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Ultimatum Alla Terra

Ultimatum Alla Terra

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Published by Alessio Mannucci
"Non distruggere più la Terra o sarete annientati"
"Non distruggere più la Terra o sarete annientati"

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Categories:Types, Research, History
Published by: Alessio Mannucci on Mar 13, 2009
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)
I
disastri climatici
sono in rapido aumento in tutto il mondo. A causa del riscaldamento del pianeta,la frequenza e la
violenza degli eventi estremi
aumenta e mette a dura prova infrastrutture eopere civili.Il tema è stato discusso alla
conferenza di Poznan
sui cambiamenti climatici Lo studio checertifica l’impennata delle perdite economiche associate ai disastri climatici è stato condotto incollaborazione fra l’UNEP (
United Nations Environment Programme
), il programmaambientale delle Nazioni Unite, e
Munich Re
, un colosso delle assicurazioni internazionali.Se i danni e le vittime provocati dai terremoti sono aumentati del 50%, quelli causati da cicloni, alluvioni einondazioni sono
aumentati del 350%
. Il 2008, viene precisato nel rapporto, è stato in assoluto ilsecondo anno più gravoso per il sistema assicurativo internazionale dopo il 2005, l’anno in cui la città di NewOrleans e molte altre zone degli Stati Uniti furono investite dalla furia dell’
uragano Katrina
, conperdite economiche di oltre 220 miliardi di dollari. Il 2008 ha conosciuto un altro evento simile, il
cicloneNargis
che ha colpito il Myanmar (Asia), provocando 84.500 vittime.Anche se focalizzate sul fronte economico, le conclusioni del rapporto UNEP-Munich Re, sono in linea conquanto previsto nell’ ultimo rapporto scientifico dell’IPCC (
Intergovernmental Panel onClimate Change
 ),
il comitato scientifico sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite: l’inasprirsidegli eventi estremi è palese e richiede urgenti misure di adattamento e difesa in quasi tutti i Paesi delmondo, con una particolare attenzione a quelli più vulnerabili e popolosi delle fasce tropicali.
La crisi finanziaria e l’impennata globale dei prezzi dei generi alimentari ha aggiunto altri 40 milioni dipersone che soffrono la fame. In totale, sono circa
1 miliardo le persone denutrite intutto il mondo
(quasi tutte nei paesi in via di sviluppo), precisamente 963 milioni.È quanto afferma «Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2008» (“
The state of foodinsecurity in the world”- SOFI
), il rapporto pubblicato dalla FAO che riporta i dati del 2007,aggiornati dall'agenzia ONU agli ultimi mesi di quest'anno. Popolazione numerosa e progressi relativamentelenti nella riduzione della fame fanno sì che circa due terzi di coloro che soffrono la fame vivano in Asia (583milioni nel 2007). Nell’Africa sub-sahariana una persona su tre – circa 236 milioni nel 2007 – è cronicamenteaffamata. Il grosso di questo aumento si è registrato nella Repubblica democratica del Congo, inconseguenza della persistente situazione di conflitto.«L’attuale crisi finanziaria ed economica – avverte l’agenzia dell’ONU – potrebbe far lievitare ulteriormentequesta cifra». Secondo il rapporto, anche se i prezzi sono calati dall’inizio dell’anno (come quelli dei principalicereali, calati di oltre il 50%), «la
crisi alimentare
di molti paesi poveri non è affatto finita», hadichiarato il vicedirettore generale della FAO Hafez Ghanem.Alla base del «drammatico quanto rapido» aumento del numero di affamati cronici c'è l'
impennatadei prezzi
delle materie prime agricole. «I prezzi dei principali cereali - si legge nel rapporto - sonocalati di oltre il 50%o rispetto al picco raggiunto agli inizi del 2008 ma rimangono più alti del 20% rispettoall'ottobre 2006». «Bambini, donne in gravidanza e in allattamento sono molto a rischio - ha detto il direttoregenerale della Fao, Jaques Diouf - i disordini civili che si sono già verificati nei Paesi in via di sviluppo sono il
 
segnale della disperazione causata dall'aumento dei prezzi alimentari. Gli effetti della crisi saranno piùdevastanti tra i poveri delle aree urbane e le donne-capo famiglia».La peggiore situazione si registra nell'Africa sub-sahariana, dove
una persona su tre
, vale a direcirca 236 milioni, soffre cronicamente la fame.Full SOFI 2008 Report
Ecoflation
”, ecoflazione. Il termine è stato coniato per definire i risultati dello studio di un’azienda diconsulenza manageriale che indicano nei cambiamenti climatici le cause dell’aumento di prezzo di numerosibeni di consumo.Secondo il rapporto “
The Costs of Ecoflation
”, del
World Resources Institute
edi
A.T. Kearney
, nei prossimi anni, in un mondo condizionato sempre più dagli effetti delcambiamento climatico, l’ecoflazione potrebbe aggiungersi alle già drammatiche conseguenzedell’inflazione, colpendo duramente i beni di consumo già nei prossimi cinque/dieci anni.Ad esempio, i produttori di beni di immediato consumo, dai cereali allo shampoo, potrebbero assistereimpotenti alla riduzione dei loro guadagni dal 13 al 31% fino al 2013, e addirittura dal 19 al 47% entro il 2018.Questa ultima ipotesi si verificherebbe se non fossero prese le adeguate contro-misure, ovvero l’adozione dimodalità di produzione sostenibili, compatibili con gli equilibri ambientali.“I
costi del riscaldamento globale
si stanno manifestando ora – dice Andrew Aulisi, unmembro dell’istituto – con fenomeni come le come ondate di calura, la siccità, gli incendi, le sempre piùviolente tempeste tropicali, ma non si riflettono ancora sui prezzi al consumo, per il momento sono i governie la società a pagarne le spese”.Per Aulisi, le cose potrebbero migliorare “se il presidente eletto Barack Obama e il Congresso degli StatiUniti facessero pressioni per un sistema di tariffe sulle emissioni di diossido di carbonio”. Anche se èimprobabile che questo possa succedere prima del termine ultimo, fissato al dicembre 2009, per ilraggiungimento di un accordo mondiale sulla lotta al cambiamento climatico.
Meno di due gradi Celsius in più
potrebbero essere sufficienti per provocare loscioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e del mare artico, avverte il WWF. E, di conseguenza, ilivelli globali dei mari si alzerebbero di alcuni metri, minacciando
decine di milioni di persone
in tutto il mondo.Kim Carstensen, responsabile della
WWF Global Climate Initiative
, ha detto a Poznan: "Loscioglimento dei ghiacci in Artico e in Groenlandia provocherà presto dei
pericolosi feedbacks
accelerando e rafforzando il riscaldamento molto più di quanto previsto. Non possiamo più perdere neancheun secondo, occorre subito sviluppare delle strategie per affrontare il problema”.Secondo dati raccolti in India dalla
Jawaharlal Nehru University, i
 
ghiacciai dell'Himalaya
sistanno ritirando più velocemente di quelli alpini e del Polo Nord. Potrebbero
sparire
entro il2035
.
Se si tolgono dal conto le calotte polari, insieme a quelli del vicino Tibet i ghiacciai himalayani costituisconola maggior parte delle riserve di ghiaccio – cioè di acqua dolce - presenti sul pianeta.
 
The Tribune, riprendendo l'allarme dell'università indiana, ricorda che
dai ghiacciai himalayanidipendono i grandi fiumi dell'Asia
- Indo, Gange, Bramaputra, Mekong, Yangtze - e cherappresentano la principale fonte d'acqua dolce per gli uomini e per l'intero ecosistema.Lo scioglimento dei ghiacciai himalayani già ha avuto delle ripercussioni sulla portata di questi fiumi, coneffetti sulla
biodiversità
e sulla vita delle popolazioni locali.
“Himalayan glaciers may disappear by 2035”,Tribune India, 11 novembre 2008Un giornalista del Belfast Telegraph ha viaggiato in
Bangladesh
fra le persone che stanno perdendoraccolti e la possibilità di dissetarsi ai pozzi a causa della risalita dell'acqua salata.Il Bangladesh si trova fra i ghiacci dell'Himalaya che si sciolgono e l’oceano che cresce di livello. L'isola piùgrande del Bangladesh, Bhola,
ha perso metà della superficie negli ultimi diecianni
, inghiottita dal mare. I grandi fiumi - Gange, Brahmaputra - sono gonfi e tumultuosi per loscioglimento dei ghiacciai: l'erosione sta aumentando del 40%.La temperatura è cresciuta costantemente, negli ultimi quarant'anni, nel Golfo del Bengala e
gliuragani sono diventati del 39% più frequenti e più violenti
: il 2007 è statol'anno record. Le inondazioni provenienti dal mare si sono triplicate negli ultimi vent'anni, e rendono sterile laterra.Il Belfast Telegraph ha anche un'intervista con un climatologo locale, Atiq Rahman, convinto che le previsionidell’IPCC sull'innalzamento dei mari siamo sottostimate. “Quando i bambini che nascono ora sarannovecchi”, sostiene, “il 70-80% del Bangladesh, compresa la capitale Dacca, non avrà più l'aspetto attuale e
non sarà più terra da abitare
l´agenzia ONU per i rifugiati
(
UNHCR
), i cambiamenti climatici potrebberocostringere presto almeno
6 milioni di persone all´anno
a lasciare le loro case per cercareospitalità in altri luoghi, soprattutto a causa di catastrofi naturali, inondazioni e tempeste.Una situazione ingovernabile con gli attuali strumenti quella che emerge dalle proiezioni che, secondo l´UNHCR si basano «su
stime ottimistiche
, secondo le quali il cambiamento climatico potrebbeforzare tra i 200 e i 250 milioni di individui a lasciare le loro case entro il 2050».Intervenendo alla conferenza di Poznan, l´Alto Commissario ONU per i rifugiati, L. Craig Johnstone, haspiegato che «le agenzie umanitarie dovranno aiutare 3 milioni di rifugiati climatici all´anno a sfollare per catastrofi naturali improvvise e si ritroveranno quindi spesso senza risorse dall´oggi al domani».Gli altri 3 milioni di rifugiati climatici saranno se possibile ancora più problematici: la loro sarà una migrazioneforzata verso altre terre causata da cambiamenti ambientali progressivi come l´innalzamento del livello delmare e la desertificazione totale.Secondo i dati forniti dall´UNHCR, nel 2007, nel mondo c´erano
67 milioni di profughi
, 25 milionidei quali a causa di catastrofi naturali. Secondo Johnstone, «le politiche messe in campo per limitare leemissioni di gas serra e per adattarsi ai cambiamenti climatici non saranno sufficienti a prevenire le catastrofi

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