Addis Abeba, ancora una volta.
Testo di Alfredo Davoli
E’ l‘una di notte quando dall’aeroporto percorriamo i viali deserti in direzionedell’Hotel Gijon di Addis Abeba.La baraccopoli, con le case dai tetti di lamiera ondulata chiuse da improbabiliporte, lambisce il centro città e come un serpente s’insinua strisciando in mezzo ainuovi palazzi di cemento e vetro. Di lì a qualche ora, appena al sorgere del sole,quelle stesse misere abitazioni avrebbero rigurgitato una bolo incontenibile digente e riempito le strade di sferraglianti e disastrate automobili. Dalle migliaia dibottegucce del
Merkato,
tra le merci esposte e dalle fogne a cielo apertol’inconfondibile afrore dell’Africa avrebbe sovrastato ogni altro odore.Undici anni fa, quando nel 1994 visitai per la prima volta l’Etiopia, AddisAbeba si mi si presentava con la medesima violenta espressione di vivacità esofferenza.Con un tuffo al cuore gonfio di nostalgia, il “Nuovo Fiore”, questo significa inamarico Addis Abeba, mi riaccoglie tra le sue caotiche vie; rivedo così la Chiesadella Trinità le cui splendide vetrate riproducono scene dal Vecchio e Nuovotestamento. Sul sagrato e lungo i muri perimetrali, solitari pellegrini con gestiantichi sgranano i loro rosari lignei mormorando litanie simili a canzoni.Seguendo una strada appena fuori dal centro che si inerpica fino ad arrivare atremila metri d’altezza, si giunge ad Entotto con la sua bella chiesa esagonale. Dallasommità di questa collina che un tempo ospitò la prima capitale del Regnod’Abissinia si ha la vista completa su Addis Abeba, con i suoi due milioni e mezzo diabitanti, omogeneamente ricoperta da uno strato di smog.
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