arrivavano deboli e sinistri alle nostre orecchie.Scrivere, per ora, sembra essere l'unica via di fuga, l'antidoto allapazzia.Sono tante le cose che vorrei raccontarti che mi è difficile mettereordine nei miei pensieri. Tutte le cose non dette riemergono prepotenti evitali come non mai e i ricordi si fanno incerti, opachi e densi come le nebbiedel nostro Carso. Eppure in mezzo a questa confusione alcune figureemergono forti e nitide , al di sopra delle altre.Sto pensando a mio padre.Il primo ricordo vivo che ho di lui, risale al giorno in cui tornò dallaprigionia. Avevo nove anni.Ero rientrato da poco dalla scuola, stavo in cucina a giocare mentremia madre armeggiava tra i fornelli..Bussarono e la mamma andò ad aprire. La porta cigolò sui cardini ;seguirono alcuni interminabili secondi di silenzio, poi un grido soffocato dauno scoppio di pianto : "Oh, santo dio, Uccio, te son ti?".Passò qualche tempo prima che li sentissi parlare. Benché la curiositàsi fosse impadronita di me , non osai affacciarmi dalla cucina."Luciano, movite, vien quà a veder chi xè rivà!".C'era un uomo con lei, male in arnese, magro e pallido; indossava uncappotto militare di parecchie taglie superiori alla sua. Fui colpito dai suoiocchi : sembravano vuoti, privi di speranza, provati dal dolore, ma che nelvedermi si illuminarono.Guardai mia madre senza capire e tornai con lo sguardo a quell'uomoche avrei dovuto conoscere ma che sentivo essermi estraneo."Papà xè tornado, finalmente!".Ancora una volta guardai mia madre senza capire. L'uomo allargò lebraccia e disse : "Son papà, Luciano, non te me conossi, son papà, ostia!".Non fu facile il suo reinserimento in famiglia. Durante la prigionia
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