il
Ducato
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Il Montefeltro in un distretto
Oltre 30 comuni potrebbero consorziarsi per coordinare le loro politiche culturali
Il sindaco annuncia modifiche al Piano regolatore: “E’ vecchio di dieci anni, la città ha nuove esigenze”
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ualcosa bisognapur inventarsi. I tu-risti stanno diven-tando sempre piùparsimoniosi. En-trano in massa aPalazzo Ducale. Affollano,invece, meno numerosi, risto-ranti e alberghi cittadini. Gli stu-denti universitari, rendita preli-bata per gli affittacamere urbina-ti, cominciano a disperdersi. Lapubblica amministrazione, conle cure di Brunetta, difficilmentepotrà offrire ancora sbocco lavo-rativo ai giovani che rimangonoin città. Ed ecco, forse, la formulamagica: un distretto culturale,magari nel Montefeltro. Il sinda-co Corbucci la ripete con insi-stenza dall’inizio dell’anno.Urbino è una delle città d’arte piùimportanti d’Italia. Ma senza ilMontefeltro rischia di non anda-re troppo lontano. Per valorizzarea pieno la città ducale è indispen-sabile, secondo l’amministrazio-ne comunale, inserirla in un con-testo territoriale e culturale piùampio. Coordinare le politiche,l’offerta e le risorse culturali ditutta l’area montefeltrina, man-tenendo Urbino come traino:questo il compito preannunciatodel distretto. Il sindaco ne è tal-mente entusiasta, che per il di-stretto culturale è disposto a farele cose in grande. A cominciare dauna modifica del Piano regolato-re. Il Prg ha dieci anni e qualcunolo considera vecchio e inadegua-to rispetto alle nuove esigenzedella città. Ad opinione del segre-tario cittadino del Pd, LorenzoCeccarini, che insieme alla mag-gioranza è impegnato nella ste-sura del programma elettorale,“ci sono dei vincoli che oggi nonhanno più senso”. I cambiamentipotrebbero riguardare soprattut-to le aree periferiche e i nuclei ru-rali, che verrebbero sbloccati invista di ampliamenti e nuove co-struzioni. Vincoli che salterebbe-ro in nome del turismo. Lo scopoè, infatti, incrementare la capaci-tà ricettiva di Urbino.Cambierebbe anche la funzioneurbanistica di piazza Mercatale.Diventerebbe il “salotto buono”.Impreziosito, in futuro, dalla Da-ta restaurata e trasformata in Os-servatorio della città. La fiumanadi pullmann e l’ingombrante so-sta delle automobili verrebberodirottate verso il parcheggio san-ta Lucia. Qui, oltre alla costruzio-ne di un ascensore di risalita (sitratta della vecchia storia della fu-nicolare), dovrebbero sorgereanche nuove strutture di acco-glienza.Per quanto il progetto sia ancorain fase di elaborazione, sembramancare, al momento, un veraidea guida. Il Montefeltro è un’a-rea di risorse e ricchezze immen-se e il distretto culturale potrebbeessere una grande occasione. Bi-sognerebbe allora comprenderese l’intento è limitarsi ad un’ope-razione di rilancio turistico, per-correndo la strada battuta e ribat-tuta di percorsi enogastronomicie simili; se e come si intende faresistema con gli oltre trenta comu-ni coinvolti nel progetto; oppurese si tratta di una semplice azionedi coordinamento e nulla di più.Nell’enunciazione che Corbuccine ha fatto il distretto culturale sipresenta come una strutturamolto ambiziosa. Ne farebberoparte i paesi di quattro comunitàmontane: quella dell’Alta Val Ma-recchia, dell’Alto e Medio Metau-ro, del Montefeltro e di Catria eNerone. Una superficie pari a unquarto della regione Marche.Un’area, quindi, di cui farebberoparte anche comuni come Nova-feltria, che nel 2006, con un refe-rendum, avevano deciso di pas-sare con l’Emilia Romagna. Saràper questo che, per Corbucci, ilprimo scopo del distretto cultu-rale è la costruzione di un’identi-tà comune per tutto il Montefel-tro. E i conti non si devono fare so-lo con i secessionismi provincia-li. I paesi dell’entroterra si spopo-lano e faticano a trovare una lorovocazione produttiva. Anche Ur-bino, con un centro storico svuo-tato dei residenti, che si sono tra-sformati in affittuari, soffre, da unpo’ di tempo, di crisi d’identità.Ha bisogno di decidere la strate-gia per uscire dalla logica di un tu-rismo commerciale ed usa e get-ta. E capire come sfruttare l’Uni-versità per far partire un’econo-mia territoriale incentrata sullavalorizzazione delle risorse pre-senti. Al momento, di distretto ne esistegià uno: quello turistico. Dal 2003i comuni montetefeltrini si sonoriuniti per coordinare le loro poli-tiche turistiche. Per coordinare, sisa, ci vogliono i coordinamenti eun po’ di coordinatori. E, dunque,il parto del distretto turistico èstato alla fine addirittura trige-mellare. Hanno visto, infatti, laluce un organismo di indirizzo (ilComitato di Intesa), un organi-smo di concertazione (la cabinadi regia) e, ultimo ma non da me-no, un organismo di gestione (ilconsorzio turistico montefeltro).Il distretto culturale potrebbenella struttura ispirarsi a quelloturistico. La gestazione, però, èancora lunga. Almeno cinque an-ni. Chissà cosa partorirà?
cogitomail@virgilio.it
GIORGIO MOTTOLA
L’esperto: “Coinvolgere la gente”
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on si parlava d’altro che di“modelli”: quello marchi-giano, quello veneto,quello emiliano e così via. Ades-so - con la crisi che divora vecchieimmagini di sviluppo industria-le- di modelli non si parla più.Sulla scena sono entrati di grancarriera i “distretti”: culturali, dieccellenza, turistici e chi più neha, più ne metta. Il distretto cul-turale è quello che, al momento,gode di maggiore fortuna. Ne ab-biamo parlato con Pierluigi Sac-co, professore ordinario di Eco-nomia della cultura presso l’Uni-versità Iuav di Venezia. Tra qual-che mese, con Il Mulino, usciràun suo libro dal titolo “Il Distret-to culturale evoluto”. A suo avvi-so, in Italia gli enti che sinora nehanno promosso la nascita, han-no scelto l’approccio sbagliato.
Professore, che cosa si deve in-tendere per distretto cultura-le?
“Distretto culturale può signifi-care sostanzialmente due cose.C’è chi lo identifica letteralmen-te con i distretti industriali, queiterritori, cioè, specializzati nellaproduzione di un particolare ti-po di prodotto. In un distrettoculturale, invece del prodotto in-dustriale, si vendono servizi le-gati alla cultura.Un modello diquesto tipo nonso fino a chepunto sia van-taggioso. Cittàcome Venezia eFirenze soppor-tano dei costinotevoli e stan-no perdendo laloro identità cul-turale essendosi trasformati inparchi a tema del turismo”.
Qual è, invece, l’altro modello?
“L’altro modello è quello dei di-stretti culturali a cui io aggiungol’aggettivo “evoluti”: territori do-ve la cultura opera, innanzitutto,sul versante della produzioneculturale (dalle arti tradizionali aquelle legate alla multimedialitàe alla ricerca scientifica). Questimodelli, a livello europeo, sonoquelli che crescono di più: dannooccupazione e creano imprendi-toria giovanile. In tutta Europa sigioca su questo:sullo sviluppodelle industrieculturali creativee non esclusiva-mente sul turi-smo culturale”.
Qual è lo scopoprincipale di undistretto cultu-rale?
“Allargare i confi-ni della società della conoscen-za: rendere, cioè, più ampio, tra lapopolazione, il bacino di chi pro-duce e distribuisce cultura. Que-sto all’inizio può significare dif-fondere, innanzitutto, alfabetiz-zazione informatica e conoscen-za di una lingua straniera. Il di-stretto culturale deve prepararele persone all’innovazione, perabbattere così la distinzione traproduttori e fruitori di cultura(differenza che è già caduta nelmondo di internet)”.
E quindi, come va costruito suun territorio?
“Non bisogna investire su grandiprogetti e mostri che vogliano so-lo attirare turisti, ma su progettiche coinvolgano la popolazione,come si sta facendo a Faenza, chela aiutino a reinventarsi il territo-rio, rendendolo attraente alloscopo di far venire nuove perso-ne ad abitare e non solo visitare”.
Da cosa dovrebbe partire Urbi-no?
“Dal rendere vissuti e partecipatigli spazi della città storica. Quellisono luoghi centrali da un puntodi vista storico culturale ma, almomento, non in grado di sup-portare produzione di nuoveidee e di cultura”. (
g.m
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Evidenziatiin gialloalcuni deicomuni delMontefeltroche rientre-rebbero nelprogettodel distrettoculturaleProf. Pierluigi Sacco
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