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 A Ulan Bator per la festa del Naadam
testo di Alfredo DavoliAlcuni anni fa, durante l’interminabile volo che ci portava a Pechino,l’aereo sorvolò un’ immensa pianura coperta di neve (eravamo in dicembre)che si estendeva fin dove l’occhio poteva arrivare. I binari dellaTransiberiana tagliavano in due il paesaggio fino a sfiorare una macchiascura dai contorni incerti che, grazie al nostro pilota, scoprimmo essereUlan Bator, capitale della Mongolia. Restammo colpiti a tal punto da quellospettacolo , che, spinti dalla curiosità, decidemmo di programmare prima opoi un viaggio da quelle parti. Atterrammo così qualche anno più tardi aUlan Bator, in piena estate, per assistere alla festa del Naadam, che dal 1925si tiene ogni anno l’11 e il 12 luglio. In questa occasione da tutto il Paesegiungono nella capitale più di quarantamila persone che riempiono lestrade e punteggiano le colline di gher, le tradizionali tende mongole e damandrie di cavalli.Ulan Bator, si stende lungo il fiume Tuul in una zona collinare a1350 metri. Con le sue case alte e tutte uguali è una città grigia e priva diparticolare interesse. Vi abita quasi un terzo dell’intera popolazionemongola che conta appena due milioni di anime in un territorio vasto seivolte l’Italia. Fondata nel 1638 con il nome Nilhehuree, il grandeaccampamento, era conosciuta in occidente con il nome di Urga. Solorecentemente, nel 1924, dopo la proclamazione della Repubblica, hacambiato nuovamente nome in Ulan Bator.Veniamo ora al Naadam, nome che indica la festa nazionale per lanascita, nel 1921, della Mongolia sovrana e indipendente. In verità la festaha origini ben più lontane. Avendo un tempo il carattere di una fiera, eraquesta un’occasione per incontrarsi con parenti e amici altrimenti lontani e
 
 
per scambiarsi le merci. Tocca al Presidente con il consueto discorso di rito,aprire la manifestazione dalla tribuna dello stadio. Gli spalti sono gremitiall’inverosimile di gente che agita bandiere e segue con attenzione ilcarosello dei fantini, che in costume tradizionale, cavalcano i loro destrieribardati.Ha così inizio la prima delle tre gare, la lotta. Non si tratta soltanto diuna esibizione muscolare: nella cultura del popolo mongolo è insital’abitudine alla competizione; quando sei costretto a vivere in condizioniambientali molto difficili, d’inverno la temperatura si abbassa a menoquaranta, sopravvivere diventa una sfida quotidiana dove, per legge naturale,è il più debole a soccombere. I lottatori si presentano in campo con il, craniorasato e i muscoli messi bene in evidenza da uno stringato costume e daitradizionali calzari in cuoio con le punte rivolte all’insù. Sono 512 ipartecipanti che per due giorni interi si sfidano con la formuladell’eliminazione diretta. Il vincitore, unico e assoluto, avrà il privilegio dicompiere una danza rituale chiamata “il volo dell’aquila” e di fregiarsi deltitolo di “Avrana”, titano, l’uomo più forte della nazione.In un piccolo stadio vicino invece si svolge contemporaneamente iltiro con l’arco, arte di cui i Mongoli sono da sempre maestri, da quandointorno al 1200 in sella ai loro cavalli partirono, guidati da Gengis Khan,alla conquista del mondo. Quando l’arciere, prima di incoccare la freccia,fissa il bersaglio con grande concentrazione, sugli spalti cala un religiososilenzio. Questa è l’unica delle tre discipline cui sono ammesse anche ledonne, purché non incinte o mestruate. Quasi si trattasse di una reliquia,nessuno può toccare l’arco al di fuori del proprietario. La freccia segue unatraiettoria parabolica e colpisce quasi sempre il bersaglio rappresentato daun minuscolo cerchietto rosso situato a 75 metri per gli uomini e a 60 per ledonne.Ma la gara che accalora maggiormente il pubblico, è la cavalcata.

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