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GRAPPELLILO CONOSCO
di Adriano Mazzoletti
È stato a casa di ChristianLivorness che ho conosciutoStéphane Grappelli. Una tele-fonata di Christian mi avverti-va che Grappelli era a Roma eche avrebbe voluto presentar-melo. Andai di corsa.Grappelli e Django Reinhardt erano stati gliidoli della mia infanzia. Li ascoltavo quasi gior-nalmente alla radio e ne andavo matto. Arrivatoa casa di Christian, mi trovai di fronte a unsignore alto, elegante, con un viso simpatico emodi da gentleman inglese. Dopo pochi minutiera come se fossimo amici da anni, ma succedesempre così nel mondo del jazz.Aun certo punto Livorness prese un disco elo mise sul grammofono. Era un’incisione diTea for Two, eseguita da un pianista che nonavevo mai sentito prima. Lo stile mi ricordavaquello di Art Tatum e lo dissi molto francamen-te. «Forse in una giornata in cui non era nellasua migliore forma» aggiunsi. (...)
CONFONDONOLE LINEE DI MIRÒ
di Romina Ciuffa e Corinna Nicolini
È strano perché inItalia quando dici«camera a gas» pensi ai campi diconcentramentooppure a una storiad’amore.Insomma,a una canzone diGianna Nannini. Non per esserecinici, ma è nelcollettivo comeuna scena a rallen-tatore. Stesso moti-vo per cui una lama sottile non fa pensare a unserial killer e una finta sul ring non fa pensareall’ultimo incontro di Muhammad Alì. Gianna Nannini è Fotoromanza, I Maschi e Bomboloni,un Ragazzo dell’Europa e Due Ragazze in Me.È una Latin Lover e un’Avventuriera, fonda-mentalmente una Meravigliosa Creatura che simasturba (esattamente, masturba) in America.(...)
PANTOFOLE LIVENEL SALOTTO DI CASA
di Nicola Cirillo
 Firenze.
È una casa calda e accogliente quel-la di Paolo. In un angolo del salotto è già pron-ta la strumentazione e in sottofondo c’è la soli-ta musica terribile che precede ogni concerto.Stasera canterà Peppe Voltarelli.Sì, proprio nel salotto di Paolo, tra il caminoe il frigorifero il cantautore calabrese, reducedal Premio Tenco, si esibirà per una settantinadi persone. È un concerto di Salottolive, il pro-getto di «house concerts» italiano, che organiz-za concerti nelle case private. Mi riceve PaolaIafelice, idea-trice del pro-getto insiemea ClaudioRipoli. Conlei scambioqualche paro-la, tra una piz-zetta e unsorso di vino.(...)
   F  e   b   b  r  a   i  o   M  a  r  z  o   2   0   0   8
Editore
STEFANO MASTRUZZI
Direttore Responsabile
SALVATORE MASTRUZZI
Direttore
ROMINACIUFFA
Redazione
Romina CIUFFAbeyond@musicin.euFlavio FABBRI classica@musicin.euRossella GAUDENZI jazzblues@musicin.euValentina GIOSApoprock@musicin.euRoberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.euCorinna NICOLINI edge@musicin.eu
Progetto grafico
Romina CIUFFA
Impaginazione
Cristina MILITELLO
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Caterina MONTI
Redazione
Via del Boschetto,106 - 00184 Roma
Te
06.4544.3086
 Fax
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 Mail 
redazione@musicin.eu
Marketing e Pubblicità
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marketing@musicin.eu
Tipografia
Litografica Iride SrlVia della Bufalotta, 224 - Roma
Anno II n. 4Febbraio-Marzo 2008Registrazione presso il Tribunale di Roman. 349 del 20 luglio 2007
STEFANOMASTRUZZIEDITORE
   P  e  r   i  o   d   i  c  o   d   i   i  n   f  o  r  m  a  z   i  o  n  e ,  a   t   t  u  a   l   i   t   à  e  c  u   l   t  u  r  a  m  u  s   i  c  a   l  e  a  c  u  r  a   d  e   l   S  a   i  n   t   L  o  u   i  s   C  o   l   l  e  g  e  o   f   M  u  s   i  c
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anremo 2008, una palla mostruosa. Ma perché sembra che tutti denigrino ilFestival nazionalpopolare, mentre i dati (pre-sunti realistici) di ascolto dimostra-no che la relativa trasmissione èmolto seguita? Qualcuno mente.Mente chi sostiene di non sopporta-re il Festival e lo fa per la vergognache giustamente potrebbe derivaredal farsi pizzicare a fischiettarel’ultima aria della Tatangelo.Mentono i dati statistici in quanto basati su uno schema a campioneobsoleto e che portano a pensareche tutti gli italiani siano audiolesi.Ho letto che questo Festival saràdiverso, più attento alle novità, un proposito già sentito e puntualmen-te disatteso nelle scorse edizioni.Ma come, quest’anno ci sarà Pippo Baudo. Unincubo. Nel settore musical-televisivo c’è chi parla bene di Baudo, ma in genere si tratta diquei personaggi pubblici ma non troppo chevengono spesso invitati in trasmissione. È unacortesia che si usa in televisione: giornalisti, personaggi e presentatori (catego-ria questa di un certo spessore cul-turale) fanno tutti finta di cono-scersi o di salutarsi quando vengo-no citati in trasmissione i nomi deicolleghi.Molti con lapidaria certezzasostengono che Baudo sia un bravo presentatore. Ame sembrache svilisca chiunque, chiedendo prestazioni da baraccone con quelsorriso ebete stampato sulla fac-cia, tipico dei genitori che gratifi-cano la prole alla recita di fineanno. Ma anche qualora svolgesse bene tale ruolo di presentatore, perché dovrebbe assumere la direzione artisticadi un Festival musicale? Quali sono le sue com- petenze specifiche, a parte quelle di un orec-chiante? Ma certo, lui è l’autore di una canzonedal grande afflato mistico e spirituale, comefaceva… «il suo nome è donna Rosa, cara, bella, sorridente e deliziosa…», vengono i bri-vidi solo a ricordarla(tempo fa ho messo uncerotto a mio nipote, forse dovrei fare domanda per il posto di direttore generale alla Asl Romacentro).Chi non è nel settore probabilmente nonconosce alcuni retroscena che si dipanano dagiugno a novembre: la fila dei discografici per farsi ricevere dal Mahatma, centinaia di telefo-nate alla signora D., sua segretaria personale, alfine di strappare un appuntamento neancheBaudo fosse un affermato chirurgo, un affasci-nante pensatore o una bella stangona. E non parliamo poi dei suoi preziosi «consigli» sucome aggiustare la struttura dei pezzi, cambiareuna parola o una verso del testo, raddrizzare lamelodia.
CONTINUA NELLA PAGINA JAZZ&BLUES
CONTINUA NELLA PAGINA POPCK 
CONTINUA NELLA PAGINA BEYOND
IL SUO NOME È DONNA ROSA
CONTINUA NELLA PAGINA JAZZ & BLUES
Il vero nome di Pippo Baudo, «caro, bello, sorridente e delizioso». Lo è almeno quanto il suo titolo da esperto della musica(che lo autorizza a condurre San Remo da capo a piedi), a definirsi cantautore, a dare «preziosi» consigli su come aggiustarela struttura dei pezzi o cambiare una parola del testo. E la sua segreteria, la signora D., ha l’agenda piena della gran diva
 
L
a Pmjo (Parco della Musica JazzOrchestra) gode di ottima salute. Paroladi direttore, quindi fonte più che attendibiletrattandosi di
Maurizio Giammarco
, sassofo-nista, compositore ed arrangiatore, ai verticidella suddetta orchestra dagli esordi, stagione2005-2006, ad oggi. La Pmjo è di ritornodall’Argentina, dove l’Auditorium ha organiz-zato lo scorso mese un Festival italiano che hariscontrato un successo strepitoso con unaserata conclusiva, quella che ospitava per l’ap- punto la nostra orchestra, di tutto esaurito.La scelta dell’Auditorium di istituire un’or-chestra stabile è legata alla volontà di affer-marsi come leader di un’offerta culturale diampia portata. Cultura nel senso più esteso deltermine: musica, poesia, danza, filosofiascien-za, storia antica, moderna, contemporane emolto altro. Grazie a un segno positivo di tipoeconomico si decide di rilevare quasi l’interoorganico della Roma Jazz Ensemble, orchestraromana con ben dodici anni di vita alle spalle,di grande qualità ed affiatamento, capitanatada Corvini e Jodice. Non vi sono precedenti in Italia, si tratta diun’orchestra semi-pubblica che si ispira allaceleberrima Lincoln Center Jazz Orchestranewyorkese diretta da Wynton Marsalis.L’intuizione vincente è stata quella di darericonoscimento a una formazione di professio-nisti di alto livello, perché essere bravi musi-cisti di sezione non significa essere bravimusicisti di jazz.
In quale modo vengono fatte le scelte arti-stiche?
 Il ruolo del direttore d’orchestra nella scelta del repertorio è fondamentale. C’è unconfronto con la direzione dell’Auditorium. Lanostra è un’esperienza diversa da quella, ad esempio, della francese Orchestre National de Jazz, attiva pochi mesi l’anno, e si distribuisce su 365 giorni.
Come si articola la programmazione dellaPmjo?
Quattro filoni guidano progetti diversi- ficati. Le Produzioni Originali comprendonoalmeno sessanta pezzi originali per almeno seiinteri concerti (Pmjo Songbook). Gli arrangia-menti principali vengono fatti da me, ClaudioCorvini, Pino Jodice. Questo filone rappresen-ta soprattutto la musica che l’Auditorium«esporta» durante la maggior parte degli spo- stamenti; saltuariamente il repertorio origina-le dell’orchestra viene presentatoall’Auditorium. Jazz Memories ripropone irepertori delle orchestre classiche e vanta giàdue appuntamenti con l’orchestra di Quincy Jones, uno con quella di Count Basie, due conquella di Duke Ellington. Jazz Focus è relativo a progetti speciali atema. Potrei ricordare Cartoons in Jazz, con gli arrangiamenti di Jodice, o l’Omaggio a Jimi Hendrix, con Corvini. Jazz Podium preve-de l’invito di direttori e musicisti stranieri enon per l’esecuzione dei brani originali: tra imolti Kenny Wheeler, Martial Solal, Uri Caine. Per passare ai nostri Paolo Damiani, Marcello Rosa, Dino e Franco Piana, Riccardo Del Fra. Il 27 febbraio ospiteremo l’ultraottantenne Billy Holman. E non è poco...
Cosa rappresenta perMaurizioGiammarco la direzione della Pmjo?
Una sfida. Sono da sempre un buon conoscitore di jazz, il mio amore per questo genere di musicarisale a un unico disco di jazz che c’era a casamia, un’incisione della fine degli anni Trentadi Duke Ellington. Ho sempre lavorato e com- posto per piccoli gruppi: l’avventura della Pmjo mi riporta agli amori degli inizi, avere ache fare con una grande orchestra, suonare dal vivo con essa. La proposta è stata accettata dibuon grado, proviene da un istituto prestigiosoed il lavoro è con gruppo che conosco da anni.Coincide anche con il mio rilancio personalecome compositore e arrangiatore.
Quale bilancio faresti oggi sull’attività diquesta formazione?
 La Pmjo rappresenta un fiore all’occhiello per l’Auditorium, un bigliet-to da visita prestigioso speso più per espande-re al di fuori dell’Auditorium questo prestigio, piuttosto che potenziarlo all’interno di esso.Sono molto interessato ad offrire una stagionedi grande qualità a Roma, che desti una mag- giore curiosità ed attenzione negli addetti ailavori. Sarebbe gratificante rilevare una mag- giore presenza di musicisti ai nostri concerti.Con la Fondazione Musica per Roma, offria-mo «prodotti» che pochi possono permettersidi offrire.
Quali i tuoi progetti personali futuri,all’interno della Pmjo?
 Per aprile è previstal’incisione di un mio lavoro, dal nome Strata- Jam-Music. So di farmi portavoce del gruppodicendo che l’orchestra vuole fortemente suo-nare il proprio repertorio. Siamo relativamen-te giovani, come Pmjo, quindi dobbiamo anco-ra imporre la nostra identità sonora. Il perico-lo che può scaturire dall’eclettismo, che pureci è richiesto, è di perdere la propria identità.
Il segreto dell’affiatamento di una BigBand?
 In un’orchestra devono esserci teste pensanti, musicisti creativi ma comunquecoscienti del proprio ruolo. È importanteconoscere le dinamiche della progettualità col-lettiva. Non è facile tenere in piedi l’affiata-mento, che non dipende in alcun modo dal direttore ma dal rispetto reciproco e dalla con-divisione degli obiettivi. (R
OSSELLA
G
 AUDENZI 
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Music In
Febbraio Marzo 2008
STEPHANE GRAPPELLI di Adriano Mazzoletti «
Miles, saputo che Stéphane avrebbe suo-nato prima di lui, volle venire in anticipo, si sedette fra le quinte, ascoltò il concerto e alla finechiese a Stèphane e a me di farci una foto assieme. E per giunta si tolse anche gli occhiali
neri.»
PMJO
L’Auditorium haun’orchestra tutta sua. Enostra.
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GRAPPELLILO CONOSCOGRAPPELLILO CONOSCO
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a cura di ROSSELLA GAUDENZI
(...)
«Grazie del complimento» disse Stéphane visibilmentecompiaciuto, «perché quell’Art Tatum non in perfetta forma sonoio». Ne fui sbalordito. All’epoca sapevo che Grappelli era stato pianista, ma non certo di quel livello. Era quello un periodo pocofelice per uno dei più grandi violinisti del mondo. Seppi che dopola morte di Django, aveva avuto molti problemi. Il suo vecchioamico Eddie Barclay, proprietario di una casa discografica, gliaveva fatto incidere diversi dischi con un’orchestra d’archi chenon ebbero successo e molti dei quali neppur posti in commercio.Aveva poi formato un quartetto con pianoforte, contrabbasso e batteria, formazione poco adatta al suo stile e alla sua sensibilitàdi musicista abituato a suonare con tre chitarre e un contrabbas-so. E rimpiazzare Django Reinhardt era assolutamente impossi- bile e soprattutto improponibile. Difficile sostituire un genio conun altro genio. Per sopravvivere aveva accettato un ingaggioall’Hotel Hylton di Parigi e da quell’albergo passò poi ad altrisoprattutto in Italia dove suonava come pianista.Quando lo conobbi aveva appena terminato una scritturaall’Hotel Villa Igea di Palermo e stava per iniziarne un’altra aRoma, da Bricktop a via Veneto. Del Grappelli violinista, il mondodel jazz se ne era quasi dimenticato. «È come se fossi morto conDjango» mi disse. In quello stesso periodo Armando Trovajoliaveva formato una straordinaria orchestra con cui presentava set-timanalmente dei concerti di jazz alla Sala Adella Rai a ViaAsiago. Ne faceva parte il gotha del jazz italiano. Oscar Valdambrini, Gianni Basso, Livio Cervellieri, Berto Pisano, EnzoGrillini, Dino Piana, Attilio Donadio, Gilberto Cuppini.Gli arrangiamenti erano di Bill Smith, Bill Russo, BillHolman. Una delle più belle realtà del jazz italiano degli anniSessanta. Collaboravo già con il nostro ente radiofonico ed eroanche vice-presidente del Jazz Club Roma in un periodo di gran-de euforia e attività. Telefonai ad Armando, informandolo della presenza di Grappelli e proponendolo come guest star per unodei concerti. Armando accettò subito e con entusiasmo. Si cono-scevano dal 1949 quando Spéphane e Django avevano suonato per diverse settimane alla Rupe Tarpea. Quel concerto alla Rai fuun trionfo. Al termine pubblico ed orchestra si alzarono in piedi per tributargli un’ovazione che durò molti minuti.«È stato un momento importante per la mia nuova carriera diviolinista», mi disse in seguito Stéphane. La televisione si accor-se di questo stra-ordinario solista.Venne invitato a partecipare adiversi program-mi, accompagna-to da musicistiitaliani, UmbertoCesari, AngeloBaroncini equalche altro.Però non avevaancora trovato lastrada per impor-si nuovamentenel mondo del jazz. Con quelle sezioni ritmiche, non era a suoagio. Lo si notava immediatamente. Anche quando lo invitai a prendere parte alla trasmissione tv «Tempo di Jazz» dove lo feciaccompagnare da Kenny Clarke, uno dei più grandi batteristi del-l’intera storia del jazz, a Grappelli mancava qualcosa.Mancava Django, ma chi poteva sostituirlo? Cominciai alloraun lento, ma inesorabile martellamento. «Perché non vuoi piùsuonare con un chitarrista?, magari due». Stéphane non rispon-deva e quando lo faceva tirava sempre fuori il nome di Django.Capii allora che non si trattava di un fatto musicale, bensì diqualcosa di più profondo. Ogni volta che ci incontravamo aRoma, dove veniva sovente per prendere parte a trasmissioni o aParigi, dove il mio lavoro mi portava assai spesso, continuavo a parlargli per convincerlo a formare un complesso a corde.Finalmente un giorno, era il 1962, mi informò che aveva trovatoun chitarrista. Si trattava di Pierre Cavalli con cui incise un discodedicato a Django con due chitarre, contrabbasso e il batteristaDaniel Humair. Non aveva ancora avuto il coraggio di liberarsi dei batteristi.Ciò che avvenne definitivamente negli anni Settanta, quandotrovò musicisti che lui considerava «giusti». Erano gli inglesi,ammiratori incondizionati di Reinhardt, i chitarristi Diz Disleye John Etheridge e il francese Marc Fosset.Da quel momento, Grappelli ritornò ad essere una star.Realizzò dischi importanti con tutti i grandi del jazz. Suonò inogni angolo del mondo, anche se aveva il terrore degli aerei. Ilsuccesso, dopo quello che aveva avuto nella seconda metà deglianni Trenta con l’immortale Quintette du Hot Club de France,che però aveva dovuto dividere con Django, giunse quandoormai aveva varcato abbondantemente la soglia dei sessant’anni.Età che non dimostrava affatto. Avolte sembrava più giovane deisuoi pur giovanissimi partners. Sempre pronto a suonare a girarein lungo e in largo a bere il suo whisky, lui che aveva solo unrene, a ridere, scherzare e dire battute di spirito.Una volta gli chiesi, «ma perché hai inciso quei dischi conYehudi Menhuin, non ha swing!» E lui «non ha swing , ma èricco!». Quando lo invitai al Festival di Pompei, lo feci suonarenella prima parte del concerto di Miles Davis. Il sovrintendenteagli scavi era terrorizzato perché pensava che le oltre quattromi-la persone che affollavano il Teatro antico, non avrebbero avutola «pazienza» di ascoltare per oltre un’ora «un violinista, duechitarristi e un contrabbassista».Quel pubblico ascoltò in silenzio, rapito dall’Arte di Grappellie al termine chiese anche dei bis. Miles, saputo che Stéphaneavrebbe suonato prima di lui, volle venire in anticipo, si sedettefra le quinte, ascoltò il concerto e alla fine chiese a Stèphane e ame di farci una foto assieme. E per giunta si tolse anche gliocchiali neri.
Adriano Mazzoletti 
CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA
 
C
apita di imbattersi in un dialogo tra un piano e un banjo e di trovarsi spiazzatidalla bellezza folgorante di una sintesi che siriteneva, con un po’di pregiudizio, forzata e pressoché impossibile da realizzare armonica-mente. Poi magari, a ben guardare, vedi che imotori dell’operazione sono Chick Corea eBela Fleck e inizi a capire il perchéla cosa gira, e gira molto bene.Corea non è un jazzista, è un pia-nista e musicista raffinato come pochi in circolazione. Conosce leregole del contrappunto e dellefughe dopo aver imparato a memo-ria l’intero repertorio bachiano; sainterpretare i classici contemporaneicon una sensibilità rara, e bastaascoltare i difficili e meravigliosi preludi di Scriabin per renderseneconto, ma sa anche suonare i con-certi per piano e orchestra di Mozartcon un rigore filologico lontanissi-mo dalle reinvenzioni, sia dettosenza polemica (anzi, un posi…),di Jarrett e Caine.Corea ha spinto i confini del jazzelettronico alla massima espressivi-tà e la sua elektric band, nelle diver-se formazioni, ha sfornato anche nelmonotono deserto di idee degli anni80 album bellissimi di sintesi lin-guistica jazz, rock, latin, pop. Coreaha esplorato l’arte del jazz trio condue registrazioni mozzafiato per laEcm prima di altri suoi colleghi bravi a suona-re ma anche a far affari (sia detto con un po’di polemica...).E infine vanta una carriera e una discografiaqualitativamente e quantitativamente «imbaraz-zante», e a far il punto sulla sua carriera fu unmeraviglioso concerto tenuto nel 2003 al Blue Note di New York organizzato in suo onore dai più prestigiosi nomi del jazz contemporaneo efinito in un cd
 Rendezvous in New York 
.Tra quei nomi prestigiosi accorsi al Blue Note compariva anche l’ultrapremiato banjoistaai Grammy Bela Fleck, fondatore e leader delFlecktones (consiglio vivamente di ascoltare illoro
 Hidden Land 
 per conoscere nuovi interes-santi sentieri di jazz contemporaneo misto blue-grass).Dev’essere nata da lì l’idea di fare qualcosain duo, non roba trita da arrangiare alla bell’emeglio in poche settimane, ma un progettoserio, strutturato e fatto di composizioni origi-nali, ed ecco gli ingredienti che stanno alla basedi questo loro splendido
 Enchantement 
.Corea ha scritto quattro brani (di cui una suiteche con ironico anagramma ha chiamato
 Jobandna Nopia
) e Fleck gli altri sei, concedendosisolo il lusso di una divertente cover di
 Brazil 
.I due hanno lavorato un bel po’a scrivere i brani, a confrontarsi telefonica-mente e ringhiarsi appunti primadi arrivare in sala di registrazionee il risultato c’è tutto e si senteminuto dopo minuto.Il potere dell’interplay è sup- portato da una scrittura rigorosadelle parti dove stacchi imprevi-sti, tempi impossibili e incastri polifonici perfetti rappresentano ilterreno ideale per un’improvvisa-zione rigorosa e fantasiosa insie-me. Se Corea non nasconde nean-che qua la sua passione per larhumba e i ritmi latini, infarcen-doli di contrappunti e melodiealternanti urti e consonanze, Fleck dimostra un virtuosismo e unaconoscenza del banjo impeccabi-le, facendoci viaggiare nel tempotra epica statunitense e nuovefrontiere (
 Mountain
è probabil-mente la perla del cd).E in un anno alle spalle che,quanto a produzioni discografi-che, non si farà rimpiangere,questa musica a due convince e piace; peccato non averli potuti ascoltare livea Roma, mentre i fan di Corea si preparinoall’appuntamento all’Auditorium di marzodove si ripresenterà in duo con Gary Burton per un nuovo capitolo della loro ultratrenten-nale collaborazione.
Paolo Romano
talia-Stati Uniti-Francia: con questedistanze è stato estremamente difficileincontrarsi, in più portare avanti un pro-getto musicale, in più fissare delle date per un breve tour europeo che ha toccato Francia,Paesi Bassi ed il Bel Paese. Quattro concerti, edè stata una faticaccia.Ma partiamo dagli inizi musicali del leader del trio, Michele Rabbia. Nessuno nella casatorinese della famiglia Rabbia, tranne un paio dicugini, è appassionato di musica. E come prece-denti personali, l’avvicinamento alla musicaavviene attraverso qualche lezione di flauto tra-verso e di organo. Ma c’è una figura di spiccodeterminante nella formazione di Michele, ed èquella del nonno, grande appassionato di pittu-ra. Trasmette l’amore per il bello, il culto del-l’estetica, la passione per l’arte in senso ampio.Si gettano le basi ed i tempi sono maturi per cercare il proprio percorso artistico, la discipli-na più congeniale.Si propone a questo punto un vecchio sche-ma: il gruppo del fratello maggiore che suona inuna cantina al quale ci si unisce un po’per gioco e un po’per curiosità; il caso specificovuole che ci sia una batteria da utilizzare everso la quale il futuro percussionista di succes-so si volge con attenzione.Il fratello maggiore manterrà l’interesse per la musica a livello di hobby, ma per quantoriguarda il fratello minore le cose vanno diver-samente. Poiché quando la stoffa è di pregiatafattura, il passaggio dalla curiosità alla passioneè rapido. Ma non solo, l’eclettismo artistico ha portato Michele Rabbia a collaborare numerosevolte a progetti teatrali, letterari, di pittura e didanza. La danza.
Cosa avresti voluto fare da grande?
 Il danzatore classico. Il più grande rimpian-to è di non aver proseguito gli studi di danzache hanno in parte accompagnato, intorno aitredici- quattordici anni, la mia crescita aTorino.Credo che il mio modo di suonare rifletta un po’la mia predisposizione congenita alladanza. È per via del movimento, dei miei gesti,che sono sempre amplificati nell’atto del suo-nare, del percuotere.
Se non fossi statorapito dal mondodelle percussioni,quale strumento avre-sti scelto di suonare?
 Il violoncello. O lachitarra elettrica. Adoro gli estremi. La batteria è lo stru-mento con cui ho avutoil primo approccio enon ci siamo più sepa-rati, ma questi due strumenti così lontanitra loro e dalle possibi-lità espressive cosìdiverse mi hanno sem- pre affascinato.
Il concerto che siterrà all’Auditoriumsarà il primo in Italiaa presentare il proget-to Shifting Grace…
 Mai fino ad ora il trio composto da me,dalla pianista statuni-tense Marilyn Crispell e dal violoncellista francese Vincent Courtois si è esibito in Italia. Il disco Shifting Grace è stato registrato versola fine del 2006, edito dalla Cam Jazz/Ird. La formazione in trio ha scelto percussioni, pianoforte e violoncello per strizzare l’occhio adue differenti campi musicali: quello dell’im- provvisazione jazz e quello della musica dacamera. Volevo proporre una gamma ritmicadiversa, dunque come base il trio, ma le per-cussioni e non la batteria, il violoncello e nonil basso. È un mio progetto, i brani sono quasi tutti dimia composizione, fatta eccezione per alcuneimprovvisazioni. I problemi legati a questodisco e ad i concertiad esso collegati sonoevidentemente di natu-ra pratica: non solo gli impegni lavorativiin tempi diversi, tipicidel musicista profes- sionista, ma le distan- ze qui hanno creato un grande ostacolo orga-nizzativo. I quattro concerti in Europa, dei quali l’ul-timo a Roma, rappre- sentano un buon tra- guardo.
Quale formazionestrumentale attual-mente ti permette diesprimerti al meglio?
 Il solo. È senza dub-bio il programma chemi interessa di più. Premesso che la musi-ca è dialogo, è bisognodi suonare e confron-tarsi con gli altri e chequindi gli altri ti sonocomplementari, devo ammettere che in questomo-mento il solo è l’espressione artistica che prediligo, non mi ha ancora stancato, annoiato. E credo che la dimensione del solo mi saràcongeniale ancora a lungo.
Rossella Gaudenzi
MICHELE RABBIA
D
i nome e di batteria. Ma«da grande» voleva fare il danzatore classico.
COREA-FLECK 
Corea sa amemoria Bach, Fleck ha vinto qual-che Grammy. Ora suonano insieme.
NYC SCENE
Alla Casa del JazzBilly Hart, David Berkman, UriCaine e Mark Helias Open Loose
Music In
Febbraio Marzo 2008
AHMAD JAMALTRIO
Un grande maestro del jazz saràospite dell’
Auditorium il 27 marzo
.Definito il più emblematico pianistaafroamericano,
Frederick RusselJones
nasce a Pittsburgh nel 1930 ediviene Ahmad Jamal nei primi annicinquanta, con la conversione all’Islam.La conoscenza con il piano avvienesorprendentemente all’età di tre anni,e presto iniziano gli studi di piano clas-sico e jazz. Può vantare, intorno ai ven- t’anni, un trio di cui è leader (The ThreeStrings), un proprio locale e l’incisionedi dischi di successo.Seguiranno, durante gli anni 70, fasidi sperimentazione del pianoforte elet- trico, del funk, della musica sudameri-cana e caraibica. Gli anni 90 sarannoinvece all’insegna di un maggior virtuo-sismo. Completato da JamesCammack al contrabbasso e da IdrisMuhammad alla batteria, il trio pro-mette un concerto a tinte forti, sottoli-neate dai celebri crescendo del piani-sta, e carico dell’energia quasi inesau-ribile del settantasettenne Jamal,spesso infusa ai suoi storici musicisti.
BILLY HART QUARTET 
Batterista di grande esperienza,Billy Hart, nato a Washingon nel1940, ha saputo fondere un’innata vena creativa ad una salda conoscen-za del jazz classico. Poco più che ven- tenne accompagna Jimmy Smith,Wes Montgomery, Eddie Harris ePharoah Sanders. Fa parte del sestet- to di Herbie Hancock negli anni ‘70, edè al seguito di musicisti come McCoyTyner, Stan Getz e Miles Davis neldecennio successivo. La sua lungacarriera può fargli vantare la parteci-pazione a circa 500 incisioni e lastima di quanti hanno suonato con lui.La formazione di cui è leader e con cuisi esibirà a Roma è quella più recente,che lo ha affiancato nella registrazionenel 2005 del disco Quartet, inclusonella top ten dei migliori dischi jazz del2006. Un gigante del jazz, così si èsoliti definirlo, che ricarica le proprieenergie tutte le volte che si siede aduna batteria. Ed è pronto ad offrirci un vero spettacolo.
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AHMADJAMAL TRIO
COREA-FLECK: DIALOGO TRA PIANO E BANJO
PERCUOTERE CONRABBIA
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Si propone un vecchio schema:il gruppo del fratello maggiore che suona in una cantina al quale Michele, amante del bello grazie al nonno pittore, si unisce un po’per gioco e un po’per curiosità. C’è una batteria da utilizzare e questo tipo, che ha percognome ciò che serve proprio per suonarla, la usa. Per chi ha detto che nei garage si parcheggiano solo macchine vecchie.
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