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Alle quattro del pomeriggio il Principe fece dire a Chevalley che lo aspettavanello studio. Era que¬sto una piccola stanza con ai muri, sotto vetro, alcu¬nepernici grigie a zampette rosse, stimate rare, tro¬fei impagliati di cacciepassate. Una parete era no¬bilitata da una libreria alta e stretta, colma dinume¬ri arretrati di riviste matematiche. Al di sopra della grande poltronadestinata ai visitatori, una costella¬zione di miniature della famiglia: il padredi donFabrizio, il principe Paolo, fosco di carnagione e sensuale di labbra quanto unsaraceno, con la nera uniforme di Corte tagliata a sghembo dal cordone di SanGennaro; la principessa Carolina, già vedo¬va, i capelli biondissimi accumulati inuna pettina¬tura a torre ed i severi occhi azzurri; la sorella del Principe,Giulia, la principessa di Falconeri, seduta su una panca in un giardino, con alladestra la mac¬chia amaranto di un piccolo parasole poggiato aper¬to per terra, edalla sinistra quella gialla di un Tan¬credi di tre anni che le recava dei fiori dicampo (questa miniatura don Fabrizio se la era cacciata in tasca di nascostomentre gli uscieri inventaria¬vano il mobilio di villa Falconeri). Poi, più sotto,Paolo, il primogenito, in attillati calzoni bianchi di pelle, in atto di salire suun cavallo arrogante dal collo arcuato e dagli occhi sfavillanti: zii e zie va¬rienon meglio identificati, ostentavano gioielloni o indicavano, dolenti, il busto diun caro estinto. Al centro della costellazione, però, in funzione di stel¬lapolare, spiccava una miniatura più grande: era don Fabrizio stesso poco più cheventenne, con la giovanissima sposa che poggiava la testa sulla spalla di lui inatto di completo abbandono amoroso; lei bruna; lui roseo nell'uniforme azzurra eargentea delle Guardie del Corpo del Re, sorrideva compia¬ciuto, col voltoincorniciato dalle basette biondissi¬me di primo pelo.Appena seduto Chevalley espose la missione della quale era stato incaricato. "Dopola felice annessio¬ne, volevo dire dopo la fausta unione della Sicilia al Regno diSardegna, è intenzione del Governo di Torino di procedere alla nomina a Senatori del Re¬gno di alcuni illustriSiciliani. Le autorità provin¬ciali sono state incaricate di redigere una lista dipersonalità da proporre all'esame del Governo cen¬trale ed eventualmente allanomina regia, e, come è ovvio, a Girgenti si è subito pensato al suo nome,Principe: un nome illustre per antichità, per il pre¬stigio personale di chi loporta, per i meriti scien¬tifici; per l'attitudine dignitosa e liberale, anche,as¬sunta durante i recenti avvenimenti." Il discorsetto era stato preparato datempo; anzi era stato oggetto di succinte note a matita sul calepino che adessori¬posava nella tasca posteriore dei pantaloni di Che-valley. Don Fabrizio perònon dava segno di vita: le palpebre pesanti lasciavano appena intravedere losguardo. Immobile, la zampaccia dai peli biondastri ricopriva interamente unacupola di San Pietro in alabastro che stava sul tavolo.Ormai avvezzo alla sornioneria dei loquaci sici¬liani quando si propone loroqualcosa, Chevalley non si lasciò smontare. "Prima di far pervenire la lista aTorino i miei superiori hanno creduto dove¬roso informarne lei stesso, e domandarese questa proposta sarebbe di suo gradimento. Richiedere il suo assenso, nel qualeil Governo spera molto, è stato l'oggetto della mia missione qui; missione chepe¬raltro mi ha valso l'onore e il piacere di conoscere lei e i suoi, questomagnifico palazzo, e questa Don-nafugata tanto pittoresca."Le lusinghe scivolavano via dalla personalità del Principe come l'acqua dallefoglie delle ninfee: que¬sto è uno dei vantaggi dei quali godono gli uomini che sono nello stesso tempo orgogliosi ed abituati ad esserlo. "Adesso questo quis'immagina di veni¬re a farmi un grande onore," pensava, "a me, che sono quel chesono, fra l'altro anche Pari del Regno di Sicilia, il che dev'essere press'a pococome essere Senatore. È vero che i doni bisogna valutarli in re¬lazione a chi lioffre: un contadino che mi dà il suo pezzo di pecorino mi fa un regalo più grandedel principe di Làscari quando m'invita a pranzo. È chiaro. Il guaio è che ilpecorino mi dà la nausea. E cosi non resta che la gratitudine del cuore che non si
 
vede ed il naso arricciato del disgusto che si vede anche troppo." Le idee di donFabrizio in fatto di Senato erano vaghissime: malgrado ogni suo sforzo esse loriconducevano sempre al Senato romano: al senatore Papirio che spezzava unabacchetta sulla testa di un Gallo maleducato, a un cavallo Incitatus che Caligolaaveva fatto senatore, onore questo che anche a suo figlio Paolo sarebbe apparsoeccessivo. Lo infastidiva il riaffacciarsi insistente di una frase detta talvoltada padre Pirrone: "Senatores boni vi¬ri, senatus autem mala bestia." Adesso vi eraanche il senato dell'Impero di Parigi, ma non era che una assemblea diprofittatori muniti di grosse prebende. Vi era o vi era stato un senato anche aPalermo, ma si era trattato soltanto di un comitato di ammini¬stratori civici, edi quali amministratori! Robetta, per un Salina. Volle sincerarsi: "Ma insomma,cava¬liere, mi spieghi un po' che cosa è veramente essere senatori: la stampadella passata monarchia non la¬sciava passare notizie sul sistema costituzionaledegli altri Stati italiani, e un soggiorno di una settimana a Torino, due anni fa, non è stato sufficiente ad illu¬minarmi. Cosa è? Unsemplice appellativo onorifi¬co? Una specie di decorazione, o bisogna svolgerefunzioni legislative, deliberative?"Il Piemontese, il rappresentante del solo Stato li¬berale in Italia, si inalberò:"Ma Principe, il Senato è la camera alta del Regno! In essa il fiore degli uo¬minipolitici italiani, prescelti dalla saggezza del So¬prano, esaminano, discutono,approvano o respingo¬no quelle leggi che il governo propone per il pro¬gresso delpaese; esso funziona nello stesso tempo da sprone e da redina: incita al ben fare,impedisce di strafare. Quando avrà accettato di prendervi posto, lei rappresenteràla Sicilia alla pari dei deputati elet¬ti, farà udire la voce di questa suabellissima terra che si affaccia adesso al panorama del mondo mo¬derno, con tantepiaghe da sanare, con tanti giusti desideri da esaudire."Chevalley avrebbe continuato forse a lungo su que¬sto tono, se Bendicò non avesse,da dietro la porta, chiesto alla "saggezza del Sovrano" di essere am¬messo. DonFabrizio fece l'atto di alzarsi per aprire, ma lo fece con tanta mollezza da dartempo al Pie¬montese di lasciarlo entrare lui; Bendicò, meticoloso, fiiutò a lungoi calzoni di Chevalley; dopo, persuaso di aver da fare con un buon uomo, siaccovacciò sotto la finestra e dormi."Stia a sentirmi, Chevalley; se si fosse trattato di un segno di onore, di unsemplice titolo da scri¬vere sulla carta da visita e basta, sarei stato lieto diaccettare: trovo che in questo momento decisivo per il futuro dello Stato italianoè dovere di chiunque dare la propria adesione, evitare l'impressione di scre¬zi dinanzi a quegli Statiesteri che ci guardano con un timore o con una speranza che si rivelerannoin¬giustificati, ma che per ora esistono." "Ma allora, Principe, perché nonaccettare?" "Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi siciliani siamostati avvezzi da una lunga, lun¬ghissima egemonia di governanti che non eranodel¬la nostra religione, che non parlavano la nostra lin¬gua, a spaccare i capelliin quattro. Se non si faceva cosi non si scampava dagli esattori bizantini, dagliemiri berberi, dai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti cosi.Avevo detto 'adesione,' non avevo detto 'partecipazione.' In questi sei ultimime¬si, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sonostate fatte senza consul¬tarci perché adesso si possa chiedere ad un membro dellavecchia classe dirigente di svilupparle e por¬tarle a compimento. Adesso nonvoglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credoche molto sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che lei capirà da solo quandosarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccatoche noi siciliani non perdoniamo mai è sem¬plicemente quello di 'fare.' Siamovecchi, Cheval¬ley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sullespalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessunagermoglia¬ta da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo deibianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da
 
duemi¬lacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuo¬tati lo stesso."Adesso Chevalley era turbato. "Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso laSicilia non è più terra di conquista, ma libera parte di un libero Stato.""L'intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che inmassima parte è colpa nostra. Lei mi parlava poco fa di una giovane Sici¬lia chesi affaccia alle meraviglie del mondo moder¬no; per conto mio vedo piuttosto unacentenaria tra¬scinata in carrozzino all'Esposizione Universale di Londra, che noncomprende nulla, che s'impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come dellefilande di Manchester, e che agogna soltanto a ritrovare il proprio dormivegliafra i cuscini sbavati e l'orinale sotto il letto."Parlava ancora piano, ma la mano attorno a San Pietro si stringeva; più tardi lacrocetta minuscola che sormontava la cupola venne trovata spezzata. "Il sonno,caro Chevalley, il sonno è ciò che i Sici¬liani vogliono, ed essi odieranno semprechi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia dettofra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nelbagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oni¬riche, anchele più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e lecoltellate no¬stre, desiderio di morte; desiderio di immobilità vo¬luttuosa, cioèancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o dicannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scru- tare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il pre-potere da noi di certepersone, di coloro che sono semidesti; da questo il famoso ritardo di un secolodelle manifestazioni artistiche ed intellettuali sicilia¬ne: le novità ciattraggono soltanto quando sono de¬funte, incapaci di dar luogo a correnti vitali;da ciò l'incredibile fenomeno della formazione attuale di miti che sarebberovenerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistritentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae soltanto per¬ché è morto."Non ogni cosa era compresa dal buon Chevalley: soprattutto gli riusciva oscural'ultima frase: aveva visto i carretti variopinti trainati dai cavalliimpen¬nacchiati, aveva sentito parlare del teatro di burat¬tini eroici, ma anchelui credeva che fossero auten¬tiche vecchie tradizioni. Disse: "Ma non le sembradi esagerare un po', Principe? Io stesso ho cono¬sciuto a Torino dei Sicilianiemigrati, Crispi per nominarne uno, che mi son sembrati tutt'altro chedei dormiglioni."Il Principe si seccò: "Siamo troppi perchè non vi siano delle eccezioni; ai nostrisemidesti, del resto, avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi,non io certamente, ma lei forse potrà vedere se da vecchio non ricadrà nel nostrovoluttuoso tor¬pore: lo fanno tutti. D'altronde vedo che mi sono spiegato male: hodetto i Siciliani, avrei dovuto ag¬giungere la Sicilia, l'ambiente, il clima, ilpaesaggio siciliano. Queste sono le forze che insieme e forse più che ledominazioni estranee e gl'incongrui stu¬pri hanno formato l'animo: questopaesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'ar¬sura dannata; che non è mai
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