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L'IMMORTALITÁ
di
 Milan Kundera
PARTE PRIMAIL VOLTOLa signora avrà avuto sessanta, sessantacinque anni. La guardavo, steso su unasdraio di fronte alla piscina di un circolo sportivo all'ultimo piano di un modernoedificio da dove, attraverso grandi finestre, si vede tutta Parigi. Aspettavo il professor Avenarius, con il quale mi incontro lì di tanto in tanto per fare due chiacchiere. Ma il professor Avenarius non arrivava e io osservavo la signora. Era sola nella piscina,immersa nell'acqua fino alla vita, lo sguardo rivolto in su verso il giovane maestro dinuoto in tuta che le stava insegnando a nuotare. Ora lei ascoltava le sue istruzioni:doveva aggrapparsi con le mani al bordo della piscina e inspirare ed espirare profondamente. Lo faceva con serietà, con impegno, ed era come se dal fondo delleacque risuonasse la voce di una vecchia locomotiva a vapore (quel suono idillico,oggi ormai dimenticato, che per coloro che non l'hanno conosciuto può esseredescritto soltanto come il respiro di un'anziana signora che inspira ed espira fortevicino al bordo di una piscina). La guardavo affascinato. Ero attratto dalla suacomicità commovente (anche il maestro l'aveva notata, perché ad ogni istante gli sicontraeva un angolo della bocca), ma poi qualcuno mi rivolse la parola distogliendola mia attenzione. Poco dopo, quando volevo tornare a guardarla, l'allenamento erafinito. La donna si allontanava in costume da bagno facendo il giro della piscina.Superò il maestro di nuoto e quando si trovò a quattro o cinque passi di distanza, giròla testa verso di lui, sorrise e lo salutò con la mano. E in quel momento mi si strinse ilcuore! Quel sorriso e quel gesto appartenevano a una donna di vent'anni! La suamano si era sollevata con una leggerezza incantevole. Era come se avesse lanciato inaria una palla colorata per giocare con il suo amante. Quel sorriso e quel gestoavevano fascino ed eleganza, mentre il volto e il corpo di fascino non ne avevano più.Era il fascino di un gesto annegato nel non fascino del corpo. Ma la donna, anche sedoveva sapere di non essere più bella, in quel momento l'aveva dimenticato. Con unacerta parte del nostro essere viviamo tutti fuori dal tempo. Forse è solo in momentieccezionali che ci rendiamo conto dei nostri anni, mentre per la maggior parte deltempo siamo dei senza-età. In ogni caso, nell'attimo in cui si girò, sorrise e salutò con1
 
la mano il giovane maestro di nuoto (che non resse e scoppiò a ridere), lei ignorava la propria età. In quel gesto una qualche essenza del suo fascino, indipendente daltempo, si rivelò per un istante e mi abbagliò. Ero stranamente commosso. E mi vennein mente la parola Agnes. Agnes. Non ho mai conosciuto una donna con questo nome.2Sono a letto, immerso in un dolce dormiveglia. Alle sei, nel primo leggerorisveglio, allungo la mano sulla radiolina a transistor che tengo accanto al cuscino eschiaccio il bottone. Sento le prime notizie del mattino, sono appena in grado didistinguere le parole e di nuovo mi addormento, cosicché le frasi che sento sitrasformano in sogni. Questa è la parte più bella del sonno, il momento più piacevoledella giornata: grazie alla radio sono cosciente del mio continuo addormentarmi erisvegliarmi, di quella splendida altalena fra veglia e sonno che in sé è un motivosufficiente per non rimpiangere di essere nati. Mi sembra soltanto o sono veramenteall'opera e vedo due cantanti vestiti da cavalieri che cantano del tempo che farà!Com'è che non cantano d'amore! E poi mi rendo conto che sono i presentatori, oranon cantano più, ma si interrompono l'un l'altro, scherzando: “Avremo una giornatacalda, afa, temporali” dice il primo, e il secondo, civettuolo: “Davvero!”. La primavoce risponde altrettanto civettuola: “Mais oui. Chiedo scusa, Bernard, ma è così.Dobbiamo resistere”. Bernard ride forte e dice: “Questa è la punizione per i nostri peccati”. E la prima voce: “Perché, Bernard, io devo soffrire per i tuoi peccati!”. Alche Bernard ride ancora più forte, per far intendere a tutti gli ascoltatori di che tipo di peccati si tratti e io lo capisco: è il nostro unico grande desiderio nella vita: che tuttici considerino grandi peccatori! Che i nostri vizi vengano paragonati ad acquazzoni,tempeste, uragani! Che il Francese oggi, quando aprirà l'ombrello sopra la testa, siricordi della risata ambigua di Bernard e lo invidii.Giro la manopola sulla stazione vicina, perché spero di riaddormentarmi portando con me immagini più interessanti. Sulla stazione vicina una voce femminileannuncia una giornata calda, afa, temporali e io mi rallegro che in Francia abbiamotante stazioniradiofoniche e che tutte esattamente nello stesso istante dicano la stessaidentica cosa. Un armonioso connubio di uniformità e libertà, che cosa può augurarsidi meglio il genere umano? E così riporto la manopola là dove un attimo primaBernard stava sciorinando i suoi peccati, ma al posto suo sento un'altra voce checanta di un nuovo modello di Renault, giro un'altra volta, e un coro di voci femminiliesalta una svendita di pellicce, giro di nuovo sulla stazione di Bernard, faccio ancorain tempo a sentire le ultime due battute dell'inno all'automobile Renault e subito dopo parla lo stesso Bernard. Imitando la melodia del cantante, annuncia con voce canorala pubblicazione di una nuova biografia di Ernest Hemingway, nell'ordine ormai lacentoventisettesima, ma stavolta davvero molto significativa, perché da essa si ricavache Hemingway per tutta la vita non ha detto una sola parola di verità. Ha gonfiato ilnumero delle ferite riportate nella prima guerra mondiale, e si è fatto passare per ungrande seduttore, quando è dimostrato che nell'agosto del 1944 e poi di nuovo dal2
 
giugno 1959 era completamente impotente. “Ah, davvero?” dice ridendo la primavoce e Bernard risponde civettando: “Mais oui...e rieccoci tutti sulla scenedell'opera, e con noi c'è anche l'impotente Hemingway, poi d'un tratto una voceserissima parla del caso giudiziario che nelle ultime settimane ha scosso l'interaFrancia: nel corso di un'operazione del tutto insignificante la paziente è morta a causadi un'anestesia sbagliata. In relazione al fatto, l'organizzazione destinata a difenderequelli che definisce “utenti” propone che tutte le operazioni in avvenire venganofilmate e archiviate. Solo così, afferma “l'organizzazione per la difesa degli utenti”, è possibile garantire al Francese che muore sul tavolo operatorio una debita vendetta da parte della giustizia. Poi mi riaddormento.Al mio risveglio erano ormai quasi le otto e mezza e stavo immaginandoAgnes. E stesa su un ampio letto proprio come me. Il lato destro è vuoto. Chi saràmai suo marito? Evidentemente qualcuno che il sabato mattina esce di casa presto.Per questo è sola e si dondola dolcemente tra la veglia e il sonno.Poi si alza. Di fronte a lei su lunghe zampe, simile una cicogna, c'è iltelevisore. Vi butta sopra la camicia, che copre lo schermo come un bianco sipariodrappeggiato Ora è in piedi proprio vicino al letto e per la prima volta la vedo nuda,Agnes, l'eroina del mio romanzo. Non riesco a staccare gli occhi da questa belladonna, e lei, quasi abbia sentito il mio sguardo, corre a vestirsi nella stanza accanto.Chi è Agnes?Così come Eva proviene da una costola di Adamo, come Venere è nata dallaspuma del mare, Agnes è sorta dal gesto della signora sessantenne, che in piscinasalutava con la mano il suo maestro di nuoto e i cui tratti stanno già svanendo nellamia memoria. Allora, quel gesto aveva risvegliato in me un'immensa eincomprensibile nostalgia e dalla nostalgia è nata una figura di donna che chiamoAgnes.Ma un uomo, e forse ancor più il personaggio di un romanzo, non è per definizione un essere unico e irripetibile? Com'è possibile, dunque, che un gesto còltonell'individuo A, un gesto che era legato a lui lo caratterizzava, costituiva il suofascino peculiaresia allo stesso tempo l'essenza dell'individuo B e delle mie fantasticherie su dilui? Questo merita una riflessione.Se dal momento in cui è apparso sul globo terrestre il primo uomo sono passatisulla terra circa 80 miliardi di esseri umani, è difficile supporre che ognuno di loroabbia il proprio repertorio di gesti. È aritmeticamente impossibile. Senza il minimodubbio, al mondo ci sono molti meno gesti che individui. Questa constatazione ci porta a una conclusione seccante: il gesto è più individuale dell'individuo.Potremmo metterla in forma di proverbio: molta la gente, pochi i gesti.All'inizio, quando parlavo della signora in piscina ho detto che “in quel gestouna qualche essenza del suo fascino, indipendente dal tempo, si rivelò per un istante emi abbagliò”. Sì, in quel momento l'avevo inteso così, ma mi sbagliavo. Il gesto nonaveva rivelato nessuna essenza di quella signora, si dovrebbe dire piuttosto che quellasignora mi aveva svelato il fascino di un singolo gesto. Non si può infatti considerareil gesto come un'espressione dell'individuo, come una sua creazione (perché nessun3
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