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Esce «La fine della cultura», il saggio di ERIC HOBSBAWM sulla Mitteleuropa - La Repubblica 19.03.2013

Esce «La fine della cultura», il saggio di ERIC HOBSBAWM sulla Mitteleuropa - La Repubblica 19.03.2013

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05/14/2014

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era e rimase culturalmente unviennese che parlò e scrisse in te-desco fino alla fine della sua vitaerrabonda. In questa zona il tede-sco era non solo la prima linguainternazionale ma, per coloro cheprovenivano dalle regioni più ar-retrate, fece da tramite per la mo-dernità. Ne consegue che al difuori delle zone dell’interno la cuipopolazione parlava solo tedesco(o piuttosto la combinazione deltedesco letterario con un dialettoparlato) questa cultura mitteleu-ropea apparteneva a un gruppo icui membri parlavano anche al-tre lingue e poteva pertanto fun-gere da ponte tra popolazioni di-verse.La seconda ragione era che gliebrei – che fino alla Seconda guer-ra mondiale costituivano il dieciper cento della popolazione di Vienna e una percentuale ancorapiù alta a Budapest – formavanoprincipalmente il pubblico istrui-to soltanto in una parte d’Europa,nella fattispecie nella monarchiaasburgica. Prima del 1848 eranostati largamente esclusi dalle ca-pitali dell’impero. Vi erano arri-vati per la stragrande maggioran-za nella seconda metà del XIX se-colo dalle piccole città della Mo-ravia, della Slovacchia e dell’Un-gheria e infine anche dalle più re-mote regioni di quella che oggi el’Ucraina. Questi ebrei emanci-
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Il romanzo
“Mar del Plata” di Fava, ambientato nell’Argentina della dittatura
LA SQUADRA DI RUGBYCHE FU “DESAPARECIDA”
I
l rimbalzo sghembo e bi-slungo della palla ovale pa-re imprevedibile, inveceno. La traiettoria è la stessa. A Catania come a Buenos Aires,tra le vedove di via d’Amelio e lemadri di Plaza de Mayo. Dovebande di carogne regolano inun certo modo i propri conticon i dissidenti, con quelli che lapensano storta, fuori dal coro.Cancellano i nomi dalla vita edal lutto, desaparecidos, senzanemmeno il diritto di portarsi lamorte addosso. Perché Videla eSantapaola si rassomigliano, esi rassomigliano anche le lorovittime. E allora valeva la penaraccontare la vera storia dellasquadra di rugby di Mar del Pla-ta, un gruppo di ragazzi che nel-l’Argentina alla fine degli anniSettanta — la dittatura dei co-lonnelli: pensieri malati, cuposenso del potere, l’avidità di po-chi — rinunciò a trovare rifugioin Francia per poter continuarea giocare il campionato. Fino al-la fine. La stessa fine dei giovaniagenti di Paolo Borsellino, chedissero di no alle ferie per poterscortare il loro giudice. Lo stes-so rimbalzo, preciso e crudele.«Una storia che mi è venutaincontro quasi per caso, moltianni dopo», spiega Claudio Fa-va, autore di
 Mar del Plata
(addeditore). «Lessi gli articoli di ungiornalista di razza, Gustavo Veiga, che aveva ritrovato l’ulti-mo superstite di quella squa-dra, annientata dal capriccio edal livore dei militari. Essere gliultimi, sopravvivere al male, èsempre un peso insopportabi-le, il segno di una colpa che nonesiste ma che ti covi dentro co-me un’ulcera. Ho provato ariannodare fili invisibili che le-gano vite lontane tra di loro. Co-se accadute laggiù e qui, in Ita-lia, dove un’altra guerra e un al-tro nemico che non facevanoprigionieri s’erano portati via,assieme a tanti altri, anche miopadre». A Buenos Aires per primotocca a Javier, ripescato dalleacque del Rio della Plata con lemani legate dietro la schiena dadue giri di fil di ferro. Lo chia-mavano il Mono, la scimmia,per via di quelle braccia lunghee nodose con cui pareva arram-
LANUOVAMARCIA
d
In un saggio inedito Eric Hobsbawm racconta la storiadella Mitteleuropa, un mito non solo letterario ma anche politico
P
oliticamente, vi è una nozione di “Europa centrale” o Mitte-leruropa che esprime nostalgia per il vecchio impero asbur-gico. Il territorio di questo vasto agglomerato di regioni e na-zionalità che si estendeva dal Lago di Costanza a ovest ai con-fini della Moldova a est, nel 1918 era diviso in sette Stati travecchi e nuovi ed è al momento occupato da dodici Stati diversi. La sto-ria dal 1918 in poi ha fatto sì che coloro che un tempo abitavano in quel-la che i suoi nazionalisti chiamavano “la prigione delle nazioni”(
Volkerkerker 
) pensassero in termini meno duri ai regni dell’imperato-re Francesco Giuseppe (1848-1916). Anzi, è probabilmente l’unico im-pero a cui si ripensi con nostalgia in tutti i suoi ex territori. Ciò avrebbesorpreso i suoi contemporanei. Per quanto fosse l’unico Stato europeola cui morte, a lungo attesa, stimolò una grande letteratura – basti pen-sare a Karl Kraus, Robert Musil, Jaroslav Hasek o Miroslav Krleza – do-po il decesso i suoi becchini letterari non si precipitarono a piangerlo.L’eccezione, come vedremo, conferma la regola perché anche il me-raviglioso romanzo
La marcia di Radetzky 
di Joseph Roth, dai suoi lon-tani confini orientali, ripensavaalla monarchia con una certa iro-nia alcolica. La nostalgia per ciòche Robert Musil chiamava Kaka-nia, iniziali della doppia monar-chia k. k. (
kaiserlich und konigli-ch
, “imperiale e reale”), non si-gnifica certo la possibilità di unasua rinascita. Nondimeno, la suaesistenza era talmente centraleper il sistema di potere dell’Euro-pa del XIX secolo che furono com-piuti continui tentativi per trova-re una qualche entità centroeuro-pea equivalente tra la Germania ela Russia. Ma comunque non vi-viamo più nell’epoca della storiaeuropea in cui c’era l’esigenza si-gnificativa di un blocco centralecome bastione tra i poteri tedescoe russo.Come termine politico “Mitte-leuropa” è dunque inaccettabile.Ma come concetto culturale? Esi-ste un’alta cultura nelle scienze enelle arti che abbia confini regio-nali distinguibili?Un tempo, questa cultura“mitteleuropea” esisteva: eraquella dell’emancipata e, in mol-te parti d’Europa, largamenteebraica classe media nella vastazona d’Europa che un tempo vi-veva sotto l’egemonia della
Bil-dung 
tedesca. Non esiste più, seb-bene sopravvissuta a Hitler nellesenescenti colonie migratorie aLondra, New York e Los Angeles.Era mitteleuropea per tre ragioni.Primo, il tedesco era il linguaggiointernazionale primario dellacultura soltanto nella cintura eu-ropea centrale benché, all’epocain cui tutti gli europei colti sape-vano il francese, non l’unica. Lazona dell’egemonia linguistico-culturale tedesca spaziava dal Re-no ai confini orientali dell’imperoasburgico e dalla Scandinavia finnel profondo dei Balcani. Viennaera la capitale culturale per granparte di quella penisola. Elias Ca-netti, nativo di Ruse, nella regionedel basso Danubio in Bulgaria,pati – nel tentativo di prendere ledistanze dagli
Ostjuden
tradizio-nalisti e di lingua yiddish che va-gavano verso ovest nel XX secolo– si consideravano “mitteleuro-pei” culturalmente tedeschi, finoa quando entrambi i gruppi nonfinirono i propri giorni nei fornidella Germania hitleriana.Infine, i popoli che si identifi-cano in questa cultura devono es-sere chiamati “mitteleuropei”perché il XX secolo li rese senzacasa. Giacché i loro Stati e regimiandavano e venivano, non pote-vano essere identificati a livellogeografico. Durante l’ultimo se-colo, gli abitanti di una città untempo collegata via tram a Vien-
ERIC HOBSBAWMMASSIMO CALANDRI
 Leterno ritornodell’impero scomparso
RADETZKY
La necessitàcontinua di avereuna potenzaintermedia fraRussia e Germania
IL LIBRO
Esce domani
La fine dellacultura
di EricHobsbawm,Rizzolipagg. 316euro 20

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