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Puoi anche essere non italiano, cioè qui immigrato da poco, o un nostro emigratoall’estero, però una cosa puoi averla in comune con l’«altro»: la squadra di calcio.È così: da Campione d’Italia a Lampedusa.La politica e il calcio sono prossimi a livello d’intercomunicazione, componen-do la memoria nazionale di ognuno di noi. La prima ha avuto Tangentopoli, la se-conda Calciopoli e le loro stagioni di processi e vergogne. E poi basta dare un’oc-chiata ai media per farci persuasi di quanto siano geneticamente necessari al no-stro essere italiani.Il calcio, la sua violenza e la politica. Sono questi gli argomenti sui quali di-scutiamo più frequentemente e volentieri, e sui quali difficilmente è possibile tro- vare un compromesso. E questo perché chi segue il calcio e chi è interessato allapolitica molto spesso nutre una vera e propria passione verso il proprio club opartito. Su tante cose si può cambiare idea, i pareri subiscono anche revisioni, maquando entriamo in questioni di fede, allora il calcio diventa l’unica cosa vera-mente seria. Il calcio rispecchia il corso di questo paese, più propenso a soluzionisbrigative che non pianificate o di lungo periodo. Ecco perché vi sono entrati cor-ruzione, poteri forti, clan, economia e frustrazione sociale. La fusione di calcio epolitica ottiene una miscela devastante, in cui si combinano interessi che ne attira-no sempre di maggiori.Il tutto è esploso nel campionato 2001-02, quando si aprì per il nostro sportnazionale il
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no, fu devastato da un’ondata di scandali, ripetutisi regolarmente sino al 2006-07
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.Istituti calcistici ma innanzitutto extrasportivi, sia della giustizia ordinaria che am-ministrativa, entrarono stabilmente a fare parte della nostra vita quotidiana di tifosi.Parole e astuzie contabili quali plusvalenze, doping amministrativo, falso in bilan-cio, diventarono familiari al ragazzo e al pensionato, dal bar all’aula parlamentare.Nel decadimento dell’avvenimento sportivo, evento trasformatosi in sublimi-nale fonte di profitto industriale, vi sono una serie di cause preponderanti. Primadi tutto la trasformazione della figura del presidente in imprenditore, con il suo de-siderio di trasferire nel calcio le stesse politiche attuate con successo o fallimentonegli altri settori, partendo dall’idea che un grande club può essere gestito e gover-nato esattamente come la fabbrichetta o la
holding 
. Si adottano flessibili e adegua-te strategie di
management 
, all’interno delle quali la nozione di prestazione passasempre più per quella di risultato immediato e concreto e, al contempo, l’alea del-la vittoria, o sportività, non sia appannaggio di chi abbia giocato meglio, ma di co-lui che ha investito di più, per cui non vuol rimetterci. I tifosi, da base del calciopassano a spettatori televisivi-e-paganti di un film che, nel fine settimana, assumeal massimo i colori diretti di un prato verde per il coraggioso che voglia andare allestadio. Lo stesso nuovo modello di partito, importato da oltre Atlantico, mescola imodi in cui i sostenitori tifano: un insieme di supporter, presenti a livello territoriale,completamente deideologizzati e a elevato livello di immedesimazione propria
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,quale alternativa al nulla del politico. Il tifoso ormai è divelto in maniera assolutadallo spirito associativo che dovrebbe essere un momento di spensieratezza e alle-gria, e non visione di questo sport a guisa di violenta esacerbazione. Per cui l’anzi-detto stato d’animo è piatto e fittizio, in quanto si sono perse a poco a poco le radi-ci stesse della sua ancestralità.Giocoforza si sono poste le premesse all’invasione devastante del denaro. Sipartì cambiando la struttura giuridica dei club,portandoli dall’ambito del mero so-dalizio romantico ed eroico a quello tipico dell’azienda. Fu fatto con la legge 586del 18 novembre 1996
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che «sancisce il passaggio del mondo dello sport professio-nistico a un sistema
business oriented 
»
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. Fu introdotto lo scopo di lucro per i club iquali si mutano, praticamente, in società per azioni. «La nuova legge, consentendo
È UN CALCIO MALATO A UNIRE L’ITALIA
2. 2001-02: caso Fiorentina e diritti televisivi; 2002-03: crack Cirio e salvataggio della Lazio, decretospalmadebiti, piano Baraldi, caso Catania, decreto salvacalcio, lodo Galliani; 2003-04: false fideiussio-ni, crack Parmalat, lodo Petrucci, doping amministrativo; 2004-05: stagione dei fallimenti compreso ilPerugia, caso Genoa, caso Reggina; 2005-06: Calciopoli 1 (Moggiopoli): il 14 luglio 2006 Juventus pri- vata del titolo e declassata all’ultimo posto nonché revocato il titolo 2004-05; scudetto 2005-06 asse-gnato a tavolino all’Internazionale; ulteriore sentenza il 25 luglio e arbitrato il 27 ottobre, entrambisempre del 2006); 2006-07: Calciopoli 2: il 18 giugno 2008 la Juventus ha patteggiato una pena pecu-niaria, uscendo così da Calciopoli 2, il secondo filone dello scandalo legato alle schede telefonichesvizzere trovate dopo la prima sentenza (coinvolti numerosi arbitri); la squadra torinese verserà nellecasse del settore giovanile e scolastico della Figc 300 mila euro, suddivisi in tre rate annuali da 100mila euro l’una.3. I. D
IAMANTI
, «Calcio & Politica»,
Il Venerdì di Repubblica 
, 8/7/2005.4. Essa aiutò pure i club a sistemare i propri bilanci dopo la rivoluzionaria sentenza Bosman.5. M. B
RAGHERO
, S. P
ERFUMO
, F. R 
 AVANO
,
Per sport e per business: è tutto parte del gioco 
, Milano 1999,Franco Angeli, p. 99.
 
la distribuzione degli utili tra gli azionisti, ha aperto una nuova età del calcio, unospettacolo pienamente inserito nello
show business 
e affidato a società di capitalecomune, in cerca di profitti»
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. Molti gruppi economici si avvicinarono al mondodel pallone, trasformandolo in un vero e proprio affare sporco, un meccanismocreato per consegnare celebrità, quattrini, autorità; oltre all’elemento politico-pro-pagandistico di alcuni presidenti, poi entrati in parlamento.Oggi il calcio è iniquo. È uno sport malato, se per sano intendiamo quel mon-do trascorso ove contavano solo la tecnica, il gioco e l’entusiasmo dei tifosi. È uncorpo contaminato, con un costante bisogno di apporto fisiologico terzo (non im-porta da parte di chi e come). Nel calcio è presente un atteggiamento crepuscolareche si riferisce alla «cronica lontananza delle istituzioni, la nota diffidenza nei con-fronti della politica»
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. Lontananza e diffidenza degli italiani i quali, loro malgrado,sono accomunati nel paese intero da una sorta di artificiale apatia, alla stessa stre-gua del fumatore che tira fuori la sigaretta dal pacchetto, accorgendosi di averla fu-mata solo nel momento in cui butta via la cicca.Ciò che oggi è spettacolare nel calcio non è più il gioco, ma la violenza dacui scaturisce, anch’essa parto della storia del nostro paese della quale è un ri-flesso nazionale.
I primi segnali del marcio 
«Il tizio che ha lanciato il petardo si è arrampicato su una cancellata esattamen-te mezz’ora prima dell’inizio della partita ed è entrato gratis sotto gli occhi di agentidi polizia che se per caso fossero intervenuti sarebbero stati chiamati fascisti assas-sini». Non è un uomo di destra che parla, anzi scrive, preso da sacro furore vetero-istituzionale. È un notissimo giornalista, Gian Paolo Ormezzano. E non l’ha scrittolunedì 4 febbraio 2007, il primo dopo la morte di Filippo Raciti, ma un altro lunedì:il 10 febbraio 1975 sulle pagine del quotidiano che allora dirigeva,
Tuttosport 
.Il giorno prima, a San Siro, nel corso di Milan-Juventus, un rigore alle zebre fe-ce infuriare i tifosi locali. Petardi e oggetti sul prato di gioco, risse fra opposti soste-nitori e fuori tafferugli con le forze dell’ordine. Alla fine, un centinaio di feriti, unarresto e alcuni fermi. I torinesi ebbero la partita vinta a tavolino 2-0 per deliberadel giudice sportivo (Zoff colpito da una pietra), e in seguito vinsero lo scudetto1974-75 precedendo il Napoli di due punti.Non era l’esordio di un fenomeno nuovo, ma una contingenza inedita e ilcoevo periodo storico-politico ne ampliarono gli echi al sentire di opinione pub-blica e società civile.Era la prima volta che alla «Scala del calcio» si svolgevano episodi così gravi.Inoltre, allora, San Siro era considerato, prima di tutto per la competente sporti-
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI
6. A. P
 APA
, G. P
 ANICO
,
Storia sociale del calcio in Italia 
, Bologna 2000, il Mulino, p. 424.7. F. B
ORDIGNON
, L. C
ECCARINI
, «Gli italiani nel pallone», Quaderno speciale di
Limes 
, «La palla non è ro-tonda», supplemento al n. 3/2005, p. 28.
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