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VERSIOE ORIGIALE (Embargo)
 Centro Militare di Studi Strategici
GLI STUDI STRATEGICI I ITALIA
di Virgilio Ilari
 J’étudie! Je ne suis que le sujet du verbe étudier. Penser, je n’ose. Avant de penser il faut étudier.Seuls, les philosophes pensent avant d’étudier 
”.Gaston Bachelard, 1961
 
 I - Storia dell’esperienza italiana
 
1. Studi strategici: un concetto molto “britannico”
 Secondo Neville Brown “the strategic studies emerged as a distinctfield of scholarly enquiring rather over 30 years ago. What this ‘emergence’involved was the burgeoning of a conviction, during the late 1950s, thatstrategy was altogether too crucial a subject to remain virtually the academic preserve of a small number of somewhat isolated individuals with backgrounds either in history or else the profession of arms. So what waslooked for instead was a large and vibrant community of thinkers hailingfrom a rich variety of academic milieux (the pure science, most certainlyincluded) and, indeeds from a diversity of occupational backgrounds; themilitary and academe, of course, but also the public services, the media, thechurches and industry. Links with officialdom soon proliferated but weresubstantially offset by roots sunk deep and wide within the universities, notleast through by teaching programmes” (
The Strategic Revolution. Thoughs for the Twenty-First Century
, Brassey’s, 1992, pp. 5-6).A dire il vero, la “vibrante comunità” di cui parla lo studioso inglese(docente di
international security affairs
all’Università di Birmingham) nonsi è affatto definita in modo unitario. Né poteva essere altrimenti, sia perchéle questioni di possibile interesse strategico non sono predeterminabili, sia perché gli studi relativi provengono da differenti matrici culturali (economia,sociologia, geografia, scienze politiche, giuridiche, storiche, militari) erispondono alle occasioni, committenze e iniziative editoriali più casualinonché agli scopi e alle ideologie più disparate. Si tratta di contesti culturalie scientifici autoreferenziali che tendono per forza di cose a ignorarsireciprocamente: anche per banalissime questioni pratiche, oltre che per  pregiudizio metodologico o ideologico. Non che occasionalmente non visiano stati e non vi siano tentativi di confronto e arricchimentointerdisciplinare, ma non possono certamente creare una “comunità”scientifica, tanto meno “vibrante”. Malgrado la continua definizione erevisione di un linguaggio comune, neppure le alleanze militari permanenti
 
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 _ come la NATO sono in grado di unificare o almeno mettere a fuoco l’intero patrimonio degli studi strategici: tanto meno ciò può prodursispontaneamente dal complesso delle attività accademiche. Ne consegue chenessuna delle “etichette” coniate per imprimere una certa riconoscibilità elegittimazione accademica o anche soltanto editoriale o biblioteconomicaalla
améthodos hyle
di cui stiamo parlando può essere consideratasufficientemente ampia e univoca da ricomprenderle tutte.La stessa etichetta utilizzata da Brown (
 strategic studies
) non si è deltutto affermata neppure negli Stati Uniti. E’ stata coniata in Gran Bretagna,dove qualifica il prestigioso Istituto internazionale di Londra, ma non èmenzionata nell’
 International Military and Defense Encyclopedia
dellaBrassey’s (1992) e nel più recente saggio di Colin S. Gray (
Modern Strategy
,Oxford U. P., 1999). E’ ignorata anche in Francia: non compare, ad esempio,né nel
 Dictionnaire de stratégie militaire
di Gérard Chaliand e Arnaud Blin(Perrin, 1998), né nel ponderoso
Traité de stratégie
di Hervé Coutau-Bégarie (Institut de stratégie comparée della Sorbona, ed. Economica, 2e Ed.1999), che pure dedica molte pagine alla filologia e alla semantica dellenumerose locuzioni derivate da
 stratégie
. Nell’Europa continentale e negli Stati Uniti si tende piuttosto acollocare gli studi strategici in ambiti disciplinari definiti in primo luogo dalmetodo più che dall’oggetto o dallo scopo, continuando a classificarlinell’ambito generale delle scienze politiche ed economiche internazionali(“
international affairs
”,
“relations
”, “
 security
”, “
 political economy
”) ovverodella sociologia (“
 polémologie
”). “Studi strategici” è stata rifiutata anche per ragioni ideologiche dalla ricerca internazionalista e pacifista che le hacontrapposto
 peace research
, preferita dal governo svedese per qualificare loscopo dell’Istituto internazionale di Stoccolma. Ma, per ragioni opposte, nonha avuto fortuna neppure in Francia, dove la scuola strategica nata dallasoppressa Fondation pour les “
études de défense nationale
” continua adifendere la specificità “militare” della strategia, influenzando anche lascelta del nome (
études de securité 
) dato dall’UEO all’Istituto europeo diChaillot, istituito nel 1990 su proposta della Francia.C’è inoltre da segnalare lo scarto con il concetto corrente nellinguaggio diplomatico ufficiale, che rubrica gran parte degli aspettistrategici della sicurezza internazionale (e in particolare i negoziati e accordisul disarmo e il controllo degli armamenti) sotto la locuzione “politicamilitare”. La scarsa diffusione di questo concetto al difuori del linguaggiostrettamente diplomatico sembra dipendere dal fatto che, pur essendoindubbiamente corretto e anzi rigoroso dal punto di vista scientifico, puòingenerare equivoci fra i non addetti ai lavori.A metà degli anni Settanta si è poi ripreso a impiegare il vecchiotermine “geopolitica”, a lungo bandito per pregiudizio etico ma rilegittimatasotto il profilo della “correttezza politica” dall’impatto che la scuola di YvesLacoste ha saputo esercitare sulla Sinistra francese e, attraverso di questa,anche su quella italiana, che l’ha a sua volta riesportata in Germania. Non si deve infine dimenticare che l’individuazione di un concetto ingrado di esprimere la correlazione tra gli aspetti militari e non militari della politica è anche un problema specifico e interno delle scienze militari. A
 
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 _ questo proposito il concetto liddellhartiano di “
 grand strategy
” continua adaver miglior fortuna di altri qualificativi apparentemente meno vaghi, comestrategia “totale” (“
Gesamtstrategie
”) o “globale” (“
 global 
 
 strategy
”).
2. L’importazione italiana (1977-1987)
 Com’è naturale, anche in Italia, come nella maggior parte degli altri paesi, le Forze Armate hanno preceduto di vari decenni l’università nelriconoscere l’esigenza di studiare le interrelazioni sempre più complesse tragli aspetti militari e non militari della guerra e della sicurezza. La strutturagerarchica dell’ordinamento militare e una certa vocazione inconscia deglistati maggiori verso l’onniscenza divina, hanno tuttavia condotto le ForzeArmate a impostare il problema essenzialmente in termini di “formazione”culturale degli ufficiali superiori e generali, anziché di “ricerca”interdisciplinare e quindi di accesso alle risorse culturali nazionali ed estere.Ciò si ricava ad esempio dalla recezione del concetto francese di “alti studimilitari”, il cui ambito fu poi allargato nel 1965 quando il CASM, trasferitonell’attuale sede di Palazzo Salviati, assunse il nome di Centro Alti StudiDifesa (CASD). Negli anni Cinquanta i militari italiani mutuarono dai colleghiamericani il concetto di “strategia globale”, sia pure mostrando diequivocare l’esatto significato che l’aggettivo ha nel linguaggio militareamericano: loro intendono “mondiale”, noi “totale”. In ogni modo ilconcetto ebbe in Italia un impiego piuttosto circoscritto, quasi solo nellaScuola di guerra di Civitavecchia, dove una cattedra, appunto, di “strategiaglobale” fu ricoperta dal colonnello di cavalleria Enrico Boscardi,coadiuvato dal professor Franco Alberto Casadio, direttore della SIOI, qualeanalista della conflittualità internazionale.Anche l’importazione del concetto di “studi strategici”, avvenuta nel1977-79, maturò all’interno delle Forze Armate, non però dello statomaggiore. Diversamente dal caso della strategia “globale”, l’introduzionedella nuova espressione non fu infatti una mera evoluzione concettuale, unaggiornamento scientifico del dizionario militare ufficiale (
 omenclatoreorganico tattico logistico
). Fu, invece, un progetto “politico” preciso eambizioso, che si proponeva di realizzare una “rivoluzione culturale” divasta portata, non soltanto nella cultura politica italiana ma anche e in primoluogo nella mentalità e nella prassi dello stato maggiore. Fu, come stiamo per dire, letteralmente una “rivoluzione dei colonnelli”, che, pur senza poterlo dichiarare, si ispirava programmaticamente alla rivoluzione militareattuata dal generale annoverese Gerhard Johann David von Scharnhorst(1755-1813) contro le resistenze conservatrici della corte e del vecchio statomaggiore prussiani, sfruttando abilmente l’incarico di vicedirettore dellaScuola di Guerra (conferitogli nel 1801) e le qualità letterarie del giovaneallievo Clausewitz, che nel drammatico decennio 1804-1814 fu l’infaticabile
Ghost-writer 
dei riformatori militari prussiani e il loro ufficiale dicollegamento con la società civile.I due colonnelli della “rivoluzione militare italiana” erano, com’ènoto, il cavalleggero di scuola “britannica” Luigi Caligaris, allora capo
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