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GUERRE DI COALIZIOEE OPERAZIOI COMBIATE
di Virgilio Ilari
 
Un problema poco studiato
Dalla guerra di Troia alle Crociate fino alla guerra del Golfo la maggior parte dei conflittiarmati internazionali è stata caratterizzata dall’intervento di coalizioni di Stati contro undeterminato avversario e talora dallo scontro fra coalizioni contrapposte. Senza contare i conflitti,soprattutto guerre civili, in cui, pur senza intervento diretto né comandi integrati, le missionimilitari straniere hanno comunque assunto di fatto la direzione strategica e operativa delle forzeassistite, come fecero, in questo secolo, i consiglieri sovietici in Spagna e nell’Ogaden e quellistatunitensi in Laos, Cambogia e Centroamerica.Malgrado ciò, “guerra di coalizione” e “operazioni combinate” condotte da “forzemultinazionali” sono argomenti alquanto trascurati dalla letteratura militare. Il lettore che nonabbia familiarità con questa particolare letteratura, può facilmente constatarlo consultando lerelative voci dell’
 International Military and Defense Encyclopaedia
(curata dal colonnelloTrevor N. Dupuy e pubblicata dalla Brassey’s US nel 1993), redatte entrambe dal tenentecolonnello Albert D. McJoint (“Coalition Warfare” e “Combined Operations”, II, pp. 533-7 e579-89). Entrambe hanno infatti un carattere quasi pionieristico, confermato dalla obbligatagenericità dei rinvii bibliografici. Altri autori assumono il problema dei comandi multinazionalinel contesto tecnico della “guerra di teatro” (cfr. Thomas Gardner,
Command Structure for Theater Warfare
, Government Printing Office, Washington, 1984). Naturalmente gli studi analitici e propositivi riguardano essenzialmente l’esperienza della NATO e delle forze di pace dell’ONU, mentre la storiografia ha svolto una funzione ancillareoccupandosi principalmente delle esperienze che hanno preceduto e direttamente influenzatol’organizzazione nordatlantica, cioè la cooperazione e l’integrazione militare anglo-americanadurante le due guerre mondiali. Non mancano però contributi più recenti su altre vicendestoriche, ad esempio la cooperazione e l’integrazione fra le Potenze dell’Asse. Anzi l’analisi delnuovo assetto militare italo-tedesco stabilito nel 1941 a seguito dell’intervento tedesco neiBalcani e nel Mediterraneo è servita a comprendere e periodizzare la guerra italiana del 1940-43,definendo più chiaramente il mutamento strategico e organizzativo che differenziò la fase della“guerra parallela” dalla fase della “guerra dell’Asse”.Per quale ragione lo studio delle coalizioni e delle operazioni combinate è stato così alungo trascurato? Anzitutto, a differenza delle alleanze permanenti - come il Sacro RomanoImpero, il Patto di Famiglia, la Santa Alleanza, la Confederazione Germanica, il Commonwealth,l’ONU, la NATO, l’UEO, il Patto di Varsavia, la CSI - le coalizioni militari sono forme dicooperazione internazionale per obiettivi limitati e contingenti.Per questa ragione la documentazione relativa è quasi esclusivamente nazionale. Mancainfatti una burocrazia analoga a quella delle organizzazioni permanenti, preposte come vestali alculto dello spirito fondatore e degli scopi comuni. Per quanto siano formate da rappresentantinazionali, queste burocrazie vigilano anche sulla tutela degli interessi comuni ed esprimono un punto di vista autonomo e diverso. Invece, come osserva anche McJoint, le coalizionitemporanee non producono un “patriottismo” multinazionale: piuttosto rinfocolano i pregiudizinazionali. Nel loro caso la cooperazione è incentrata sulla condotta effettiva della guerra e consiste
 
 
in un continuo, laborioso e precario bilanciamento di interessi continuamente influenzati dallevicende belliche, e che perciò modifica l’originario equilibrio interalleato a favore di alcuni Statie a danno di altri.Conclusa la guerra e cessato l’effetto della propaganda interna a favore dei
 partner 
,riemergono tutti i rancori e le polemiche accumulate, amplificate dall’interesse ad appropriarsidei meriti e scaricare le colpe, sia in caso di vittoria che di sconfitta. Ciò si riflette sullestoriografie nazionali. Le storie diplomatiche enfatizzano i contrasti, quelle militari minimizzanoil contributo alleato e le decisioni comuni, come avviene anche per le operazioni combinatecondotte da più forze armate di una stessa nazione (esercito o marina? regolari o partigiani?).Patriottismo nazionale e spirito di corpo ostacolano non solo una corretta valutazione delleoperazioni combinate a carattere multinazionale o semplicemente interforze, ma anche lacapitalizzazione tecnica delle esperienze, rendendo più difficile analizzare e correggere difetti ederrori.Del resto, per quanto insufficiente, l’approccio nazionale al problema delle coalizioni nontradisce la realtà. Poche guerre di coalizione hanno assunto, e soltanto temporaneamente, unospiccato carattere multinazionale. Sotto questo aspetto la guerra del Golfo e lo stesso interventodelle Nazioni Unite in Somalia sono meno interessanti della “battaglia delle Nazioni” (Lipsia,1813), degli interventi della Santa Alleanza, della guerra dei Boxer, della spedizione di Suez edella guerra di Corea.Molte guerre di coalizione sono state condotte anche mediante mere “cobelligeranze” oguerre “parallele”, talora rimaste del tutto indipendenti non soltanto sotto il profilo militare, maanche sotto l’aspetto giuridico. Ad esempio guerre formalmente “bilaterali” come le aggressionisovietiche a Polonia e Finlandia e le cobelligeranze italiana e romena contro la Germania sonorimaste giuridicamente distinte dalla seconda guerra mondiale combattuta tra le Nazioni Unite ele Potenze dell’Asse, la quale ha invece riassorbito, almeno nell’ultima fase, il precedenteconflitto cino-giapponese.Per analoghe ragioni formali la stessa storia militare non ha finora studiato in modounitario quella che fu probabilmente la più vasta coalizione della storia, e cioè quella del 1780-83che vide l’Inghilterra sola contro tutti, non soltanto in guerra con le Tredici Colonie ribelli e conla Francia, la Spagna e l’Olanda, ma aggredita anche dall’ostile neutralità armata della Lega Nordica promossa da Caterina di Russia.
 Le osservazioni di Clausewitz (VIII, ix, D)
 Dato che l’unico vero libro sull’essenza della guerra è il
Vom Kriege
, non devesorprendere che sia Clausewitz l’unico autore classico ad aver esaminato, sia pure in modoincidentale ed ellittico, la questione dell’alto comando nelle guerre di coalizione, tema cheovviamente è del tutto ignorato dal suo protodetrattore Jomini, benchè nel
 Précis de l’art de la guerre
(ed. 1855, ristampa anastatica 1973) compaia uno specifico capitolo sull’alto comando(pp. 121 ss.). In quest’opera il tema è sfiorato appena a proposito delle guerre che Jominidefinisce “guerre di intervento” (pp. 49 ss.), limitandosi a due osservazioni abbastanza triviali.Una è che conviene disporre di alleati (p. 48). L’altra che la maggior parte delle coalizioni fallì per aver dimenticato tre precauzioni: scegliere un comandante in capo al tempo stesso politico emilitare; accordarsi bene con gli alleati sui rispettivi ruoli; determinare un obiettivo in armoniacon gli interessi comuni” (p. 54).Anche l’autore del
Vom Kriege
intendeva dedicare all’alto comando uno specificocapitolo, che annunziò nel suo testo incompiuto ma che la sorte avversa gli impedì di scrivere.Con ogni probabilità in questo capitolo avrebbe analizzato anche la questione del comandocongiunto di forze coalizzate, dal momento che alcune brevi annotazioni in proposito si trovanonell’ultimo capitolo (il ix del libro Ottavo, dedicato al “piano di guerra mirante all’atterramento
 
 
dell’avversario”), in particolare nel paragrafo “D) ripartizione dei compiti”. Per inciso, queste brevissime osservazioni sono probabilmente il miglior commento finora mai scritto sullastruttura militare delle sette Coalizioni antifrancesi del 1792-1815.In rigorosa concatenazione logica con la sua fondamentale distinzione tra “obiettivo”(
 Ziel 
) militare e “scopo” (
 Zweck 
) politico della guerra, Clausewitz scrive che la differenza tra leArmate coalizzate e quelle ausiliarie sta nel fatto che le prime hanno tra loro scopi politici(
 Zwecken
) “indipendenti”. Un corollario implicito è che nel caso delle Armate ausiliarie lo scopo politico non è “indipendente”, bensì subordinato a quello della potenza egemone.Altro corollario implicito è che l’indipendenza degli scopi perseguiti dai singoli coalizzaticostituisce la particolare vulnerabilità delle coalizioni, come dimostra l’esperienza di quelleantifrancesi, cinque delle quali vennero infrante dall’efficace strategia rivoluzionaria e poi dallemagistrali campagne di Napoleone. Clausewitz ne trae la conseguenza che la struttura ottimaledelle Armate coalizzate consiste nello spingere l’integrazione multinazionale delle forze al minor livello tecnicamente possibile, perchè ciò “rende molto più difficile ai governi l’isolare irispettivi interessi”. L’integrazione militare ha dunque soprattutto un obiettivo politico: è uncollaudato meccanismo “antidefezione”.Clausewitz aggiunge però che assai di rado si verifica una tale “intimità e comunanza diinteressi” da consentire la soluzione ottimale. Probabilmente questa è una delle affermazioniellittiche e fuorvianti che l’autore intendeva modificare nella progettata revisione del manoscrittoincompiuto. Infatti è facile ribattere che tanto più gli interessi sono realmente “comuni”, tantomeno vulnerabile è la coalizione e dunque tanto meno necessaria è l’integrazione multinazionale. Ne consegue che i fattori determinanti dell’integrazione non sono la mera “intimità e comunanzadi interessi”. Quale altro, allora?L’unico esempio concreto di integrazione multinazionale citato da Clausewitz è quellodella Sesta Coalizione (1813-14), quando i Corpi d’armata nazionali vennero riuniti in Armatemultinazionali. In quell’occasione il fattore determinante fu, secondo Clausewitz, “il pericolo”che “spinse tutti” verso tale soluzione. L’autore non specifica la natura del “pericolo”.Certamente era Napoleone. Ma per andare oltre la mera cobelligeranza non era sufficiente il
metus hostilis
che aveva animato le precedenti coalizioni antifrancesi: occorreva anche unacomune percezione delle catastrofiche conseguenze di un ennesimo scollamento.Ma una comune percezione del pericolo è in fondo un caso particolare di riconosciuta“comunanza di interessi”. E se davvero “tutti” i coalizzati si rendevano conto nella stessa misuradel “pericolo”, perchè avrebbero dovuto assicurarsi reciprocamente con un meccanismoantidefezione? Lo stesso Clausewitz, poche righe più avanti, suggerisce implicitamente che larealtà fosse differente. Elogia infatti lo Zar, il quale, pur vantando il contingente più numeroso eil maggior merito nell’aver determinato la situazione propizia alla definitiva sconfitta di Napoleone, accettò di passare le proprie truppe al comando di generali austriaci e prussiani,“rinunziando all’ambizione di entrare in guerra con un’Armata russa autonoma”.Solo lo Zar poteva farlo, proprio perchè era più forte degli altri due sovrani suoi alleati.Inoltre l’invasione subita nel 1812 rendeva più acuta la sua percezione del “pericolo”.L’apparente eccezione del 1813 conferma dunque la regola delle coalizioni precedenti:l’integrazione militare non si verificò perchè gli interessi, le percezioni e gli scopi dei singolicoalizzati si fossero interamente identificati con quelli “comuni”; piuttosto perchè restavanoabbastanza differenti da consentire deleghe di sovranità non pienamente reciproche o paritarie.Comunque sul sistema “ottimale” Clausewitz non si dilunga, proprio perchè ha constatatoche si tratta di un’eccezione. Quel che gli preme è invece individuare il criterio generale. Lastoria militare gli dimostra infatti che “la peggiore delle combinazioni è sempre quella in cui duegenerali in capo indipendenti, agenti a nome di potenze distinte, si trovano in un solo teatro diguerra, come si verificò spesso nella guerra dei Sette anni con i Russi, gli Austriaci e l’esercitodei Circoli” (formato dai contingenti tedeschi del Sacro Romano Impero). La ragione è che la
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