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Seneca (Conte)

Seneca (Conte)

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Seneca
Seneca

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03/16/2013

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I
 Dialogi
e la saggezza stoica
Ben poche, fra le opere senecane rimasteci, sono databili consicurezza o buona approssimazione (sicché è difficile cercar diseguire un eventuale sviluppo del suo pensiero, o collegarlo allevicende biografiche). Fra queste dovrebbe essere la
Consolatioad Marciam
,
 
scritta sotto il principato di Caligola (forse attornoal 40), e indirizzata alla figlia dello storico Cremuzio Cordo per consolarla, appunto, della perdita di un figlio. Il genere dellaconsolazione, già coltivato nella tradizione filosofica greca, sicostituisce attorno a un repertorio ditemi morali (la fugacità deltempo, la precarietà della vita, la morte come destino ineluttabiledell’uomo, ecc.) attorno ai quali ruoterà gran parte dellariflessione filosofica di Seneca: ad esso egli torna a fariferimento anche nelle altre due
consolationes
 pervenuteci.Tutte e due sono degli anni dell’esilio: quella
 Ad Helviammatrem
(forse del 42) cerca di tranquillizzare la madre sullacondizione del figlio esule, esaltando gli aspetti positividell’isolamento e dell’
otium
contemplativo; l’altra (43?), rivolta
 Ad Polybium
,
 
un potente liberto di Claudio, per consolarlo della perdita di un fratello, si rivela in realtà come un tentativo diadulare indirettamente l’imperatore per ottenere il ritorno aRoma (ed è l’opera che più è costata a Seneca l’accusa diopportunismo).
Le singole opere dei
 Dialogi 
costituiscono trattazioniautonome di aspetti o problemi particolari dell’etica stoica
, ilquadro generale in cui l’intera produzione filosofica senecana siiscrive (uno stoicismo, comunque, che ha stemperato l’anticorigore dottrinale, sulle orme della cosiddetta
“scuola di mezzo”
,e non conosce chiusure dogmatiche). I tre libri del
 De ira
,
 
adesempio, scritti in parte prima dell’esilio, ma pubblicati dopo lamorte di Caligola, sono una sorta di fenomenologia delle passioni umane: ne analizzano i meccanismi di origine e i modi per inibirle e dominarle (all’ira in particolare è dedicato il IIIlibro). L’opera è dedicata al fratello Novato, al quale Senecadedicherà qualche anno dopo (quando Novato si chiameràGallione, dal nome del padre adottivo, il retore Giunio Gallione)anche il
 De
 
vita beata
(forse del 58), che affronta il problemadella felicità e del ruolo che nel perseguimento di essa possonosvolgere gli agi e le ricchezze. In realtà, dietro il problemagenerale, Seneca sembra voler fronteggiare le accuse, chesappiamo gli venivano mosse (Tacito,
 Annales
XIII 42), diincoerenza fra i principi professati e la concreta condotta di vitache lo aveva portato, grazie alla posizione di potere occupata acorte, ad accumulare un patrimonio sterminato (anche mediantela pratica dell’usura). Posto che l’essenza della felicità è nellavirtù, non nella ricchezza e nei piaceri (la polemica è rivoltasoprattutto all’epicureismo, o almeno alle sue versioni deteriori),
Seneca legittima tuttavia l’uso della ricchezza se questa sirivela funzionale alla ricerca della virtù
. Saggezza e ricchezzanon sono necessariamente antitetiche (
nemo sapientiam
1
 
 paupertate damnavit 
,
 
“nessuno ha condannato la saggezza alla povertà”, 23);
Seneca resta generalmente estraneo al fascinodel modello cinico
, avvertito come pericolosamente asociale:chi aspira alla
 sapientia
(che resta un ideale mal pienamenteconseguibile) dovrà saper “sopportare” gli agi e il benessere chele circostanze della vita gli hanno procurato, senza lasciarseneinvischiare (secondo il principio, cioè, che
l’importante non ènon possedere ricchezze, ma non farsi possedere da esse
).Il superiore distacco del saggio dalle contingenze terrene èanche il tema unificante della “trilogiadedicata all’amicoSereno, che abbandona le sue convinzioni epicuree peaccostarsi all’etica stoica:
 De
 
constantia sapientis
,
De otio
,
Detranquillitate animi
.
 
Il primo dei tre dialoghi (pubblicato dopo il 41) esaltaappunto l’imperturbabilità del saggio stoico, forte della suainteriore fermezza, di fronte alle ingiurie e alle avversità.Il
 De tranquillitate animi
(l’unico parzialmente in formadialogica) affronta un problema fondamentale nella riflessionefilosofica senecana, la partecipazione del saggio alla vita politica. Seneca cerca una mediazione fra i due estremidell’
otium
contemplativo e dell’impegno proprio del
civis
romano, suggerendo un comportamento flessibile, rapportatoalle condizioni politiche: l’obiettivo da conseguire, sottraendosisia al tedio di una vita solitaria sia agli obblighi della tumultuosavita cittadina, è sempre quello della serenità di un’anima capacedi giovare agli altri, se non con l’impegno pubblico, almeno conl’esempio e la parola. Se la tensione fra impegno e rinuncia è quiancora irrisolta (e anche per ciò si tende a collocare il dialogo poco prima del 62), la scelta di una vita appartata è invece chiaranel
 De otio
: una scelta forzata, resa necessaria da una situazione politica compromessa tanto gravemente da non lasciare alsaggio, impossibilitato a giovare agli altri, alternativa diversa dalrifugio nella solitudine contemplativa, di cui si esaltano i pregi(l’opera si colloca forse nel 62, ai tempi del ritiro dalla vita politica).Più indietro, forse agli anni tra il 49 e il 52, sembra risalire il
 De brevitate vitae
(dedicato a Paolino, prefetto dell’annona,forse parente della seconda moglie di Seneca), che tratta il problema del tempo; della sua fugacità e dell’apparente brevitàdi una vita che tale ci sembra perché non ne sappiamo afferrarel’essenza, ma la disperdiamo in tante occupazioni futili senzaaverne piena consapevolezza.Agli ultimi anni dovrebbe invece appartenere quello che aprela raccolta dei “dialoghi”, cioè il
 De providentia
(dedicato alLucilio delle
 Epistulae
)
:
affronta il problema dellacontraddizione fra il progetto provvidenziale che secondo ladottrina stoica presiede alle vicende umane (in polemica con latesi epicurea dell’indifferenza divina) e la sconcertanteconstatazione di una sorte che sembra spesso premiare i malvagie punire gli onesti. La risposta di Seneca è che le avversità checolpiscono chi non le merita non contraddicono tale disegno2
 
 provvidenziale, ma attestano la volontà divina di mettere alla prova i buoni ed esercitarne la virtù: il
 sapiens
stoico realizza lasua natura razionale nel riconoscere il posto che nell’ordinecosmico governato dal
 Logos
a lui è assegnato, enell’adeguarvisi compiutamente.
Filosofia e potere
Dedicati a Lucilio, e successivi al ritiro dalla vita pubblica,sono anche i
 Naturalium quaestionum libri VII 
,
 
l’unica operasenecana di carattere scientifico rimastaci. Vi sono trattati ifenomeni atmosferici e celesti, dai temporali ai terremoti allecomete: è il frutto di un vasto lavoro di compilazione, durato probabilmente lunghi anni, da svariate fonti soprattutto stoiche(come Posidonio), e sembra costituire il supporto “fisico”all’impianto filosofico senecano, ma in realnon c’èintegrazione né organicità fra indagine e ricerca morale.Più o meno allo stesso periodo (è terminata nel 64, comeattesta lo stesso Seneca in
 Epistulae ad Lucilium
81,3) risaleun’altra opera filosofica tramandata autonomamente dai
 Dialogi
,cii sette libri
 De beneficiis
,
 
dedicati all’amico EbuzioLiberale. Vi si tratta appunto della natura e delle varie modalitàdegli atti di beneficenza, del legame che istituiscono fra benefattore e beneficato, dei doveri di gratitudine che li regolanoe delle conseguenze morali che colpiscono gli ingrati (si sospettauna velata allusione al comportamento di Nerone nei suoiconfronti). L’opera, che analizza il beneficio soprattutto comeelemento coesivo dei rapporti interni all’organismo sociale,sembra trasferire sul piano della morale individuale il progetto diuna società equilibrata e concorde che Seneca aveva fondatosull’utopia di una monarchia illuminata. L’appello, rivoltosoprattutto alle classi privilegiate, ai doveri della filantropia edella liberalità, nell’intento di instaurare rapporti sociali piùumani e cordiali, si configura perccome la propostaalternativa (con una sorta di prospettiva rovesciata, ma conidentica impostazione paternalistica) al fallimento di quel progetto.L’opera in cui Seneca aveva esposto più compiutamente lasua concezione del potere è il
 De clementia
,
 
opportunamentededicato al giovane imperatore Nerone (negli anni 55-56)
 
cometraccia di un ideale programma politico ispirato a equità emoderazione. Seneca non mette in discussione la legittimitàcostituzionale del principato, le forme apertamentemonarchiche che esso ha ormai assunto: il potere unico era il piùconforme alla concezione stoica di un ordine cosmico governatodal
logos
,
 
dalla ragione universale, il più idoneo a rappresentarel’ideale di un universo cosmopolita, a fungere da vincolo esimbolo unificante dei tanti popoli che formano l’Impero; senzaconsiderare, infine, che si era ormai imposto nei fatti, e nonsembrava realistico confidare in quel miraggio di unarestaurazione della
libertas
repubblicana che animava i circoli3

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