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Resistenza 1993

Resistenza 1993

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Published by Virgilio_Ilari
Innovative political use and revisions of the Italian Resistence as a Civil War (1943-45) at the dramatic fall of the Italian First Republic (1993)
Innovative political use and revisions of the Italian Resistence as a Civil War (1943-45) at the dramatic fall of the Italian First Republic (1993)

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(Aggiornamento al 20 luglio 1993)
ITERPRETAZIOI E USI POLITICI DELLA
RESISTEZA ITALIAA
EL DIBATTITO DEI PRIMI AI '90
 
citare come: V. Ilari, "Das Ende eines Mythos. Interpretationen und politische Praxis des italienischenWiderstands in der Debatte der fr 
ü
hen neunzinger Jahre", in Peter Bettelheim und Robert Streibl (HG.),
Tabu und Geschichte. Zur Kultur des kollektiven Erinners
, Picus Verlag, Wien, 1994, pp. 129-174).
di Virgilio Ilari
“La riduzione a “pupi”, dei quali è ri-gidamente previsto ogni gesto e ogni bat-tuta, tanto da suscitare, al cospetto digrandi e remote epopee, l’impazienza del pubblico, ansioso della rasserenante conclusione, è l’esito estremo, e caricatu-rale, di ogni storia divenuta ‘sacra’."(Luciano Canfora,
 La sentenza
, 1985)
1. Le formule di Claudio Pavone: la Resistenza come "guerra civile" e intrecciodi "tre guerre" 
 
La celebre classificazione dei tre “tipi” di storiografia che compare nella seconda
Unzeitgemass
1
, sembra bene attagliarsi alla storiografia sulla Resistenza italiana: si puòinfatti sostenere che la
Storia della Resistenza italiana
di Roberto Battaglia (1953
2
) e
Una guerra civile
3
di Claudio Pavone (1991) segnano rispettivamente la primaconsacrazione della fase “monumentale” intesa come superamento della memorialistica
4
,e il culmine della fase “critica”, esplicitamente ispirata all’“esempio” di Henri Michel
5
.Una fase peraltro aperta nel 1977 da Sergio Cotta con
Quale Resistenza?
6
: “una propostadi interpretazione per trarla fuori dal mito in cui rimane tenacemente involta”, oggetto,anche da parte di Pavone, di un perdurante ostracismo “di sinistra” che rende involontarioomaggio alla sua importanza ermeneutica
7
. Fra queste due opere si colloca poi la fioritura“antiquaria”, promossa dall'Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazionein Italia (MLI) e dalla rete dei circa 60 istituti regionali e locali.Prevalgono nel libro di Pavone gli elementi di continuità con la storiografia precedente: l’autore riconosce del resto il proprio debito nei confronti del libro diBattaglia, definito “pionieristico”, e della successiva fioritura “antiquaria”, cui lo stessoPavone ha dato contributi fondamentali, e che considera l'indispensabile “retroterra” della propria opera. Eppure l’interpretazione di Pavone contraddice quella dominante in due
 
 
 punti essenziali, riconoscendo nella Resistenza italiana sia il carattere “anche” di vera“guerra civile” tra fascisti e antifascisti, sia l'intreccio di “tre guerre” diverse, “patriottica,civile e di classe”. In questo modo, pur respingendone le inferenze etico-politiche,Pavone rivaluta almeno in parte i punti qualificanti delle interpretazioni minoritarie ed“eterodosse”. Infatti la formula della “guerra civile” corrisponde sia alla visionefilo-fascista (implicando il riconoscimento di una relativa “rappresentatività” della RSI)
8
,sia a quella “azionista”
9
(implicando il primato morale e politico dell'antifascismo storicoe della guerra combattuta al Nord sugli altri protagonisti e sugli altri fronti della guerra diLiberazione). La formula delle “tre guerre” rivaluta invece, almeno in parte, le opposteinterpretazioni, rivoluzionaria e anticomunista, della Resistenza come prodromo di unasuccessiva “guerra civile virtuale” fra le diverse componenti della Resistenza, chenegavano significato strategico e permanente alla collaborazione “ciellenista”
10
basata sul“patto di unità antifascista”.Ovviamente
Una guerra civile
, malgrado il titolo possa richiamareapparentemente quello del libro pubblicato da Ernst Nolte nel 1988
11
, non rientra affattonella tendenza al “revisionismo” storiografico, che del resto in Italia ha riguardato finora più il fascismo regime che la RSI e la stessa Resistenza. Come ha rilevato OttoKallscheuer, il capitolo italiano del più generale dibattito che si è avuto in Europa sulla“demitizzazione” della Resistenza appare concentrato esclusivamente sulla sua valenza politica interna, come fondamento della “Repubblica dei partiti” ora messa in questionedalla cosiddetta “rivoluzione italiana”. In una prospettiva non italiana, e in particolaretedesca, può apparire sorprendente (e, ad essere giusti, quasi irritante) che in Italia si siatranquillamente ignorata la questione posta da Tony Judt nella sua “
 provokative Aufsatz über ‘Mythos, Gedaechtnis und nationale Identität im achkriegseuropa’”
, e cioè larottura delle “
offiziellen Versionen der nationale achkriegsgeschichte, ihr ‘Gründungsmythos’ vom nationalen Befreiiungskampf gegen die Deutschen
12
. Laquestione del “nemico” nazionale, del rapporto con la Germania, è stata in Italia del tuttodisgiunta dalla questione della Resistenza e del suo rapporto con l’identità nazionale.Dissimulate entrambe dietro una sempre più stanca e sterile riproposizione rituale della polemica antinazista e antifascista, segnalando anche a questo propositoquell’esaurimento della cultura storico-politica nazionale che costituisce uno dei sintomidella crisi italiana di fine secolo.Certo la formula della “guerra civile” non ha mancato di suscitare “sconcerto” e“contrasto di opinioni molto animato”: ma Norberto Bobbio l’ha condivisa, osservandoche essa ha in Pavone “un significato descrittivo molto preciso, e come tale à unsignificato emozionalmente neutro, né negativo né positivo”, tale da consentire unavalutazione non “emozionale”, bensì politologica e giuridica del dato storiografico.Tuttavia, decisivo per l’interpretazione della guerra antifascista e di classe del 194345come “guerra civile” appare a Bobbio il fatto che Pavone vi riscontri quella“criminalizzazione” del nemico da cui Carl Schmitt e poi la storiografia revisionistahanno ricavato la tesi del carattere “civile”, più che “interstatuale”, della stessa secondaguerra mondiale
13
.
 
 
2. La visione azionista: la "guerra civile" come legittimazione del nesso Resistenza-antifascismo storico
 
L'altra formula, quella delle “tre guerre”, è passata invece quasi inosservata
14
, a parte le riserve di Luciano Canfora e l’esplicita adesione di Bobbio
15
, entrambe coerenticon le rispettive matrici culturali, “togliattiana” e azionista. Eppure essa merita unapprofondimento particolare.Com’è noto, sotto il profilo giuridico la legislazione italiana (del Regno, delCLNAI
16
riconosciuto come “autorità di Governo” nel 1944, e della Repubblica)qualifica ufficialmente la Resistenza talora come sinonimo, e più spesso come aspetto particolare della guerra “di Liberazione nazionale” condotta dall’Italia in situazione di“cobelligeranza” con gli Alleati nel periodo 9 settembre 1943 - 1° maggio1945. Inquest’ultima vengono ricomprese sia le operazioni delle forze regolari inserite nelleArmate alleate, sia quattro diverse “resistenze”: quella delle forze regolari neicombattimenti del settembre 1943; quella dei militari passati successivamente con glieserciti partigiani in Francia e nei Balcani: quella degli “internati militari italiani” (IMI)in Germania: infine la Resistenza per antonomasia, cioè quella delle forze partigiane edelle organizzazioni clandestine (“autonome” ovvero “di partito”) nel territorionazionale occupato.La distinzione fra le “tre guerre” riguarda esclusivamente quest'ultima, cioè la“Resistenza in senso proprio e forte, combattuta nel Nord, politicamente e militarmente,da una cospicua minoranza”
17
. Soltanto questa può essere propriamente giudicata“anche” una “guerra civile”: ed è proprio questo che ne giustifica il “primato” morale e politico rispetto alle altre
18
, in quanto condotta prevalentemente da volontari civili e sottola direzione non solo politica, ma anche militare dell'antifascismo storico. Inoltre essasottolinea la diversità qualitativa della Resistenza italiana rispetto a quelle del restodell’Europa Occidentale e Settentrionale, collegandola con un “fenomeno tipicamenteitaliano, di politica interna”, quale l’antifascismo
19
.La formula di Pavone assevera la visione “azionista” della guerra partigiana,teorizzata da Ferruccio Parri, presidente del CLNAI e capo del primo Governo deldopoguerra: al tempo stesso “patriottica” e “civile” (in quanto “antifascista”), ma proprio per questo “unitaria” e “nazionale”, un “Secondo Risorgimento” caratterizzato rispetto alPrimo dal primato politico-militare della “guerra di popolo” sulla “guerra regia”
20
. Lavisione azionista ampliava il concetto di “Liberazione nazionale”: non solodall’occupante e dai fascisti di Salò, ma dal “fascismo” (inteso in senso traslato, come“rivelazione” di vecchie tare nazionali
21
). Non solo essa innestava la Resistenza italianasull’antifascismo
22
, ma comprendeva entrambi, insieme alle lotte passate e future per l’emancipazione sociale, in un “Movimento di Liberazione” liberal-socialista a caratteretransnazionale
23
. L'autoscioglimento del Partito d’Azione nel 1947 non indicava che isuoi esponenti (confluiti nei partiti laici e socialisti) considerassero concluso il compitoche si erano prefissi. Anzi fu proprio la cultura azionista a sollevare per prima, neldopoguerra, il tema della “
esistenza”
24
, ovvero della “Resistenza tradita” dal prevaleredelle componenti reazionarie e cattolico-moderate.

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