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A.juvarra-Il Canto e Le Sue Tecniche

A.juvarra-Il Canto e Le Sue Tecniche

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Antonio JuvarraIl canto e le sue tecnichetrattatoRICORDI 1996ISBN 88-7592-047-8IndicePrefazione pag. 4IntroduzioneI principi che regolano l'emissione corretta 71. Le sensazioni fonatorie e la terminologia vocale 122. Le classificazioni vocali 183. Cenni anatomici e funzionali sulla fonazione 234. La realizzazione dell'appoggio nel canto 315. Il ruolo del fiato nell'emissione e l'evoluzione dell'appoggio 366. Il "passaggio" o meccanismo di copertura della voce 437. Aspetti fonetici della risonanza 488. Il controllo dei risuonatori 539. L'emissione "sul fiato" 6510. La percezione e il controllo mentale-immaginativo dell'emissione 6911. Gli approcci pedagogici nazionali al canto 81Conclusione 86Bibliografia 89PrefazioneCantare non e ovviamente cosa che si possa apprendere SOLO dai libri, ma dato che delle due ipotesi - costruire odistruggere una voce - la seconda è, se non la più frequente, di certo la più grave (essendo lo strumento "voce"insostituibile), riuscire a raggiungere uno scopo puramente "negativo" (la non-distruzione della voce) è daconsiderarsigià un risultato dei più importanti.Purtroppo l'elenco dei caduti continua a registrare nuove vittime dentro e fuori dei conservatori, oltrechè sullescene.Imputare questo stato di cose all'incompetenza degli insegnanti sarebbe riduttivo, anche se indubbiamente lacategoriadegli insegnanti di canto annovera un cospicuo numero di micidiali ciarlatani.È facile tuttavia rendersi conto come il nocciolo del problema non risieda semplicemente in una questione dicoscienzaprofessionale, quando si pensi che tutto sommato può andare incontro agli stessi pericoli anche l'allievo di uncantanteprofessionista. Questo può accadere perchè nel mondo del canto non sono rari i casi di persone che intraprendonoglistudi vocali avendo già a disposizione un'emissione del suono, ossia una tecnica, che altre raggiungono invecesoltanto dopo anni e anni di studio: è il fenomeno delle voci cosiddette "naturali", che non trova riscontronell'ambitodelle tecniche strumentali.È evidente ora che il problema di queste persone, una volta diventate insegnanti, è di tipo gnoseologico: non si puòcomunicare agli altri nè spiegare un processo, come quello vocale, di cui si è del tutto inconsapevoli, avendoloricevutoin dote casualmente.Ma la casistica degli insuccessi nell'apprendimento del canto offre esempi di altro tipo e non mi riferisco tanto aicasipiù eclatanti di tecniche vocali spudoratamente cervellotiche (più facilmente smascherabili a una prima verifica delrendimento sonoro) quanto a quelli più insidiosi in cui a una impostazione difettosa si accompagna un risultatoacusticotutto sommato apprezzabile. Tecniche vocali di questo tipo possono spesso sopravvivere e diffondersi anche perchèl'impegno vocale richiesto per esempio in un quinquennio di conservatorio non è tale da mostrarne l'intrinseca
 
fragilitàe inconsistenza, ma una volta applicate sul palcoscenico, non reggono alla prova di una carriera professionale.La spiegazione di questo fenomeno sta nel fatto che un suono, a parità o quasi di rendimento acustico, può essereemesso con un grado ben diverso di fatica laringea. Ne deriva che la correttezza di una tecnica vocale deve esseregiudicata innanzitutto misurandone il grado di affaticabilità, che a livello laringeo e faringeo deve essere zero, o perlo meno irrilevante. Chi, per fare un esempio, dopo aver cantato un'ora di seguito, accusa in questa zona sensazionidialgesia, di malessere o di fastidio per cui proseguire diventa non dico impossibile, ma gravoso semplicemente, puòstar sicuro che nella sua tecnica c'è qualcosa di sbagliato.In questo senso la nozione di bel canto racchiude in sè un significato universale di buona tecnica vocale (il "cantaresugli interessi e conservare il capitale della voce" del Rubini), prima ancora che un valore stilistico storicamentedeterminato, così come il canto spinto o quello poitrinée è il frutto di una cattiva impostazione che solo in unsecondomomento diventa anche scelta estetica per una specie di circolo vizioso. Purtroppo il principio in base al quale solol'emissione facile è l'emissione giusta difficilmente viene accettato per quello che è, cioè come un dato scientifico:talmente connaturata è in molti l'idea che l'"iniziazione" e il progresso in qualsiasi attività (quindi anche in quellavocale)debbano comportare sacrifici anche in termini di fatica e sforzo fisico, che molte volte il senso di costrizione e diaffaticamento laringeo, conseguente a una tecnica difettosa, viene erroneamente interpretato come fase normale diun"allenamento" indispensabile "per irrobustire le corde vocali".Siamo arrivati così al punto cruciale del nostro discorso: abbiamo visto che l'accettabilità dal punto di vista esteticodiun suono prodotto in base a una certa tecnica vocale non ne garantisce l'assoluta correttezza di emissione e d'altraparte gli insegnanti di canto dotati di un orecchio diagnostico così perfezionato da saper distinguere in base allesolequalità acustiche un suono bello e corretto da un altro quasi altrettanto bello, ma scorretto, sono rarissimi e siconfondono in mezzo ai tanti che, sprovvisti di questa dote, non possono che affidarsi all'empiria di metodi il piùdellevolte arbitrari, acriticamente ereditati dalla tradizione.In questa situazione di anarchia per cui ogni metodo vocale ne contraddice un altro, possono perpetuarsi leassurditàpiù nefaste in fatto di tecnica vocale; di qui la necessità di avvalersi del contributo della ricerca scientifica edidattica inquesto campo al fine di passare al vaglio quanto di giusto, di superfluo o di nocivo è contenuto nelle varie tecniche.Purtroppo da questo punto di vista la situazione nel nostro paese è di estrema arretratezza e bastino due fatti adimostrarlo: 1) dei pochi libri di canto pubblicati in Italia i più importanti hanno un'impronta storicistica osaggistica cosìpronunciata da risultare inservibili come trattati di tecnica vocale; 2) all'ultimo Congresso internazionale per laricercascientifica del canto, che ha recentemente riunito a Rotterdam foniatri, ricercatori scientifici, cantanti e insegnantidicanto di tutto il mondo, figuravano i nomi di due soli italiani, e di questi due nessuno è un insegnante di canto.Dove trovare la spiegazione di tale disinteresse? Forse nella nostra cultura idealistica, per la quale le faccende delloSpirito (fra cui rientra anche l'arte del [bel] canto) non devono avere niente a che fare con quelle della scienza edella tecnica (benchè, a dire il vero, lo stesso problema sia lamentato anche in paesi come l'Inghilterra a culturapragmatistica). Più verosimilmente le cause sono da ricercarsi nella mentalità e nella concezione della Voce comedono di natura che per secoli hanno avuto i nostri cantanti.Se come "primedonne" poterono permettersi molte volte il lusso di restare analfabeti musicali, una volta divenutiinsegnanti di canto avranno con tutta probabilità continuato a ritenere assolutamente superfluo l'approfondimento diunprocesso che per loro avrà sempre avuto i caratteri della "naturalezza", dell'"istintività" o della "soggettività".Oggi per fortuna anche in Italia (nonostante perduri nei conservatori un programma ministeriale ad usum cantorum)laforma mentis e la figura stessa del cantante e dell'allievo di canto stanno cambiando: sempre di più essi tendono aconsiderarsi ormai come semplici professionisti alla stregua degli strumentisti, sempre più di conseguenza siavverte

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