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Edizioni Idos, Roma gennaio 2009, 272 pagine
 Il primo rapporto organico sulle 165.000 aziendedegli immigrati in Italiacon capitoli dedicati alle singole Regioni e dati sulle rispettive Province
FONDAZIONE ETHNOLAND
Centro Studi e Ricerche IDOS
Via Aurelia 796, 00165 RomaTel. 00390666514345 - Fax. 00390666540087e-mail: idos@dossierimmigrazione.it
Fondazione Ethnoland
via Settembrini 60, 20124 MilanoTel. 02.97382866 - Fax 02.97382867E-mail: info@cisiamo.eu
UN VOLUME PER ESPLORARE IL PIANETADELL’IMPRENDITORIA IMMIGRATA
La Fondazione Ethnoland ha voluto dedicareun volume agli immigrati che in Italia hannoscelto la via dell’imprenditorialità per realizzarsimeglio personalmente e contribuire così ancheallo sviluppo del paese che li ha accolti (Fonda-zione Ethnoland,
 ImmigratImprenditori. Analisi del fenomeno. Analisi, storie e prospettive,
Edi-zioni Idos, Roma gennaio 2009).La Fondazione Ethnoland, nata per promuove-re culturalmente ed economicamente la colletti-vità immigrata, ha realizzato la ricerca con il supporto dei redattori del “Dossier StatisticoImmigrazione Caritas/Migrantes” e il contributodi strutture e organizzazioni che si occupano del fenomeno migratorio secondo l’ottica imprendi-toriale.La parte introduttiva, per richiamare l’impor-tanza della posta in gioco, presenta i dati stati-stici sul fenomeno, l’evoluzione delle iniziativeimprenditoriali, i problemi sul tappeto, i beneficiche ne conseguono e le prospettive di sviluppo,e dedica anche un capitolo all’imprenditoria diritorno nei paesi di origine prendendo in esameil caso dell’Albania.Le successive parti sono dedicate alle diversearee territoriali dell’Italia. Il volume illustraRegione per Regione la storia dell’immigrazione,completandola con i dati statistici sulle imprese,ripartite per paesi di appartenenza e settori diinserimento. Alle principali Province, a partire daMilano e da Roma, vengono dedicati specificiparagrafi.Una cinquantina di storie imprenditoriali, cheriguardano tutte le Regioni, consentono di unirel’esperienza sul campo alla ricerca scientifica.Cosa hanno deciso di fare gli immigrati intervi-stati da Ethnoland? Un po’ di tutto. Troviamoagricoltori e allevatori di bestiame, anche se in
ImmigratImprenditori
 
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agricoltura sono in tutta Italia appena 2.500 gliimprenditori stranieri, in ragione degli alti costi ini-ziali che comporta la rilevazione dei poderi. Comerisaputo, dopo l’edilizia che rimane il settore preva-lente, gli immigrati sono inseriti specialmente nel commercio: abbigliamento, artigianato, articoli spor-tivi, cosmetici, settore alimentare, ma non solo per lavendita di prodotti etnici, anche se questi ricordanoagli immigrati i paesi di origine e le loro tradizioniculinarie. Chi è rimasto legato all’immagine stereoti-pata dei “vu cumprà”, che dal Meridione si spostavanostagionalmente al Nord e sulla riviera romagnola, deveoggi prendere atto che ormai si tratta in prevalenza dititolari di negozi fissi, al dettaglio e spesso ancheall’ingrosso. Nella ristorazione i cibi etnici si alterna-no con prodotti
 fusion,
una via di mezzotra la“nostra” e la “loro” cucina, mentre altre volte vengo-no offerti solo i nostri piatti tipici.Tra i servizi più ricorrenti ricordiamo la lavanderia,la pasticceria, il salone di estetica, il servizio di puli-zia, la farmacia, l’agenzia di viaggi, l’azienda dei tra-sporti e l’officina del fabbro, ma anche attività menodiffuse come lo studio grafico, l’agenzia di traduzione,il centro di mediazione interculturale, l’associazioneculturale e, esigenza queste molto sentita dagli immi-grati, i
 phone center 
e i
money transfer.
Non mancachi si occupa di procacciare affari specialmente nel settore abitativo, che rimane tuttora uno dei più com-plessi problemi sulla via dell’inserimento
.
È incipientela voglia di misurarsi anche in campi più “raffinati”,come piccole case di moda, negozi di artigianato olaboratori odontotecnici. Nel volume si parla anchedelle macellerie islamiche, che si distinguono per laparticolare maniera con cui vengono macellati gli ani-mali, tenendo perciò conto delle prescrizioni contenu-te nel Corano che coincidono, peraltro, con quelle allequali si attengono gli ebrei sulla base della Bibbia.Si tratta per lo più di piccole aziende, dove in ungran numero di casi lavora in maniera continuativasolo il titolare, ma diventano sempre più numerosequelle che occupano anche altre persone: una dozzi-na, inclusi gli italiani, sono quelli che lavorano perl’imprenditore turco che rifornisce il Kebab a Milano,molti di più quelli che lavorano nel laboratorio tessiledel cinese Lin a Prato, che gestisce sei marchi diabbigliamento, ha aperto una filiale a Shangai conqualche centinaio di operai e si sta occupando difavorire il nostro export in quel Paese. Anche a Napolisono diverse le iniziative di import-export con la CinaLe imprese cooperative, poi, partono fin dall’iniziocon un certo di numero di persone associate: vienecitato l’esempio di “Ghanacoop”, che con la commer-cializzazione dei prodotti del posto è riuscita a crearelavoro non solo in Italia ma anche Ghana.
LE RAGIONI DELL’IMPEGNO IMPRENDITORIALE DEGLIIMMIGRATI
Sono diversi i motivi che hanno spinto gli immigratialla scelta di natura imprenditoriale, che è ben lontanadai toni assistenziali con i quali siamo soliti inquadrarli.Così come fanno nel lavoro dipendente, dove incidonoquasi per il 10%, negli ultimi anni essi stanno dimo-strando un notevole dinamismo come creatori di azien-de, nonostante la negatività dell’attuale congiunturaeconomica negativa.Diverse indagini hanno posto in evidenza che il livello di istruzione degli imprenditori stranieri si poneal di sopra di quello dei lavoratori dipendenti immigrati,peraltro tutt’altro che trascurabile. Considerate le diffi-coltà per far riconoscere i titoli conseguti all’estero, essisi adoperano per valorizzare nel concreto il loro elevatolivello di formazione e le capacità che non possonoesprimere nei lavori più umili che affidiamo loro.Vogliono guadagnare di più, perché come lavoratoridipendenti mediamente percepiscono il 60% del salariocorrisposto agli italiani, mentre dagli archivi previden-ziali risulta che il lavoro autonomo si colloca a un livel-lo più elevato e consente di avere più tempo libero peroccuparsi della famiglia e dei propri interessi.Con la loro operatività vogliono scrollarsi da dosso ipregiudizi con i quali si sentono inquadrati, dando di sestessi un’immagine più veritiera e mostrando di esserecapaci di realizzazioni significative che vanno a benefi-cio dell’intera collettività. Alcuni di loro già in patriahanno lavorato come artigiani, piccoli imprenditori oliberi professionisti e possono così valorizzare le compe-tenze acquisite. In Italia il più delle volte hanno fattola gavetta da dipendenti, spesso cambiando lavoro,come è successo anche a un pilota di aerei Mig, che halasciato l’Albania dopo la grave crisi delle cosiddette“piramidi finanziarie” del 1997 e ora è diventatoimprenditore edile.Diversi, tra gli imprenditori che operano nel com-mercio, possono esprimere una “sensibilità etnica” inquanto commerciano prodotti tradizionali del Paese diorigine, che aiutano a mantenere vivi i legami di appar-tenenza. Il più delle volte, però, sono gli italiani a esse-re considerati la quota più importante della clientela.Tra i nordafricani, come anche tra i senegalesi, lavocazione commerciale è in prevalenza maschile, cosìcome lo è tra i pakistani, i bengalesi e i cinesi, mentrela presenza imprenditoriale di altre collettività si tingepiù spesso di rosa. In media solo un sesto di questeimprese ha come titolare le donne, che invece costitui-scono la metà della popolazione immigrata.L’imprenditoria è un’avventura impegnativa che siaffronta con coraggio, lo stesso che sta all’origine delladecisione di emigrare. La volontà di affermarsi è fortis-
 
sima, anche se talvolta viene sopraf-fatta, o quanto meno frenata, dagliostacoli legislativi, burocratici,finanziari, ambientali.La scelta imprenditoriale attesta,nei fatti, quanto sia slegata dallarealtà l’idea di un’immigrazione usae getta, da utilizzare a secondadelle congiunture economiche, einduce a sottolineare che lo scolla-mento tra esigenze economiche esistema normativo non è solo pre-giudizievole per gli immigrati maanche per il “sistema paese”.
I NUMERI SIGNIFICATIVI DELL’IMPRENDITORIAIMMIGRATA
I dati relativi all’imprenditoria degli immigrati,caratterizzati da una crescita esponenziale, non possononon destare impressione.Sono 165.114 (giugno 2008) gli immigrati titolarid’impresa, da intendersi come cittadini stranieri, e nonsemplicemente come persone nate all’estero, tra i qualivanno inclusi anche gli italiani rimpatriati. Si tratta di 1ogni 33 imprese registrate in Italia (il 2,7% delle6.133.429 imprese registrate e il 3,3% delle 5.169.086attive). Rispetto al 2003 (56.421 aziende) il loro nume-ro risulta triplicato. Il fenomeno è recentissimo: risale aprima del 2000 solo il 15% delle aziende ora operanti,mentre l’85% è stato registrato dal 2000 in poi: si trattadi 140.000 aziende create mediamente al ritmo 20.000ogni anno.Questo è tanto più sorprendente se si considera chetra gli italiani in quest’ultimo periodo la situazione èstabile, anzi in qualche anno caratterizzata da una dimi-nuzione del numero delle aziende. Gli immigrati stannofacendo rivivere in diverse Regioni del Nord quanto siverificò tra gli anni ’60 e ’70, con il 
boom
delle piccoleimprese create dai meridionali prima impiegati nellegrandi fabbriche: questa volta, però, la diffusione del-l’imprenditoria riguarda tutta l’Italia e l’inserimentocome lavoratori dipendenti è avvenuto in prevalenzenelle aziende piccole e medie.Si va dalle 30.000 aziende della Lombardia alle pic-cole Regioni che ne hanno meno di 1.000. Si riscontra-no diversi casi di eccellenza, per giunta nel Meridione:in Sardegna, Sicilia e Calabria gli immigrati hanno ugua-gliato il tasso di imprenditorialità degli italiani e anchein diverse Regioni del Nord e del Centro (Piemonte, Emi-lia Romagna e Toscana) la situazione è più soddisfacen-te rispetto alle media nazionale.È questa notevole differenziazione che porta a con-statare come, all’interno di una stessa Regione, vi pos-sono essere Province con un alto tasso imprenditoriale ealtre dove questo non avviene. Milano e Roma sono,come già succede per la popolazione immigrata, le Pro-vince protagoniste dell’imprenditoria straniera, rispetti-vamente con 17.297 e 15.490 imprese con titolareimmigrato, seguite da Torino con 11.662 e altre 17, cia-scuna con più di 2.000 imprese; invece, le Province checontano almeno 1.000 imprese con titolare immigratosono molto più numerose.
I SETTORI DEGLI IMMIGRATI IMPRENDITORI
Il settore maggiormente privilegiato dagli imprendi-tori immigrati è quello dell’industria con 83.578 aziende(50,6%). Al suo interno prevale di gran lunga il compar-to edile (64.549 aziende, pari a 4 su 10 di quelle gesti-te da immigrati, per lo più provenienti dall’Est Europa),seguito a distanza dal comparto tessile, abbigliamentoe calzature (10.470 aziende), nel quale si sono posti inevidenza i cinesi.Il settore deiservizi èdistanziato dipoco (77.515aziende e46,9%) e regi-stra la preva-lenza delle
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Imprese degli immigrati per Regione (30.6.2008)
con 30.000 imprenditori: Lombardiacon 20.000 imprenditori: Emilia Romagnacon 15.000 imprenditori: Lazio, Piemonte, Toscana, Venetocon 4.000 imprenditori: Campania, Marche, Siciliacon 3.000 imprenditori: Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguriacon 2.000 imprenditori: Abruzzo, Sardegnacon 1.000 imprenditori: Pugliacon menodi 1.000 imprenditori: Basilicata, Molise, Umbria, Valle d’Aosta
FONTE: Fondazione Ethnoland 
Imprese degli immigrati per Provincia (30.6.2008)
con 5.000 imprese: Brescia, Firenze;con 4.000 imprese: Verona, Prato, Reggio Emilia;con 3.000 imprese: Bologna, Treviso, Modena, Padova;con 2.000 imprese: Bergamo, Caserta, Mantova, Parma, Ravenna, Varese, Venezia, Vicenza.
FONTE: Fondazione Ethnoland 
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