davanti ad una bistecca alla fiorentina».
ccc
Bisogna però prestare attenzione; la toscanità nonmanca di trappole, come ad esempio l
umorismo eroti-co, inadatto a una campagna elettorale. L
idra renzianadecide dunque di decapitare la testa spennacchiata diCeccherini a favore di quella buona e ricciuta di Pierac-cioni. Al pari dei personaggi del comico toscano, Renzinormalizza la carica dissacrante del dialetto, sostituen-do all
eros profano un più conveniente amor cortese. Alsesso preferisce così l
esaltazione della bellezza, conl
uso reiterato di «l
è una
osa meravigliosa/straordina-ria», talvolta anche doppio: «[
] le primarie sono un'oc-casione straordinaria e strepitosa».
Non manca poi il capoccione popolare di Panariello, chesuggerisce un paterno «boooni...» quando la platea mostrasegni di agitazione, e lascia intuire che i ruoli potrebberoessere invertiti, perché lui è uno di noi. L
idra della toscani-tà non tradisce neanche lo spirito della zingarata, e per lesue peregrinazioni utilizza un camper, dal quale si affacciacon una camicia bianca
talvolta a mezze maniche - pro-babilmente suggerita da un
altra delle sue teste, quellamarrone di Carlo Conti.Un vecchio proverbio toscano recita che
l'amore, l'ingan-no e il bisogno insegnano la rettorica
; cosa abbia spintoMatteo a quest
arte non è la domanda in questione, anchese è probabile che per ricostruire l
Italia sarà necessariocalpestare questo serpente che la mastica impunito da de-cenni, e non limitarsi a nasconderlo sotto una palata di ter-ra della maremma.
FRANCESCO D
ISA
Last show
dalla serie Winter Stories, 2007, C-Print 101,6x127 cm
CHI SIAMO E CHI (FORSE) SAREMO
Le fotografie di questo numero - a cura di Alessandro Imbriaco e FabioSevero - sono di Paolo Ventura (www.paoloventura.com), artista cheunisce fotografia, disegno e scenografia, tratte dai libri
Winter Stories
(ed. italiana Contrasto) e
The Automaton
(Peliti Associati). Il suo ultimolavoro
Lo zuavo scomparso
è attualmente in mostra all'interno di Fo-tografia - Festival Internazionale di Roma, presso il Macro Testaccio.Grazie a tuttii collaboratori, in particolare a CarloMazza Galanti perl
aiuto redazionale e a jumpinshark (di cui troverete un extra on line).Siamo su facebook (Orwell rivista)e twitter (@orwellp), e sabatoprossimo in edicola.
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III
S A B AT O
6OTTOBRE 2012
LA QUASI MORTE DELLA COMMEDIA ALL
I T A LI A N A
Mostri e macchiette
LA DISSACRAZIONE JACOBSON
Se si può ridered el l
o r ro r e
di
DANIELA RANIERI
Quando gli dicono che è il Philip Roth britannico, lui risponde che pre-ferisce essere considerato il Jane Austen ebreo.E in effetti i suoi temi sono i sentimenti e il loro rovescio cerebrale, ilportato di pena e voluttà del tradimento, la condizione di stranieronella terra dell
amore e in quella, promessa, del suo popolo, la cui fre-quentazione nel ghetto di Manchester gli suscita alternativamente ri-brezzo, compassione e una specie complicata di sedotta indifferenza.Ha vinto il Man Booker Prize con
L
’ 
enigma di Finkler 
(Cargo edizioni) incui affronta il tema insidioso dell
antisemitismo ebraico, con un prota-gonista inetto che somiglia «un po
, vagamente» a Brad Pitt. Poco pri-ma, con
Un amore perfetto
(sempre Cargo), aveva dimostrato la forzaatletica, anzi acrobatica della sua scrittura, raccontando, in sostanza,l
ebbrezza di venire traditi dalla propria moglie.Con
Kalooki nights
, il suo capolavoro, riesce in quello che a nessuno èvenuto mai in mente di fare. Intrecciando il racconto della sua adole-scenza in compagnia del complessato Manny in un sobborgo ebraicodi Manchester con quello del presente in cui deve rintracciarlo per far-gli dire in tv i motivi per cui ha ucciso i genitori (ebrei ortodossi e mor-tiferi), ritorce nevroticamente un filo spinato dentro questa doppiaelica: si tratta del para-racconto - forse una fantasia infantile trasci-nata nell
età adulta e avvitata nella coazione a sposare donne gentili(cioè non ebree) se non proprio ariane
la cui voce narrante è un pri-gioniero a Buchenwald che languisce d
amore per Ilse Koch, la mogliedel comandante del campo Karl Otto Koch, nota alla Storia come
laputtana di Buchenwald
. Quello che riesce a fare Jacobson è incredibi-le: col registro piano della testimonianza tragica, mostra al lettore il ri-svolto inquietante dell
orrore eccezionale, fino ad infrangere il limitesupremo dei racconti della Shoah, quello della fascinazione erotica perl
aguzzino, e di una voluttà della sconfitta che solo in parte coincide colmasochismo. Il risultato è quello di impastare nel lettore una gammadi emozioni che vanno dalla rabbia alla commozione fino al sospettodi essere stato manipolato, provocato fin nel midollo a percepire latensione erotica nel contesto storico più spaventoso che esista.
ccc
Il suo ultimo libro
Zoo time
(edito a Londra da Bloomsbury Publishinge non ancora tradotto in Italia), è un
allegoria dell
estinzione
dellascrittura, dell
editoria, del matrimonio, della civiltà - in cui alcuni temia lui cari come l
impraticità del protagonista maschile, il misantropi-smo offeso, la ricerca del dolore e di tutti i tipi di bruciante sconfitta,l
intricata ilarità delle situazioni umane, la capacità di nuocere degli in-dividui comuni, l
aspetto ferale, dozzinale e sublime dell
e ro ti s m o ,vengono condotti fino all
apo t eo s i .Guy Ableman (il nome è un
allusione a un tizio qualunque antifrastica-mente definito
abile
, cioè
p o ene
) è uno scrittore fallito, ma non defi-nitivamente: piuttosto, è uno scrittore continuamente fallimentare. Èsposato con la complicata Vanessa, ma vuole portarsi a letto la suo-cera. Scrive libri di un
ambiguità sessuale furiosa e lacerante che vie-ne rimestata dalla sansa torbida della provincia inglese, producendoun
anamorfosi frustrante
perché la realtà per lui è sempre deluden-te - dell
ispirazione che gli viene da D. H. Lawrence e Henry Miller.
L
’ 
af - finità tra l 
’ 
uomo e lo scimmia 
(il primo libro di Guy si intitola
Who Givesa Monkey?
, più o meno Chi se ne frega?), da ipotesi letteraria di libertàe sfrenatezza erotica, si rovescia nella vita quotidiana in banale meta-fora dell
abiezione. L
esilarante memoir dello scrittore nevrotico pre-vede recensioni-merda su Amazon, cocktail con popolarissimi scrit-tori uxoricidi, editor depressi che gli consigliano di autopromuoversi sutwitter e poi si suicidano, incontri col mondo dei lettori, composto dacategorie - donne, gay, pluralità, amici dei bambini - che si sentonotutte ugualmente offese. Come conseguenza psicosomatica dellamancanza di reciprocità tra un sé ripiegato e sedentario e il mondoostile, l
autore impotente deve fronteggiare anche la stitichezza.
ccc
L
atmosfera che regna nel libro è quella della fine, in particolare delleparole.
Mai più
, come ne
Il Corvo
di Poe, è il leit motiv di ogni espe-rienza, dalla letteratura alla scelta del vino al ristorante. D
accordo conBataille che l
erotismo è «l
affermazione della vita fin dentro la mor-te», Jacobson sa che le parole della fine sono il più importante veicoloper la lussuria, ed è abituato a muoversi tra gli estremi vertiginosidell
esistenza; ma è in questo libro, in cui il narratore è insieme spec-chio beffardo dell
autore e suo degradante doppio, che la voluttà tra-gica del desiderio e del lutto che percorre tutta la sua opera si incarnain una scrittura che vuol dire contemporanemente sé stessa e la suas p arizione . La capacità inarrivabile di Jacobson è quella di conciliare gli opposticon un linguaggio ironico e anti-cinico, che prigiona insieme il veleno eil suo antidoto. L
agevolezza ingannevole del suo stile si avvita finoall
eccesso come la vite di Henry James: provocando fratture ai temiportanti dell
esistenza - la morte, il sesso, la colpa, la vergogna -emerge con la sua punta aguzza a ferirci e a farci il solletico. È questol
effetto più vorticoso che i suoi libri producono: quello di suscitare il ri-so sfrenato al cospetto dell
esti nzi o ne.
(segue dalla copertina)
Del satyricon in perenne espansione in cui viviamo non rimanetraccia nelle commedie giovanili in serie, nelle stucchevoli not-ti prima degli esami, nelle
p o chade
vacue di Salemme e affini.Una presenza perturbante come Ratzinger, un tempo, avrebbeacceso le contorsioni visive di Petri e Ferreri. Oggi, affiancatoda Checco Zalone, diventa un caratterista minimo, un vec-chietto bonario goloso di cozze pelose e con l
accento da Stur-mtruppen. Non è semplice trovare una misura per raccontareun contesto già barocco, senza sbracare nella volgarità com-piaciuta dei film natalizi. Implacabili nel replicare trionfalmentel
esistente, senza traccia di senso critico. Ci vorrebbero degliautori, autonomi e consapevoli dei propri mezzi. Ma anche lorosembrano in difficoltà. Emblematico il caso di Daniele Ciprì, re-centemente celebrato a Venezia. Nicola Ciraulo, protagonistadel suo
È stato il figlio
, sembra il rigurgito postumo di un cine-ma perduto. Ha la faccia dolente di Toni Servillo e vive in unaPalermo metafisica, circoscritta a grigi palazzoni di cemento.Un sottoproletario piccolo piccolo, primo parto autonomo delregista palermitano, esordiente alla regia solitaria dopo la se-parazione artistica da Franco Maresco.
ccc
La coppia partì dai lampi televisivi di Cinico Tv per inventare uncinema estremo, radicale. Affogarono la commedia all
italianain un gorgo grottesco, incastrando in abbacinanti campi lunghile macerie edili e umane di Palermo. Ingaggiando nelle perife-rie della città
 fr eaks
autentici, ridotti all
aprassia frontale e bi-dimensionale, come icone bizantine in decomposizione. So-spese tra la bruta fisiologia e un linguaggio disfunzionale, pienodi rantoli dialettali, tendente alla progressiva afasia beckettia-na. Nei primi anni novanta regalavano risate raggelanti a mal-capitate famiglie, sedute a tavola per cena, sintonizzate sullaRai Tre anarcoide di Angelo Guglielmi.Il loro cinema ne estremizzerà ulteriormente la poetica, trasci-nandola ai limiti dell
insostenibilità. Rendendo lancinante lanostalgia dell
umano, come scrive Emiliano Morreale ne
L
’ 
in -venzione della nostalgia 
(Donzelli, 2009).
È stato il figlio
i nduc einvece a pensare che Ciprì, accantonata la cupa profonditàteorica di Maresco, abbia ricominciato a credere nel cinemaamato, citandolo entusiasta e rinunciando a stuprarlo. Il suoCiraulo è una summa vivente della tradizione comica italiana.Canottiera unta e occhiali appannati, esibisce smorfie di com-piaciuta ebetudine, camminate di tronfia miseria, sussurri ec-citati. La figlia del protagonista viene uccisa per sbaglio, da si-cari maldestri. Ma il dolore svapora subito, bruscamente sop-piantato dalla brama per una Mercedes, da comprare con isoldi destinati alle vittime di mafia. Un oggetto del desiderioche innescherà nuove tragedie. Eppure nel film latitano quasidel tutto pathos e ferocia, nonostante alcuni intermittentilampi di regia. Celebrato a Venezia,
È stato il figlio
sembra unagalleria di personaggi tendenti al buffo, fondamentalmente in-no cu i.
ccc
Molto distanti dal pescivendolo napoletano protagonista di
Realit y 
, ultimo film di Matteo Garrone. Il regista romano eludegli stereotipi, cucendo il suo protagonista sull
aspra autenticitàdi Aniello Arena, detenuto e attore nel carcere di Volterra. Losguardo di Garrone gli ansima addosso, con attento pudore.Ne descrive senza cinismo la spasmodica attesa di una chia-mata nella casa del Grande Fratello, dopo un provino in cui haconfessato dolori e miserie, mai svelate nemmeno agli intimi.
Realit y 
racconta l
impatto di un brand al tracollo, soppiantatoda format più estremi. I cui effetti sono però penetrati da tem-po nel dna italiano: lo sversamento puntuale delle proprie me-stizie interiori per accedere a qualche istante di visibilità è untic ormai endemico, socialmente trasversale. Ma il protagoni-sta di Garrone rimane una vittima. Il mostro vero, il suo giovia-le carnefice, è rimasto fuori campo. È facile però immaginarlocome un autore televisivo dalle buone letture. Sorridente,quando ti confessa di non guardare più la televisione e di proi-birla ai suoi figli. Nel suo passato intravedi un eskimo e intuisciqualche molotov. Nel suo presente c
è solo un
affettata con-trizione per la deriva morale del mondo e per le spietate leggidell
audience. Con sommessa ferocia, passa i suoi giorni ascansionare menti fragili e poco strutturate, meglio se con unpassato ricco di traumi e disturbi alimentari. Nobilitando conbanale erudizione il proprio ruolo sociale:
In fondo il reality ècome la Commedia dell
Arte. Noi gli diamo un canovaccio, eloro fanno il resto
.
ccc
Paolo Sorrentino e lo stesso Garrone ne hanno scolpiti diversi,di personaggi così complessi, rivelatori. Ma rimangono due ec-cezioni isolate, eccentriche, in un panorama cinematograficoche tende a ripiegarsi su clichè da fiction televisiva. Il nostrocinema appare zavorrato da autocensure aprioristiche e limi-tazioni produttive, ostaggio di un mercato monopolista, impla-cabile nel banalizzare il gusto, più letale di qualsiasi forma dicensura. Non incide nessun immaginario collettivo e non cogliesintomi di un futuro possibile. Eppure, proprio in virtù di questosenso immanente di crisi, che sembra vanificare ogni leggecommerciale, bisognerebbe concedersi lussi autoriali sfrenati.Con la disperata vitalità di chi non ha più nulla da perdere.
GIUSEPPE SANSONNA
G.R.
dalla serie Winter Stories, 2009, C-Print 101,6x127 cm
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