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.
1.
T    
UTTI RICORDANO IL DISCORSO DI BA-
rack Obama, il 24 luglio scorso, a Berlino, in cui il candidato presidenziale demo-cratico invocava la «caduta dei Muri». È curioso notare che, proprio il giorno prima,il senatore dell’Illinois fosse in visita a Gerusalemme e
Råmallåh
. Qui la
 Realpolitik 
e i muri di cemento e ideologie hanno consigliato dichiarazioni di ben altro tenore. A Sderot, «l’amico americano», dietro le carcasse dei razzi
Qassåm
piovuti da Gaza,ha ripetuto che «Gerusalemme sarà la capitale di Israele». Abu Mazen si è invecedovuto accontentare di un vago e non impegnativo «i palestinesi hanno diritto auno Stato in grado di vivere». La realtà è che in Medio Oriente parlare di muri è co-me parlare di corda in casa dell’impiccato. I blocchi in pietra del Muro del Pianto oi t-wall in cemento della West Bank Barrier israeliana o i reticolati di Gaza altronon sono che monumenti viventi di un Medio Oriente diviso da frontiere territoria-li incerte, invalicabili barriere religiose, accesi antagonismi geopolitici e aspri con-fronti ideologici, oltre che naturalmente da una competizione economica mondia-le incentrata sugli idrocarburi.Paradossalmente, ad accomunare tutti i paesi arabi sono problemi come la di-soccupazione, l’esponenziale crescita demografica, le paurose disparità sociali, ladipendenza politico-economica dall’export petrolifero, il tutto condito da pervasi-
1. Dall’introduzione di
al- Muqaddimah
, «Introduzione alla Storia», di
Ibn Œaldûn
(1332-1406).
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 va corruzione, incerte riforme e conflittualità sul ruolo dell’islam. Inoltre, non c’èStato mediorientale le cui strutture politiche non siano fragili e, indipendentemen-te dalla struttura formale delle stesse, il cui potere non sia nelle mani di un’oligar-chia autocratica o cleptocratica. L’alternanza politica è una chimera. Il ricambio delpotere avviene solo per linee dinastiche o attraverso traumi violenti. Ad aumentare la complessità geopolitica mediorientale sono poi da aggiunge-re linee di attrito e divisione internazionali quali, solo per citarne alcune, il conti-nuo stato di conflitto israelo-palestinese, le tensioni egemoniche e nucleari irania-ne nel Golfo Persico (e le contromosse saudite e americane), la questione siro-li-banese con la sua appendice
Õizbullåh
, oltre che l’instabilità irachena con il corol-lario curdo. Il tutto, intriso e aggravato dall’estremismo jihadista.In definitiva, ne emerge il quadro di un’area composta da Stati fragili, litigiosi,instabili.Eppure ci fu un tempo storico – un tempo mitico – in cui tutti i pezzi del puz-zle mediorientale sembravano combaciare.Storicamente, pur peccando di estrema approssimazione e superficialità, sipuò dire che l’unità politico-territoriale del mondo arabo musulmano, ossia diquei paesi che oggi intendiamo parte del Medio Oriente, fu raggiunta, o quasi,solo due volte. Nel VII secolo, dai primi quattro califfi
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successori del Profeta.Successivamente, durante l’apogeo dell’impero ottomano, tra il XVI e il XVII se-colo. In realtà, la brevissima epoca dei califfi
Råsˇidûn
3
, seppur satura di esteseconquiste quanto di lotte intestine, ha un valore soprattutto ideale: a tutt’oggi viene infatti considerata come il periodo d’oro dell’
umma
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musulmana, un ar-chetipo da restaurare. In quell’epopea ora rimpianta, mitizzata e idealizzata, allapretesa unità della comunità dei credenti viene associata l’espansione territoriale,grazie agli imperi sasanide e bizantino, associata all’affermarsi concreto dell’i-slam nella sua forma più pura.Ma una più duratura e solida unità dei territori e delle popolazioni mediorienta-li si ebbe con la dominazione ottomana. Per secoli, combinando
 soft 
e
hardpowe
,sottile diplomazia e sanguinario terrore, la Sublime Porta governò su pressocchétutto il Medio Oriente, con l’esclusione della Persia. Ovviamente non mancaronomai rivolte interne o bruschi arretramenti di frontiere, ma il sultano rimase sempreun punto di riferimento e d’identità per la comunità islamica sunnita
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, e comunqueun sovrano per le comunità di altre fedi. L’impero ottomano fu come un prismamulticolore di etnie e religioni, tenuto insieme con armi, azione di governo e reli-gione. La
 Kalemiye 
6
ottomana, nelle amministrazioni locali dei
 sanjiak 
o provinciali
MEDIO ORIENTE, LE BARRIERE INVISIBILI 
2.
 Abû
Bakr 623-624, ‘Umar bin al-
Œa¿¿åb
634-644, ‘
Uñmån
ibn ‘Affan 644-656 e
‘Alø
ibn
‘Abø ¡ålib
656-661.3. «I benguidati»: così sono noti i primi quattro califfi.4. Per
umma
si intende la comunità ideale di tutti i credenti musulmani.5. Il titolo di califfo, legato alla figura del Profeta, era utilizzato saltuariamente e senza pretese di auto-rità universale; costituiva però il presupposto religioso dell’esercizio del potere. Inoltre, i sultani si fre-giavano del titolo di difensore delle frontiere dell’islam nonché di «servo dei due santuari», ovvero deiluoghi santi alla Mecca e a Medina.
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dei
vilayet 
, si pose quale veicolo tra i poteri locali e il potere centrale del sultano. Isudditi si relazionavano col potere centrale per via della propria comunità religiosa,il
millet 
7
, ma anche in base alla categoria di censo o alla corporazione di arti e me-stieri cui appartenevano. Ciascun
millet 
aveva forti poteri di autogoverno, con un’e-stesa autonomia nella gestione dei propri affari sociali, legali e religiosi. Ogni comu-nità confessionale aveva le proprie scuole, luoghi di culto, ospedali e tribunali, e siautoamministrava tramite le sue leggi confessionali. Per lo Stato ottomano non esi-stevano i concetti di «nazionalità» o «appartenenza etnica», in quanto era l’identità re-ligiosa a individuare lo status dei sudditi
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. In ogni caso, almeno per le popolazionimusulmane, non dev’essere mai dimenticata la forza coesiva rappresentata dall’i-slam sunnita, su cui vegliava il sultano, a titolo di califfo dei credenti.Questo pluralismo confessionale, sulla base del quale si fondavano le dinami-che interne all’impero, impedì un’omogeneizzazione cultural-religiosa o un’unitàpolitico-nazionale della popolazione. Al contrario, ogni comunità mantenne leproprie peculiarità economiche, sociali e religiose. In altri termini, da parte degliottomani, sino alla vigilia del primo conflitto mondiale non vi fu la tendenza a «tur-chizzare» la popolazione; piuttosto si creò una classe di «ottomani locali», ovvero difunzionari civili e militari che si insediarono definitivamente nelle diverse aree del-l’impero, integrandosi con i notabili locali e dando vita alla classe degli
effendi 
,omogenea élite urbana locale, diffusa in quasi tutto l’impero.È quindi da sottolineare come il potere fosse diffuso a livello locale, nelle manidi feudatari, capi tribù, oligarchie urbane o comunità religiose, che costituivano cosìle pedine base delle dinamiche politiche. Né le guarnigioni né i funzionari sparsiper l’impero riuscivano a imbrigliare le province nelle mani del sultano
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. In granparte di esse l’azione di governo ottomana consisteva nel cooptare i gruppi di pote-re locali, manipolandone gli equilibri interni
10
. Sebbene modo di governare edestensione dell’autorità del sultanato variassero in funzione del luogo e del momen-to storico, da Istanbul vi fu sempre l’obiettivo di allineare gli interessi del governocentrale, dell’amministrazione ottomana provinciale e delle élite locali. Infatti, pre-stigio dei capi locali, potere degli
‘ 
ulamå 
’ 
11
e ricchezza delle famiglie di commer-cianti erano garantiti dal riconoscimento del sultano, dalla legittimazione del califfoe dalla sicurezza fornita dall’esercito. Nel contempo, per il governo ottomano la fe-deltà dei potentati locali significava introiti fiscali e leva militare.
IL BUIO OLTRE GAZA
6. Ceto dei burocrati ottomani, formato in apposite scuole.7. Sino all’epoca delle riforme ottocentesche,i
millet 
principali erano quelli delle comunità ebraica,armena, greco-ortodossa, siro-ortodossa; allo scoppio della prima guerra mondiale i
millet 
erano 17.Da notare che i musulmani non sunniti, come sciiti, alauiti e yazidi, non ebbero propri
millet 
ma furo-no considerati come assimilati ai sunniti.8. All’inizio del XX secolo si stima che la popolazione non musulmana nell’impero ottomano fossecirca il 25% del totale.9. Allo scoppio della prima guerra mondiale si stima che solo il 5% delle tasse fosse prelevato diretta-mente dallo Stato; il restante era riscosso tramite notabili locali, in appalto.10. Ad esempio, in Iraq gli ottomani assegnavano terre agricole agli sceicchi fedeli o realizzavano ca-nalizzazioni idriche per i centri urbani dove il clero sciita era meno ostile; in altre province assegnava-no il diritto di riscuotere le tasse alle famiglie dei notabili locali ritenute più vicine al governo.11. Ceto dei religiosi.
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