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Una grammatica del male. Wittgenstein e la finitezza del senso by L. Distaso

Una grammatica del male. Wittgenstein e la finitezza del senso by L. Distaso

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UNA GRAMMATICA DEL MALE.
WITTGENSTEIN E LA FINITEZZA DEL SENSO Leonardo V. Distaso Università di Roma “La Sapienza” Napoli, Palazzo Marigliano, 6 maggio 2008 1. Nel 1939 Wittgenstein tenne un corso all’Università di Cambridge all’interno del quale vi era un breve ciclo di lezioni dedicate alla libertà del volere. Sono gli anni in cui Wittgenstein lavora, all’interno del suo laboratorio permanente, all’attuazione di quella che gli storiografi hanno chiamato la fase di passaggio dalla grammatica a
UNA GRAMMATICA DEL MALE.
WITTGENSTEIN E LA FINITEZZA DEL SENSO Leonardo V. Distaso Università di Roma “La Sapienza” Napoli, Palazzo Marigliano, 6 maggio 2008 1. Nel 1939 Wittgenstein tenne un corso all’Università di Cambridge all’interno del quale vi era un breve ciclo di lezioni dedicate alla libertà del volere. Sono gli anni in cui Wittgenstein lavora, all’interno del suo laboratorio permanente, all’attuazione di quella che gli storiografi hanno chiamato la fase di passaggio dalla grammatica a

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UNA GRAMMATICA DEL MALE.
WITTGENSTEIN E LA FINITEZZA DEL SENSO
 Leonardo V. Distaso
Università di Roma “La Sapienza” Napoli, Palazzo Marigliano, 6 maggio 20081. Nel 1939 Wittgenstein tenne un corso all’Università di Cambridge all’internodel quale vi era un breve ciclo di lezioni dedicate alla libertà del volere. Sono gli anniin cui Wittgenstein lavora, all’interno del suo laboratorio permanente, all’attuazionedi quella che gli storiografi hanno chiamato la fase di passaggio dalla grammatica aigiochi linguistici: gli anni del
 Big Typescript 
compiuto intorno al 1933 (pubblicatonei volumi XII-XIII della
Wiener Ausgabe
, e che comprende la fase tra le
 Philosophische Bemerkungen
del 1929-30 e la
 Philosophische Grammatik 
del 1934-36), del
 Blue and Brown Books
, rispettivamente del 1933-34 e del 1934-35 e infinedelle
 Philosophische Untersuchungen
del 1945-49 coronate dalle
 Bemerkungen über die Philosophie der Psychologie
del 1946-49.Gli appunti dattiloscritti relativi a queste lezioni del 1939 furono raccolti daYorick Smythies, amico e studente di Wittgenstein, e inseriti nel microfilm di CornellUniversity curato da Norman Malcolm e Georg von Wright. Furono pubblicati una prima volta nel 1976 in “Philosophia” e poi in
 Philosophical Occasions
nel 1993. Litroviamo ora in italiano in edizione Einaudi 2006
1
.2. Ma prima di analizzare quanto Wittgenstein enuncia nelle lezioni vorreiricordare, per sommi capi, una storia che conosciamo tutti.Ci raccontano che vi fu un tempo in cui l’Uomo (
 Adam Qadmon
) si trovava inuna condizione che potremmo definire di
immanenza
rispetto all’ambiente esterno,una condizione incomprensibile date le circostanze in cui siamo abituati a sentirci e amuoverci, a percepire e a pensare. In quella condizione edenica, la separazione tra lefacoltà era del tutto assente, per cui spazio e tempo, percezione e senso, pensiero eazione erano tutt’uno e inseparati. Ci dicono che questo fantastico
 posto
fosse ungiardino a oriente di quel che era stato creato – il Cielo e la Terra – e che si chiamasseEden (Gen 2, 8), che fosse il luogo dell’uninella totalie con la totali,dell’immanente
 partecipazione
alla totalità inconoscibile, ma intuibilenell’atemporale condizione di unità fra i sensi e l’intelletto, tra l’interno e l’esterno.Dante ci fornisce un’immagine poetica nel finire del suo viaggio di questa unitotalità:“Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna: / sustanze e accidenti e lor costume / quasi conflati insieme,
1
 
Ludwig Wittgenstein,
Causa ed effetto, seguito da Lezioni sulla libertà delvolere
, trad. it. di A. Voltolini, Einaudi, Torino 2006, pp.59-78. Sullfargomento si
 veda lfimprescindibile saggio di Antonia Soulez che accompagna lfedizione in
 francese delle lezioni:
Leçons sur la liberté de la volonté, suivi de Essai sur lelibre jeu de la volonté
, PUF, Paris 1998.
1
 
 per tal modo / che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.” (Paradiso, XXXIII, 85-90).Di fatto, a dire il vero, tutte queste divisioni non vi erano: v’era solo unità nellatotalità, e questa
unitotalità
era assoluta: il soffio vitale (
ruah
) che anima
 Adam
lo favivere non nel senso della vita, ma nel senso del vento di Dio che soffia come dono ecome forza a cui si partecipa nell’abbandono dell’unico respiro (Gen 2, 7).Poi è accaduto un evento, forse
l’evento
come tale,
l’inizio eventuale
, che ha preso il nome di
caduta
. Con la caduta (metafora che immagina una discesa dall’altoin basso), avviene la separazione da quella condizione di immediatezza: avviene larottura dell’immediatezza e la perdita, definitiva, della condizione di immanenza.Con ciò l’inizio della
separazione
, l’inizio della
distanza
e della
trascendenza
chedetermina e accompagna la scissione delle facoltà, l’origine del tempo e dello spazioe dunque l’inizio dell’abitare, dell’esistere, del vivere: l’uomo cade nella vita, chiamala sua donna Eva (ossia
 Hawwah
, madre dei viventi); diventa egli una presenza nella
differenza
essenziale ma, soprattutto,
esistenziale
, caratterizzata perlopiù da dolore,sofferenza, pianto (Gen 3, 14-20).L’uomo cade nella vita vivente, che è separazione originaria causata dallaconoscenza della differenza tra bene e male, ma poiché fu detto: “Tu potrai mangiaredi tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del malenon devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Gen 2,16-17), allora la
morte
della vita sospesa dall’alito della
ruah
, non è che
l’inizio dellavita
 
esistente
, della finitezza che conduce al lento e progressivo morire, all’essere-per-la-morte che coincide col destino che accetta e sopporta la vita nel suo peso e nellasua destinazione. La separazione avvenuta attraverso la caduta stabilisce la nettaopposizione tra bene e male posta, all’inizio, nell’inconoscibile, e ora presente nellafinitezza che desidera conoscere quello che un tempo era dato immediatamente eindissolubilmente.3. Questo è il racconto, questa è la storia narrataci. Da questa storia possiamotrarre subito una prima considerazione: la differenza tra bene e male, così chiamati, è possibile solo all’interno di una prospettiva che esclude la partecipazione vitaleall’unitotalità edenica. In altre parole, i concetti di “bene” e “male” sono possibilisolo se la separazione essenziale è già avvenuta, solo se l’uomo è già caduto nellavita – nell’esistenza – e sono pensabili e interpretabili solo nell’orizzonte compiutodella caduta che separa l’uomo dall’unitotalità e dalla compresenza immediata coldivino. “Prima” della caduta la differenza tra bene e male non si pone, non è data,anzi: è vietata. Questo determina altresì che la differenza tra bene e male, basata sulla possibilità di comprendere
 socraticamente
“il bene” e “il male”, si dà soltantoall’interno di una prospettiva onto-teo-logica, ossia solo se l’uomo, nella suaesistenza separata da Dio, ne riconosce la sua esistenza e la sua potenza.In altre parole, solo se l’uomo è e si considera come un
caduto nella finitezza
ericonosce e ritiene che Dio vi sia, che esista anch’esso, sono date le idee di bene emale. Se Dio non esistesse o non fosse riconosciuto dall’uomo esistente, non avrebbesenso parlare di bene e male, allo stesso modo, paradossalmente, di come non avevasenso sapere della differenza di bene e male stando nella condizione di partecipazione
2
 
immanente edenica.Detto così sembrerebbe che non abbiamo enunciato nulla di nuovo. Prendiamoin considerazione strettamente il male. Se il male è qualcosa (e pare che lo sia, a dettadi Tommaso) e tutto viene da Dio, allora anche il male viene da Dio, non solo comeente di ragione, ma anche come qualcosa che esiste nelle realtà naturali: ossia il maleè posto da Dio nella differenza col bene, è creato all’origine, ed è consentito nel suoagire
2
. Il punto, però, non è tanto quello di sapere se il male viene da Dio o è in Dio – come ha tragicamente rivelato di recente Pareyson – ma quello di comprendere checiò che chiamiamo “bene” e “male” è considerato tale solo e unicamente nella prospettiva onto-teo-logica dell’esistenza e della presenza di Dio. Solo se Dio è ed è presente nella vita dell’uomo esistente, allora ciò che chiamiamo “male” ha motivo diesser chiamato tale: altrimenti qualsiasi cosa siano il dolore, la sofferenza, l’angoscia,l’agire distruttivo, la guerra, eccetera eccetera, essi sono quello che sono, ma non hasenso chiamarli “male” o risvolti, stati, espressioni, manifestazioni del cosiddetto“male”.Se le cose stanno così, allora la posta in gioco può diventare quella, anch’essanon una novità, della possibilità di un’etica che non sia legata alla presenza di Dio edi suoi eventuali precetti, comandamenti e leggi; un’etica che non abbia più a che farecon il concetto di male (e di bene, ovviamente).È dunque possibile un’etica dell’uomo vivente che prescinda dall’idea di bene edi male? Ossia un’etica che sia interamente al di qua della caduta tanto che puòdefinitivamente prescindere dal racconto della caduta, considerarlo come tale e quindinarrarlo come tale, senza costuirci su un’etica basata sul fondamento non umanodell’alterità assoluta? È possibile un’etica senza bene e male, ossia senza che l’agire,il volere, lo scegliere e l’esistere siano letti alla luce dei concetti di bene e di male?Per fare questo, se è vero quanto abbiamo detto sopra, dobbiamo pensare che ciòsia possibile solo se usciamo dalla prospettiva onto-teo-logica, se riteniamo che Dionon sia affatto e che tutto l’orizzonte della narrazione del racconto originario sia unenorme paradigma che ci ha imposto l’oscillazione permanente di questi due concetti,la loro continua e incessante problematizzazione, comprese le loro inevitabili esfacciate ambivalenze. Nient’altro.Se Dio non c’è, allora tutto è permesso? No, se Dio non c’è si dà l’avvio alla possibilità di permettere qualcosa che sia propriamente umano, si apre l’orizzonte del possibile che scavalca definitivamente il
necessario
legato alla potenza della presenzaeterna di Dio. Si supera lo stato in cui se Dio c’è, allora niente è permesso perchétutto è necessario, anche l’incomprensibile, in quanto volontà divina, legge divina,disegno divino.4. E ora torniamo a Wittgenstein. Analizziamo e commentiamo i passi decisividelle sue lezioni seguendone lo svolgimento.Inizialmente Wittgenstein mette in relazione la capacidi una persona di prendere delle decisioni e fare delle scelte, con le leggi naturali: se la storia delle persone è determinata da leggi naturali, da un complesso ampio di leggi naturali,
2
 
 Tommaso,
Il male
, trad. it. di F. Fiorentino, Bompiani, Milano 2007, pp. 97-101.
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paolo1499 added this note
finalmente posso aggiornare il titolo. Purtroppo l'upload era stato fatto in condizioni di connessione precarie con involontario multiplo send. Il paper è a mio avviso estremamente interessante, anche se non lo condivido. Il tentativo di salvare la libertà contro gli assoluti, siano essi scientifici oppure metafisici, non può riuscire. Al di fuori dell'assoluto, comunque lo si intenda, niente è.
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