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2013 ILARI The first 'Italian' Army 1796-1814

2013 ILARI The first 'Italian' Army 1796-1814

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A Sketch about the Army and the Navy of the Napoleon's Kingdom of Italy, Facts, figures and some remarks about the ideology of the Risorgimento and the Italian
A Sketch about the Army and the Navy of the Napoleon's Kingdom of Italy, Facts, figures and some remarks about the ideology of the Risorgimento and the Italian

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 Il primo esercito italiano 1796-1814
(per
 Risk
, 28 gennaio 2013)di Virgilio Ilari
Aquile della Guardia reale italiana donate da Lechi a Carlo Alberto nel 1848 econservate nell’Armeria Reale di Torino
Quando rileggo la
Seconda Inattuale
e rifletto sul concetto di “storiamonumentale”, mi sovviene dell’amico Marziano Brignoli, già direttoredel Museo del Risorgimento di Milano.Gli sarebbe piaciuto che l’attuale esercito italiano avesse ricordato inqualche modo le tradizioni di quello cisalpino-italico del 1797-1814.Una mezza dozzina dei settanta reggimenti italiani al servizio diNapoleone sono ricordati da associazioni di re-enactors, incluso il “1°leggero italiano”: Marziano voleva però che lo facesse l’esercito, dandoun nome napoleonico a qualche reggimento vero. Lui, storico dellacavalleria, proponeva i “Dragoni regina”, giubba verde con mostre rosa.Era il gemello dei “Dragoni Napoleone” e il ministro della guerraitaliano aveva proposto di chiamarlo “Dragoni Josephine”; mal’imperatore aveva giudicato “ridicule” intitolare un corpo militare a“une femme”. In realtà i dragoni italiani erano i vecchi ussari cisalpini,tutti repubblicani e giacobini con tanto di orecchino, mustacchi e capellialla Bruto.La storia del reggimento fu scritta nel 1901 dal generale Eugenio DeRossi (1863-1929) e ripubblicata dieci anni dopo quando l’ufficiostorico del Regio esercito, dovendo partecipare a vari convegniinternazionali per il centenario delle guerre napoleoniche, promosse unaserie di importanti studi sulle truppe italiane e napoletane della
Grande
 
 Armée
e sull’ultima difesa del Regno Italico nel 1813-14. Questo fu peròl’unico tributo ufficiale alla memoria del primo esercito italiano fino al1961, quando, per il centenario dell’Unità, il ministero della Difesapubblicò una eccellente sintesi della storia dell’esercito italiano “dalprimo Tricolore al primo centenario”.A dire il vero nel 1848 c’era stato un tentativo di stabilire una continuitàideale tra il primo esercito italiano napoleonico e il secondo “federale”:infatti quando Carlo Alberto entrò a Milano alla testa dell’Armata sardail settuagenario Teodoro Lechi (1778-1866), già comandante dellaguardia di Napoleone Re d’Italia, gli consegnò le “aquile” dei granatierie dei carabinieri della guardia reale, ora conservate all’Armeria reale diTorino. I generali sardi però non lo gradirono, dopo il rospo imposto dare Tentenna, che aveva liquidato la memoria della più sanguinosa, eroicae nazionale di tutte le guerre sabaude (la tenace difesa del 1792-1796contro l’aggressione francese) e ricevuto in pompa magna i traditori cheavevano tifato per i francesi. Le cose furono chiarite pochi mesi dopo,con la fucilazione del generale mazziniano comandante la DivisioneVolontari Lombardi e capro espiatorio della sconfitta di Novara.A onorare la memoria del primo esercito italiano, non fu il terzo, quellosabaudo del 1861, ma, paradossalmente, l’esercito austriaco, che neincorporò i resti nel 1814 ed ereditò, col nome di Regno Lombardo-Veneto e con larga autonomia, lo stato padano creato da Napoleone perpuro calcolo strategico. Fu mantenuto, con una diversa insegna, l’Ordinedella Corona Ferrea, gli ufficiali italiani fecero ottime carriere e furonoarciduchi e feldmarescialli a finanziare, con cavalleresche sottoscrizioni,la pubblicazione della
Storia delle campagne e degli assedi degl’Italianiin Spagna
(1823) dell’ufficiale del genio Camillo Vacani (1785-1862) edel saggio di Alessandro Zanoli (1779-1855), segretario generale delministero della guerra italico,
Sulla milizia cisalpino-italiana
(1845).L’esordio non era stato esaltante. Nel gennaio 1799 l’
 Armée
 
d’Italie
 contava appena 30.000 ausiliari indigeni (12.000 piemontesi, altrettanticisalpini, 4.000 liguri e 2.500 romani), quasi tutti già militari di carrierasotto gli antichi regimi, e in una situazione militare, sociale e morale nonmigliore di quella dell’esercito di Salò. L’offensiva austro-russa vanificòil richiamo della milizia provinciale piemontese e la leva comunale di9.000 reclute cisalpine e 4.000 romane. In compenso almeno centomilaitaliani (su 10 milioni) insorsero contro i francesi dalla Calabria alPiemonte e almeno 60.000 insorgenti e civili furono uccisi in soli settemesi: in rapporto alla popolazione e al numero di mesi, queste cifre sonoil triplo dei partigiani e dei caduti della Resistenza del 1943-45.
 
Nel 1803 la coscrizione, con adattamenti della legge francese, fuintrodotta anche nella Repubblica italiana: la riforma non fu voluta dallaFrancia, ma dal vicepresidente Francesco Melzi d’Eril (1753-1816), alduplice scopo di spurgare il paese dai mercenari e disertori professionali(riuniti in una “legione italiana” e subito spediti all’Elba) e dagliindisciplinati ausiliari polacchi (metà spediti a Santo Domingo e metà inPuglia) e di sgravare lo stato dal peso delle truppe francesi, attribuendo ilcompito di difendere la Repubblica ad una vera e forte “armatanazionale”. La riforma fu perciò duramente osteggiata da Murat, alloracomandante delle truppe in Italia, ma fu opportunisticamente accettatada Napoleone in vista della rottura della pace di Amiens, con l’intento –opposto a quello di Melzi – di impiegare i coscritti italiani all’estero(cominciando con l’invio di una Brigata in Puglia e di una Divisioneall’Armata sulle coste della Manica) nonché nelle guarnigioni italianepiù insalubri e micidiali (Mantova, Peschiera e Venezia), al fine dipreservare le truppe francesi. In undici anni furono chiamati 159.466coscritti italiani, di cui 31.200 nel primo triennio e 33.779 nel solo 1813:e inoltre 1.330 istriani, 9.566 dalmati e 8.067 marinai.Al ministero italico della guerra e marina si susseguirono il civileBirago (1797) e poi i generali Vignolle (1797-99), Polfranceschi (1800),Teulié (1801), Trivulzio (1802), Pino (1804), Caffarelli (1806), Danna(1810) e Fontanelli (1811-14). Le capacità logistiche della Penisolafurono potenziate dall’adozione dei sistemi amministrativi francesi, dallacreazione di grandi imprese appaltatrici, dall’aumento dei collegamentistradali e fluviali. Il Regno contava 8 ospedali militari (con annessespezierie e scuole di medicina) e 516 caserme, ridotte nel 1806 a 310,con una capienza di 100.568 uomini e 19.252 cavalli. Le manifatture diGardone e Brescia produssero oltre 100.000 fucili e la fonderia di Pavia(con laboratorio sperimentale) 542 bocche da fuoco e modernissimi razzialla Congrève. A Pavia furono stabiliti un arsenale e scuole d’artiglieriae genio, e polverifici a Venezia, Lambrate, Marmirolo, Spilamberto eSant’Eustachio (BS).Passato da 174 ufficiali nel 1810 a 315 nel 1813, lo stato maggiorecisalpino-italico ebbe in tutto 65 generali: 17 di divisione e 35 di brigatae 13 aiutanti. I “regnicoli” erano 37 (11 + 18 + 8 nei tre gradi), contro 7di altri stati italiani (2+2+3), 12 francesi (1+10+1), 5 corsi (1+4+0), 2polacchi (1+1+0), uno svizzero (Mainoni) e un aiutante svedese [Tibell,che tentò invano di acculturare gli ignorantissimi ufficiali italianifondando a Milano la prima rivista militare italiana]. Quattro (l’avvocatomilanese Teulié, Peri, il corso Orsatelli e il francese Levié) caddero incombattimento, e due morirono per cause di servizio (il dalmataMilossevich e il romano Schiazzetti). Nel 1813 l’esercito italiano

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