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AFRICA D'ITALIAGONDAR, ETIOPIA, 25 NOVEMBRE 1941Dolcissima Anita,stasera sento il bisogno di scrivere a te.Sembra passata un'eternità dall'ultima volta che ho potutoabbracciarti. E' corso tanto di quel tempo e sono successe tali e tante cose daavermelo fatto dimenticare.Ma questo pomeriggio mi è accaduta una cosa strana.Mi ero messo spalle al muro di fronte ad una breccia sulla parete. Daquì potevo osservare senza esser visto i movimenti del nemico. Cercavo dicapire se stesse accadendo qualcosa di inusuale, quando vidi degli uominiparlottare tranquillamente tra loro, credo fossero egiziani. Fumavano (dio,cosa non darei per una sigaretta!) e nella mia fantasia credetti di sentire nellenarici il profumo del tabacco; il mio stomaco brontolò reclamando cibo esentii uno strano formicolio alle gambe ed una stanchezza infinita invadermiil corpo.Chiusi gli occhi e provai a sdraiarmi per terra. Da lontano arrivavanole voci dei due egiziani; a quel punto devo essermi addormentato, non puòessere che così, perché d'un tratto mi alzai in piedi e guardai nuovamente indirezione dei due che adesso stavano parlando con una donna. Non potevocredere ai miei occhi : quella donna eri tu, Anita!Fecero un cenno nella mia direzione e ti lasciarono passare. Guardaila tua esile figura farsi sempre più vicina. Ora potevo distinguere il tuo visosorridente e pieno di quella luce e quella gioia che conoscevo bene.Indossavi il tuo vestito azzurro di cotone leggero. Era il mio preferito. Unafila di perle oscillava sul petto facendomi posare lo sguardo sui tuoi piccoliseni. Ora eri accanto a me; con un gesto che riconobbi appartenerti, togliesti
 
 
il fiocco che legava i capelli, lasciandoli cadere sulle spalle.Dicesti : "Eccomi, Luciano, sono quì!".Ti abbracciai tanto forte da soffocarti. Sentivo il tuo corpo caldo eprofumato aderire al mio, i tuoi seni premuti sul mio petto. Piangevo eripetevo il tuo nome senza riuscire a dire altro :" Anita, Anita, Anita!".Non sembrava un sogno. Naturalmente, con ancora la nettasensazione di averti tra le mie baccia, mi risvegliai. Fuori, i due soldatiparlavano ancora tra loro e io avrei dato un braccio per una sigaretta e tuttala mia vita per riaverti ancora un minuto accanto a me.Sono stanco.Siamo asserragliati, quì, nel castello di Fasiladas a Gondar. Gliinglesi controllano ogni nostra mossa nell'attesa dell'attacco finale. Qualchesettimana fa si sono aperti un varco alla periferia della città e dopo pesantibombardamenti sono arrivati fin quasi sotto le mura.Gli Hurricanes hanno sorvolato il presidio giorno e notte senza rischida quando la nostra contraerea è rimasta senza munizioni.A che serve resistere?Ce lo chiediamo tutti quì, senza trovare risposta. Per noi, topi intrappola, la disfatta è palpabile.Dopo la nostra richiesta di trattare la resa col nemico, è giuntodall'Italia un fono del Duce : "Resistere con ogni mezzo, fino all'ultimouomo!"La notte qualcuno esce dal castello in cerca di cibo attraversando lelinee nemiche; molti non fanno ritorno.C'era , stanotte, un silenzio pesante, innaturale, un silenzio che nonpresagiva nulla di buono. Non si è udito neppure il crepitare di unamitragliatrice, ne il rombo di un aereo. Solo in lontananza potevamoscorgere i bagliori dei fuochi accesi delle bande abissine attestate a qualchecentinaio di metri da noi. I loro canti, come lamenti di un bimbo piangente,
 
 
arrivavano deboli e sinistri alle nostre orecchie.Scrivere, per ora, sembra essere l'unica via di fuga, l'antidoto allapazzia.Sono tante le cose che vorrei raccontarti che mi è difficile mettereordine nei miei pensieri. Tutte le cose non dette riemergono prepotenti evitali come non mai e i ricordi si fanno incerti, opachi e densi come le nebbiedel nostro Carso. Eppure in mezzo a questa confusione alcune figureemergono forti e nitide , al di sopra delle altre.Sto pensando a mio padre.Il primo ricordo vivo che ho di lui, risale al giorno in cui tornò dallaprigionia. Avevo nove anni.Ero rientrato da poco dalla scuola, stavo in cucina a giocare mentremia madre armeggiava tra i fornelli..Bussarono e la mamma andò ad aprire. La porta cigolò sui cardini ;seguirono alcuni interminabili secondi di silenzio, poi un grido soffocato dauno scoppio di pianto : "Oh, santo dio, Uccio, te son ti?".Passò qualche tempo prima che li sentissi parlare. Benché la curiositàsi fosse impadronita di me , non osai affacciarmi dalla cucina."Luciano, movite, vien quà a veder chi xè rivà!".C'era un uomo con lei, male in arnese, magro e pallido; indossava uncappotto militare di parecchie taglie superiori alla sua. Fui colpito dai suoiocchi : sembravano vuoti, privi di speranza, provati dal dolore, ma che nelvedermi si illuminarono.Guardai mia madre senza capire e tornai con lo sguardo a quell'uomoche avrei dovuto conoscere ma che sentivo essermi estraneo."Papà xè tornado, finalmente!".Ancora una volta guardai mia madre senza capire. L'uomo allargò lebraccia e disse : "Son papà, Luciano, non te me conossi, son papà, ostia!".Non fu facile il suo reinserimento in famiglia. Durante la prigionia
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06 / 05 / 2011This doucment made it onto the Rising List!
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