• Embed Doc
  • Readcast
  • Collections
  • CommentGo Back
Download
 
il
Ducato
Periodico dell’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino
Quindicinale - 27 febbraio 2009 - Anno 1 - Numero 4il Ducato online: www.uniurb.it/giornalismo
   D   i  s   t  r   i   b  u  z   i  o  n  e  g  r  a   t  u   i   t  a   S  p  e   d   i  z   i  o  n  e   i  n  a .  p .   4   5   %   a  r   t .   2  c  o  m  m  a   2   0   /   b   l  e  g  g  e   6   6   2   /   9   6  -   F   i   l   i  a   l  e   d   i   U  r   b   i  n  o
S
cava scava, abbiamo tutti unnonno, un contadino delMontefeltro che nei primi del‘900 ha attraversato l’oceano ed èsbarcato a Ellis Island, l’isola dellaquarantena. Qui ha dovuto fareuna lunga anticamera prima dimettere piede sul suolodell’America, dove sugli alberi cre-scevano i dollari. Volti segnati da fatica e dolore,simili a quelli che ora si riversanoin Italia. Soltanto un po’ più chiaridi pelle. Ma nemmeno tanto, cottidal sole per il lavoro della terra. Secercate in soffitta troverete un car-toncino azzurrognolo con un tim-bro per garantire che vostro nonnonon aveva i pidocchi. A Ellis Islandvenivi controllato come un anima-le dal veterinario e lavato come uncane nella tinozza. Dovevi rove-sciare sacca e tasche. Scrivevanosul registro quanti soldi avevi, dadove venivi, da chi andavi. Dopo 40giorni uscivi con il diritto di essereun uomo. Ci chiamavano green-horn, cornaverdi, vigliacchi igno-ranti. Ma eri a New York, un iniziodi dignità e soldi da mandare acasa.Rigore e civiltà, nel New England,cent’anni fa. Formula che adessopotrebbe funzionare in Italia. Quile pieghe disordinate delle leggisembrano un aiuto. Arrivi (se nonmuori nel viaggio) irregolare, clan-destino, sfruttato come una bestiaappena raggiungi un lavoro. Gliimmigrati onesti pagano, i peggioritrovano maglie larghe. Inizia lacostruzione lenta e sicura di uninedito apartheid.Ma nei nostri territori, nelMontefeltro, le condizioni sullacarta sono migliori. C’è lavoroanche per loro, imprese serie. Vuoivedere che poco alla volta avrannouna casetta dignitosa con la moglieche tiene in ordine e i bimbetti sanie sorridenti, maestre intelligentiche inseriscono i piccoli in classe;culture che si affiancano con calmae misura. Via l’infibulazione anchedai segreti delle case. Un bel Paese,con la sanità per tutti che negli Usase la sognano.Potrebbe essere così all’ombra diUrbino la grande, dove lo spiritodel Duca e l’Università battono larozzezza dei tempi. Ma così non è.Una insipienza grave e imperdona-bile toglie attenzione, non fa vede-re i ghetti che crescono e le discri-minazioni che mettono radici. LaCittà cieca nega le risorse anzichécorrere con il danaro comune adare dignità ai luoghi separati. LaCittà pensa ad altro. E butta via ilsuo primato civile per ritrovarsidomattina la banlieue dietro casa.
direzione.ilducato@uniurb.it 
Quella banlieuedietro casa
Lo spettro della segregazione
Gli imam spiegano la mancanza di dialogo. Le donne: “Non giudicate solo dal velo”
Immigrati, cresce il rischio isolamento dovuto a razzismo e crisi economica
L’EDITORIALE
Sono 1.168 gli stranieri residenti,spesso operai delle fabbriche. Iltasso di immigrazione a Urbinoè del 7,5%, rispetto al 2,4 dellamedia nazionale. Nell’interaprovincia gli immigrati sono il9,3%. Degrado sempre più evi-dente a Urbino2. Il rischio delghetto.Parlano l’imam di Fermignano egli immigrati di Ponte Armellina.Questioni centrali sono il razzi-smo e la diffidenza da parte degliitaliani. Marocchini, albanesi,senegalesi, anche se vicini dicasa, non riescono a comunica-re.Troppi ritardi nel rilascio deipermessi di soggiorno. A scuolasi parla di multiculturalità mamancano le norme. Ricatti suiluoghi di lavoro e assistenzasanitaria difficile. Desta ancorastupore il velo delle donne mus-sulmane.
La rivincita dei mercatini
S
abato al Monte, martedì in via Calgari, tutte le prime domeniche del mese nel cen-tro storico. Dopo la fine della vecchia fiera di Borgo Mercatale, i mercati di Urbinosi spostano, sopravvivono, si espandono nelle piazze della città ducale.
Secondo una ricerca del Bobson Collegequando le aziende sono gestite da donnele cose vanno meglio perché più intuitive,dinamiche, innovative e flessibili degliuomini. Ma l’occupazione femminilenella provincia, seppur superiore allamedia nazionale, non è poi così alta.
a pagina 7 
Con loro le aziendevanno meglio
Manager in rosa
Sotto il ducato di Federico da Montefel-tro, Urbino è stata la culla della tecnolo-gia. Lo studiolo, su cui sono raffigurati glistrumenti scientifici, testimonia la pas-sione del duca per la tecnica. Dal gabinet-to di Fisica, la proposta di creare un mu-seo della scienza.
a pagina 8 
Quando Federicoinventò la scienza
Cultura
È partito da quest’anno il decreto dell’ex ministro dell’università, Fabio Mussi. Ri-dotto il numero degli esami e i corsi dilaurea, triennali e specialistiche. Alcunipresidi delle Facoltà di Urbino hannoespresso il loro parere. A sorpresa molti diloro si sono dimostrati favorevoli.
a pagina 13
Decreto Mussi,ecco cosa cambia
Università
a pagina 7
Verso il votodi giugno
Comincia il viaggio delDucato verso le elezioniamministrative di giugno.Contro il sindaco Corbucci,che tenta di avere un secon-do mandato dai cittadini, sicandideranno almeno duepretendenti alla poltrona diprimo cittadino. Grandeincertezza sulle alleanze,l’incognita Udc pesa sullamappa elettorale. Nel Pdlcircolano i nomi di Bonelli eFraternale.
Politica
a pagina 4alle pagine 2 e 3
 
il
Ducato
2
N
on ghetti statuni-tensi, né banlieuefrancesi. Non an-cora. Ma, secon-do le voci di chi lovive, Urbino2 sipresenta comunque come spa-zio di segregazione. Quartierepensato alla fine degli anni ‘80come residenza per universitari,è diventato nel tempo avampo-sto delle comunità di immigrati.Urbino e Fermignano conosco-no da molto il fenomeno di flussimigratori da paesi del Maghreb,in particolare dal Marocco, slavi,soprattutto macedoni e albane-si, e dall’Europa dell’Est. Recen-temente ha accolto anche popo-lazioni dell’Africa Nera. E i nu-meri spiegano in che misura ilterritorio si faccia carico dei nuo-vi arrivi: il tasso di immigrazionenel comune di Urbino è del 7,5%,valore considerevole se rappor-tato alla media nazionale del2,4%. Al di là della concentrazio-ne nelle grandi città (Roma e Mi-lano raccolgono circa il 25% degliimmigrati in Italia) sono propriole aree non metropolitane ad at-trarre gli stranieri.“Questo perché una discreta fa-cilità di inserimento lavorativo siabbina a maggiori possibilità nelmercato dell’abitazione” spiegail professore Eduardo Barberis,docente di Politiche dell’immi-grazione alla facoltà di Sociolo-gia di Urbino. “Abbiamo un’im-migrazione segmentata, in cuiad una popolazione sempre piùstabile e di presenza duratura, sene affianca una pendolare e unadi recente arrivo”, continua Bar-beris.Evidenti le ragioni del pendolari-smo: gli immigrati trovano affittibassi nelle periferie isolate, il la-voro nelle fabbriche di mobili,metalmeccaniche, nei cantieriedilizi e, soprattutto le donne,nelle case degli italiani come col-laboratrici domestiche.Lo provano le corse lente del bustra Urbino e Pesaro: molti deipasseggeri sono immigrati, cari-chi di buste di spesa, fanno tra-gitti che li portano dalle fabbri-che alle case nei centri suburba-ni e viceversa. Viaggiano da soli oin piccoli gruppi omogenei: si ri-conoscono i suoni dei dialettiarabi o delle lingue slave, nessu-na lingua franca, l’italiano nonha conquistato questo ruolo.Non sono estranei casi di irrego-larità: quotidianamente al portodi Ancona si intercettano perso-ne nascoste nei container o neicamion, ed è plausibile che alcu-ni possano scampare ai control-li. Poi ci sono i “overstayers”, co-loro che entrano regolarmentecon visto turistico o con permes-so stagionale e che rimangonoanche dopo la scadenza del tito-lo.Barberis riconosce che i passiavanti non possono ricadere so-lo sul volenteroso intervento pri-vato e pubblico spontaneo. “Ser-ve una chiara e definita politicadi integrazione di carattere na-zionale che dica con chiarezza esenza demagogia cosa si vuoledagli immigrati e cosa si vuole of-frire loro”.L’assessorato alle politiche so-ciali combatte ogni giorno con iproblemi dell’integrazione: in-terventi intensivi sono stati pen-sati e messi in pratica per Urbi-no2. Anche enti privati e coope-rative collaborano per il recupe-ro dell’area. Ma il degrado si ma-nifesta violentemente: sporcizianegli spazi comuni, case fati-scenti, umide e piene di muffa,riscaldamenti “improvvisati”,spesso stufe a legna in cui va a fi-nire di tutto.“Non abbiamo strumenti nor-mativi per intervenire sulle abi-tazioni e in generale a livello ur-banistico”, ha ammesso l’asses-sore Maria Clara Muci. “Le casesono di privati. In passato abbia-mo cercato di realizzare progettidi recupero con i proprietari econ fondi pubblici, ma non ab-biamo ottenuto risposte”. In ef-fetti molti fra coloro che affittano
CHIARA ZAPPALÀ
Immigrati, il rischioè la segregazione
A Urbino2 ancora degrado e tensioni sociali
Isolamento e ricatti sul lavoro tra le principali cause del disagio 
le case agli immigrati non sonodella zona, parecchi sono roma-gnoli che avevano acquistato leabitazioni come investimento. E,sebbene Urbino2 non registri fe-nomeni allarmanti come quellidi enclave marchigiane di immi-grati (l’Hotel House di Porto Re-canati o Lido Tre Archi nel ferma-no), bisogna stare attenti che nondiventi una terza area chiusa e disegregazione in una regione rela-tivamente piccola.“Dovremmo ripensare i respon-sabili del disagio. Per esempiopoco si parla del ricatto dei dato-ri di lavoro italiani che abbassanoi salari agli immigrati e li fanno la-vorare senza assicurazione sugliinfortuni in cambio dell’assun-zione”, afferma Cristiano MariaBellei, docente del corso di laureaspecialistica in Sociologia dellamulticulturalità. “E porrei l’e-mergenza sulle seconde genera-zioni”.Parla dei ragazzi cresciuti senzaidentità, che ricevono le stessepressioni mediatiche degli italia-ni, ma non hanno accesso ai pro-dotti che i media vogliono vende-re, che siano abiti firmati o i corpidi avvenenti signorine.
kiasi@tiscali.it 
Ma non è il velo quello che conta
Un’associazione di donne musulmane contro i pregiudizi
“U
na volta ero entrata dal tabaccaioper fare una ricarica. La donna albanco era di spalle e quando si ègirata le è venuto un colpo. Mi ha spiegatoche le avevo fatto paura vestita in quel modo.‘Non sono molto diversa da una suora’ ho ri-sposto io”. A raccontare divertitaquesto episodio è Khadija, maroc-china, presidente della neonataassociazione di volontariatoMondo Migliore, per l’integrazio-ne e la promozione della donnamusulmana. Parla col sorriso in-corniciato dal khimar, il velo chelascia scoperto solo l’ovale del vi-so. Ma se per lei l’abbigliamento èuna questione di avvicinamentoalla religione, per altre rappresen-ta anche sicurezza e protezione.Karima, 29 anni, altro membrodell’associazione, ha raggiunto ilmarito in Italia da appena due an-ni e ha messo il velo l’anno scorso.“Le mie compagne lo indossava-no, e col velo mi sento più protet-ta” spiega. Safa, invece, in Italia daun anno, racconta di essere anda-ta una volta in un ufficio di collo-camento per cercare lavoro, ma l’impiegatale ha detto che non avrebbe trovato niente dafare perché era velata. “Che c’entra il velo – sidomanda – non bisognerebbe guardarequello che uno sa fare?. Mondo Migliore na-sce proprio dall’esigenza di offrire alle don-ne musulmane, considerate spesso diverseanche solo per il loro abbigliamento, l’op-portunità di farsi conoscere “non per comeci vedono, ma per quello che siamo vera-mente” spiega Khadija, ormai in Italia da 14anni. “ I miei figli sono nati e cresciuti qui –spiega – e l’integrazione per me è una cosafondamentale”. Ma per le donne che spessoraggiungono i mariti in Italia grazie al ricon-giungimento familiare, inserirsi è molto dif-ficile. “Spesso – racconta – non parlano la lin-gua e per questo si sentono totalmente di-pendenti dal marito. Ma all’esterno la gentecrede soltanto che la donna musulmana siasottomessa”. Per questo motivo Mondo Mi-gliore organizza dei corsi settimanali di ita-liano, un servizio di doposcuola per i bambi-ni stranieri, ma anche corsi di arabo e di edu-cazione islamica. Come a dire, integrarsisenza perdere la propria identità.L’impegno dell’associazione èproiettato anche all’esterno. Do-po un progetto di formazione fat-to in collaborazione con la CroceRossa, Caritas, Comune di Urbi-no e il NAAA (Infanzia, Coopera-zione e Sviluppo), le donne pre-steranno servizio di volontariatoall’ospedale di Urbino. “Lo scopoè quello di assistere le personeche hanno maggiore bisogno diaiuto, come gli anziani e gli stra-nieri che non parlano italiano”spiega Khadija.Il tesserino di riconoscimentodelle volontarie sarà quello dellacroce e della mezzaluna rossa,due simboli legati a mondi diver-si, ma che, chiarisce Khadija, nonhanno nulla a che vedere con lareligione. Eppure l’avvicinamen-to di due simboli, corrispondeforse alla volontà delle donne di Mondo Mi-gliore di avvicinare il loro universo a quellodella società italiana. “C’è una grande igno-ranza in questo paese attorno all’Islam, espesso – conclude Khadija – le persone giu-dicano senza conoscere”.
(e.p.
)
Le volontarie dell’associazione “Mondo migliore”
 
3
PRIMO PIANO
ERNESTO PAGANO
L’America qui non c’è
Nuovi e vecchi stranieri raccontano l’Italia come terra promessa
Sempre più cassintegrati e disoccupati. C’è già chi sceglie di fare ritorno a casa 
I
n questo quar-tiere siamo in-ternazionali”, di-ce con una gras-sa risata Mu-hammad, uncorpulento marocchino di Pon-te Armellina, meglio nota comeUrbino2. La sala d’attesa dell’uf-ficio immigrazione del quartieresomiglia a un luogo di ritrovo,con gli uomini che si incontranoscambiandosi confidenze estrette di mano. Si parla dei pro-blemi che affliggono la comuni-tà: il lavoro che manca, gli affittida pagare, il permesso di sog-giorno che non arriva. Memeti Younis, macedone di etnia alba-nese, ricorda che nel ’95 c’eraanche qualche studente, “poisono andati tutti via”. Urbino2l’ha vista trasformarsi nel ghettodegli stranieri, in prevalenzamusulmani. Di questi, moltihanno trovato nella moschea unluogo di aggregazione e di rap-presentanza. Memeti è il presi-dente della comunità islamicadi Pesaro e Urbino, aderente al-l’UCOII (Unione delle comunitàe delle organizzazioni islamicheitaliane). Lavora in una fabbricadi plastica e fa il mediatore cul-turale per conto del comune.Rappresenta, in sostanza, l’in-terfaccia tra la comunità islami-ca di Urbino2. “La separazionerazziale nelle scuole è il proble-ma principale che mi trovo ad af-frontare – dice Memeti – perchéc’è la tendenza a separare glistranieri dagli italiani, ma è pro-prio nel contatto coi bambiniitaliani che i nostri figli possonoriuscire a integrarsi”. Si sente ilrazzismo, quindi? “Il razzismonon è una novità – afferma convoce pacata – il cambiamentoc’è stato dopo l’11 settembre del2001. I media hanno cominciatoa parlare soltanto male di noimusulmani. E chi non conosce,non si fida”. Attorno a lui, gli altriannuiscono. Poi, quando gli sidomanda se hanno amici italia-ni, c’è chi guarda altrove e chi faspallucce. Ma il problema del la-voro, le battaglie contro la len-tezza della burocrazia, le case fa-tiscenti, fanno dimenticare an-che la solitudine. Karim, operaiomarocchino, lavora solo 4 ore algiorno e ha appena fatto arriva-re la moglie dal Marocco. Da unanno vanno in giro con la ricevu-ta di richiesta del permesso disoggiorno, ma del permesso an-cora nessuna traccia. La moglienon è stata accettata in aziendaperché con la sola ricevuta non siassume. “Ad agosto mio padre èmorto”, dice Karim, e non sononeanche rientrato per il funera-le, perché rischiavo di non tor-nare più indietro”. Ma non-ostante tutto si ritiene fortuna-to, “perché almeno vivo a Gallo enon qui a Ponte Armellina”. Mu-hammad, di Marrakesh è d’ac-cordo con lui: “Qui d’inverno lecase sono freddissime e d’estatesi schiatta di caldo. È come staresotto una tenda. Sono andato afare le prove allergiche – si la-menta – perché tra le muffe del-l’umidità e i gatti randagi ho pru-rito ovunque”. “Pensavano ditrovare l’America qui. Hannotrovato solo la merda”, dice unaltro Muhammad, suo conna-zionale. Poi se ne va brontolan-do: “appena posso me ne tornoal mio paese”.Ma con la crisi c’è chi ha già co-minciato a fare ritorno a casa.Parola di Ahmed el Raiduni,imam di Fermignano. Maroc-chino, operaio metalmeccanicocon due figlie piccole, Ahmed hadeciso di farsi portavoce e puntodi riferimento per la sua comu-nità, “perché ce n’era un forte bi-sogno – spiega – e spesso il co-mune ci chiama per chiederciaiuto su molte questioni, comegli affitti non pagati da parte da-gli stranieri: un problema che staaumentando, perché semprepiù gente perde il lavoro”. Tutta-via, “da quando è nato il centro dicultura islamica sei anni fa –continua Ahmed – alcune cosesono migliorate, perché anchenoi aiutiamo a controllare la no-stra comunità”.I rapporti con le istituzioni sonobuoni, ma il comune non dà nes-sun aiuto economico al centro.“L’anno scorso – racconta Ah-med – abbiamo organizzato lafesta del Ramadan al Palazzettodello Sport. C’era gente da tuttala provincia, ma era tutto a no-stre spese”. Anche per Ahmed, comunicarecon gli italiani oltre i rapportiformali, rimane un problema.“Una volta uno, indicando il miovestito, mi chiese perché noimusulmani portiamo la gonna.‘Anche Cristo la portava’, ho ri-sposto io. Poi mi ha guardato emi ha detto che non ci aveva maipensato”.
er_pagano@yahoo.it 
Nelle scuole tanti colori
Ministero assente, integrazione improvvisata
C
ontano in tutte le lingue del mondo ibambini dell’Istituto comprensivo Gio-vanni Pascoli. Così hanno scritto su uncartellone nel corridoio della sede centrale aSanta Lucia. Ma dalle urla e dalle risate non siriconoscono accenti stranieri, solo il tono dispensieratezza.La presenza di bambinistranieri cresce e in alcu-ne classi di Trasanni eGallo il numero degli im-migrati supera quellodegli italiani. La scuolanon può considerarel’integrazione un valoreaggiunto, ma il perno sulquale organizzare l’of-ferta formativa. Parla di“contenitore di media-zione” la dirigente scola-stica del Pascoli, DanielaTittarelli. Spiega chespesso i bambini arriva-no nelle classi senza conoscere l’italiano. A vol-te frequentano per qualche mese e poi tornanonei paesi di provenienza. Ora è preoccupatadall’arrivo di un bambino marocchino sordo-muto che non ha mai usato il linguaggio dei se-gni italiano.“La figura di mediatore interculturale non è de-finita e riconosciuta dal Ministero dell’istru-zione”, spiega l’educatrice Paola Massaro,“contiamo sugli assistenti linguistici”. ComeSufian. È arrivato dal Marocco quando avevatre anni e ora a venticinque, dopo una laurea inlingue, insegna l’italiano ai bambini immigra-ti. Il bilinguismo di Sufian è un caso isolato inUrbino. Un’anomalia positiva che le scuole cer-cano di potenziare, dato che gli altri assistentisono italiani.Oltre l’ora settimanale di italiano, le scuole siservono di due media-tori, uno referente perle lingue slave e uno perl’arabo. Ruolo centraleè quello degli inse-gnanti che seguono gliaggiornamenti sullemetodologie pedago-giche a riguardo.“Manca la visione arti-colata perché finora si èrisposto a un’emergen-za”, dice Paola Massaro.Ora il fenomeno è sta-bile: educatori e Comu-ne ne sono consapevo-li e intervengono conprogrammazioni organiche. Partono i primicorsi universitari, soprattutto nelle facoltà dipsicologia, sociologia e scienze della formazio-ne. Però, non si è ancora auto-definita la figuradel mediatore culturale, come è successo in re-gioni come l’Emilia Romagna e il Lazio. E siaspetta che i Ministero si pronunci. Malgrado ilvuoto istituzionale, si può comunque parlaredi integrazione nelle classi. I bambini immi-grati vedono in Sufian uno di loro, “uno che cel’ha fatta”. Ma bisogna fare dell’eccezione unaregola.
(c.z.)
Cittadini extracomunitariresidenti (dati del comunedi Urbino, aprile 2008)
1.168
Tasso di immigrazione aUrbino; la media nazionaleè 2,4% (dati del comune diUrbino, aprile 2008)
7,5%
Cittadini stranieri sul totaledei residenti (dati dellaCgil di Pesaro, dicembre2007)
9,3%
Studenti immigrati nellescuole della provincia diPesaro-Urbino (dati delCnel, 2006)
4.640
IMMIGRATI A URBINO
Sopra, una casa aPonte Armellina.Nella pagina a fianco,Ahmed el Raidouni,imam di Fermignano
of 00

Leave a Comment

You must be to leave a comment.
Submit
Characters: ...
You must be to leave a comment.
Submit
Characters: ...