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Il vento aveva soffiato incessantemente per tutta lanotte facendo sbattere le finestre e impedendomi dichiudere occhio.Alle sei ero già in piedi, esausto, neanche avessipassato la notte a scaricare sacchi di cemento. Dallafinestra, un filo di luce rischiarava l’orizzonte mentre, incielo, nuvole minacciose e gonfie d’acqua, correvanoveloci mutando continuamente, con il loro andare, la luce.Le strade deserte di Rio Gallegos, spazzate daviolente raffiche di vento, davano un senso di disperatamalinconia e la città appariva deserta come se fosse stataabbandonata da tempo.Mulinelli di carte, nylon e foglie morte si alzavanoper decine di metri per poi ricadere a terra. Sotto losferzare dei refoli più violenti gli alberi del vialepiegavano le loro fronde fino a farle toccare terra . RioGallegos non meritava più che uno sguardo di sfuggita.Non c'era niente che potesse trattenere il visitatore per piùdi un giorno. La sera prima avevo lasciato il caldo afoso diBuenos Aires ed ora mi trovavo catapultato in Patagonia,mille chilometri più a sud, inviato dal mio giornale per unservizio fotografico sui ghiacciai.L
'Hotel Santa Cruz
dove alloggiavo, era situato inun vecchio edifico fatiscente affacciato sulla viaprincipale. Le camere squallidamente arredate,invitavano l’ospite più alla fuga che a trattenersi.A malincuore m'infilai sotto una doccia che sapevoessere gelida ed emisi un urlo al primo contatto conl'acqua fredda. Una volta uscito mi strofinai energicamente
 
 
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con l'asciugamano e mi vestii in fretta.Andai a far colazione al
 British Club
dove di inglesenon era rimasto nulla, salvo il nome. Me la presi comodapoiché l'agenzia dove avevo noleggiato l'auto aprivaappena di li a un'ora. Ordinai uova col bacon e una tazzadi caffè in perfetto stile inglese; pensai al mio fegato edebbi pietà per lui.Mentre mangiavo, osservai il salone principale: lacarta da parati sembrava cadere a pezzi e macchie diumidità formavano sulle pareti delle stravaganti formeastratte, mentre la puzza di muffa arrivava violenta allenarici. Un tempo sembra che il club fosse frequentato dallaaristocrazia inglese residente o di passaggio a RioGallegos.Appena finito di mangiare il cameriere mi siavvicinò con l'aria di uno che ha voglia di parlare."Oggi il vento è molto forte, sir! Mi scusi se miintrometto ma alla radio hanno detto che aumenterà diintensità. Se ha intenzione di mettessi in viaggio facciamolta attenzione. Le strade sono sterrate e le raffichetalmente violente che ci vuole niente ad andare fuoristrada."Mi guardò negli occhi e con un sorriso complice siaffrettò ad aggiungere :"Sembra che il vento, qui, faccia impazzire lagente!”Lasciò la frase sospesa a mezz'aria, poi prese ilpiatto vuoto e senza aggiungere altro sparì dietro il bancoin direzione della cucina.
 
 
 
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 All'agenzia di noleggio, un solerte impiegato, nelconsegnarmi l’auto, volle darmi alcuni consigli di guida."Le strade sono per lo più sterrate" disse l'impiegato"si tenga pure al centro della carreggiata e infili le ruotesulle tracce già esistenti, e quando esce dall'auto tenga bensalda la portiera finché non la richiude altrimenti questomaledetto vento gliela porterà via".Annuii per farlo contento."Sa cosa si dice da queste parti a proposito delvento?""Non me lo dica!" supplicai."Sembra che faccia impazzire la gente!""Siamo tutti pazzi, non crede?" replicai.Uscii in strada e montai in macchina. L'ariaprimaverile frizzante e fresca del mattino mi gelò leguance. Misi in moto e accesi il riscaldamento.Feci un tratto di strada asfaltata attraversando ilcentro ancora deserto e, seguendo le indicazioni, svoltai adestra per Calafate, dove, secondo i miei calcoli, sareidovuto arrivare per l’ora di pranzo.Trecento chilometri di sassi e terra mi separavanodalla meta. La strada tagliava dritta, quasi senza curve, unapianura desolata e spoglia, che sembrava infinita, solitariae silenziosa. Non ci sarebbe stato nient'altro che questo pertutto il tragitto; non una presenza umana, una sola, chepotesse ricordarmi di essere ancora sulla Terra.Da sempre gli spazi immensi destavano in me una

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