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il
Ducato
Periodico dell’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino
Quindicinale - 13 marzo 2009 - Anno 18 - Numero 5il Ducato online: www.uniurb.it/giornalismo
   D   i  s   t  r   i   b  u  z   i  o  n  e  g  r  a   t  u   i   t  a   P  o  s   t  e   I   t  a   l   i  a  n  e   S  p  a  -   S  p  e   d   i  z   i  o  n  e   i  n  a .  p .  -   7   0   %   -   D   C   B   P  e  s  a  r  o
Incontro con Beja, rifugiato po-litico iraniano che vive a Fermi-gnano da oltre vent’anni. Non-ostante la laurea in Scienze poli-tiche presa a Urbino, è costrettoa fare il cameriere perchè non hamai ottenuto la cittadinanza. Anche i suoi connazionali vivo-no la stessa condizione. Sonocirca trenta le famiglie persianea Fermignano.
a pagina 5 
“Resto da 30 anniun non-cittadino”
Personaggi
Sono tante le aziende agricoledel territorio comunale che nonutilizzano concimi o mangimichimici e vendono direttamentein azienda. La "catena corta"aiuta i consumatori e salva icontadini dalla grande distribu-zione. E con la crisi i clienti au-mentano: i prodotti sono dimaggiore qualità e costano me-no.
a pagina 6 
Seicentomila volumi che diver-ranno oltre 1 milione fra qual-che anno. Nonostante queste ci-fre, una grave carenza di perso-nale: le assunzioni all’universitàsono bloccate dal 2003.I direttori delle singole bibliote-che però si sforzano di farsi ba-stare gli scarsi fondi: cifre moltopiù basse di quelle di struttureanaloghe in altre università ita-liane.
a pagina 13
Molti libri pochi impiegati
Biblioteche
I nuovi padroni della città
 Due terzi dei palazzi sono attualmente nelle mani di privati e investitori
Il Comune, l’Ateneo, la Curia non più soli nella gestione del centro storico
L’EDITORIALE
O
gni volta che tirate su unacopia del “Ducato” aUrbino, a Fermignano odove riusciamo ad arrivare nelMontefeltro, succede una cosaabbastanza bella. Trenta giovaniallievi giornalisti entrano nellevostre vite portandovi delle infor-mazioni, ponendovi talvolta deiproblemi, unendovi, gli uni aglialtri. E’ un fatto un po’ speciale, celo possiamo anche dire. Questogiornale e questi giornalisti sonoacerbi, freschi e liberi, per comesanno essere i ragazzi insieme con iloro maestri. Alle soglie del grandemondo dei media, tracimante inte-ressi economici, politici e pubblici-tari, qui intanto portano per interoil giornalismo come deve essere.Senza condizionamenti, senzaragioni diverse che non siano quel-le della comunità, della città.Domani, poi si vedrà, dove il gior-nalismo stenta a farsi spazio, quan-to sogno resterà.Ora, l’urbinate che, dentro e fuori lemura, sta con il suo giornale, la seraaccende la tv. E che gli succede?Senza che se ne accorga, viene por-tato lontano. Le informazioni sonoincanalate quasi prima che avven-gano, destra-sinistra-centro, gover-no-opposizione, notizie-diverti-mento. Le inchieste in contenitoriper risate e veline. Se “Parla conme” dà la parola ad Alexander Stille(che apre uno spiraglio sul giornali-smo internazionale dei fatti), fini-sce però con Vergassola che buttatutto in ridere.Perfino i fatti più gravi non si sot-traggono all’informazione schiera-ta. 350 bambini uccisi a Gazadovrebbero parlare al 100 per centodei cittadini. Invece no. PerchéSantoro è la tv di sinistra, consolachi è già con il cuore da una parte enon parla a tutti. Non si forma opi-nione pubblica. Mai.Giorni fa Ferruccio de Bortoli harinunciato alla presidenza Rai perla quale pure aveva dato una dispo-nibilità. L’ha fatto esattamente perquesta stessa ragione che muoveoggi noi. La mancanza di indipen-denza, di conseguenza la mancan-za del giornalismo. E’ possibile chenessuno muova un passo versouna tv servizio pubblico che appar-tenga alla comunità, ma non siaspartita dai partiti tra governo eopposizione? E in edicola le cosenon sono molto diverse.De Bortoli ha cercato di conciliare idiritti dell’imprenditore, dell’edito-re con i doveri del giornalismo. Almomento in Italia non è possibile.Nel 2003, nella sala dell’Angelicum,a Milano, i rappresentanti del“patto di sindacato” che governavail “Corriere della Sera”, una bellacrema dei potentati economici ita-liani (dalla Fiat a Mediobanca, daTronchetti Provera a Banca Intesa),abbassarono in silenzio la testa, auno a uno, davanti a de Bortoli chechiedeva se doveva dimettersi.Contro il giornale, c’erano statepressioni da ambienti governativi eogni centro di potere economicoaveva buone ragioni per nonopporsi a una volontà governativapiù o meno espressa che ci fosse ilcambio di direttore al “Corrieredella sera”. Non solo Berlusconidunque.In America Time Magazine scrisseallora che in Italia era morto il cana-rino della libertà di stampa, unsegnale come l’uccellino in gabbiache i minatori si portano sottoterraper capire quando la loro vita è inpericolo. E’ esattamente per questimotivi che la Scuola di giornalismoavvia il “Progetto Einaudi-Albertiniper l’indipendenza dei media” condue giornate di lavori all’Universitàil 16 e il 17 marzo. Per non far mori-re quel canarino.
Prima che il canarinomuoia in gabbia
La Curia e il Comune, i proprie-tari storici di Urbino, oggi pos-siedono, insieme all’Università,un terzo dei palazzi della città.Dal dopoguerra la popolazionedel centro è cambiata comple-tamente: ormai sono solo millegli urbinati che risiedono den-tro le mura. Sono gli imprendi-tori immobiliari oggi ad acqui-stare gli edifici dai privati.I costi per restauri e manuten-zione sono proibitivi: gli entifaticano a curare i loro edifici esperano in nuovi fondi statali. Ipiccoli proprietari si trasferi-scono in periferia e affittano levecchie case agli studenti. Acquirenti scoraggiati dai vin-coli comunali e della sovrinten-denza.Le grandi famiglie che dalRinascimento hanno fatto lastoria di Urbino, hanno quasitutte venduto le proprie dimoreall’Università ai tempi del ret-torato di Carlo Bo. Lo storicoErmanno Torrico spiega il pro-cesso iniziato negli anni ‘60.Quale assetto in futuro? Dopol’invito espresso dal Ducato,filosofi, sociologi e urbanistiparlano dei futuri equilibridella città. Occorre rianimare iluoghi e creare un rapportomigliore fra studenti e abitanti.L’opinione di Paolo Ercolani,Enrico Mascilli Migliorini eMonica Mazzolani.
alle pagine 2, 3, 8 e 9 
C
i siamo quasi. Il 30 marzo dovrebbe finalmente inaugurarsi la bretella. La data è ancora prov-visoria: alcune autorità devono confermare la loro presenza. I lavori alla galleria e alla roton-da delle Conce sono però oramai completati, annuncia Ernesto Tedeschi, direttore dei lavori.Mancano solo piccoli interventi di rifinitura richiesti dall’Anas.
30 marzo, il gran giorno della Bretella
La prestigiosa azienda di fucili,pistole e carabine sta subendoun grave calo della produzione.Per ora la Benelli non ha richie-sto alcun tipo di cassa integra-zione e si impegna a tutelare illavoro. “Quando la necessitàaguzza l’ingegno si trovano dellesoluzioni incredibili”, dice il di-rettore commerciale dell’azien-da.
a pagina 7 
Anche le armiBenellisono in crisi
Economia
Ormai sono più di 80le biofattorie
Agricoltura
 
il
Ducato
2
Due terzi dellacittàin mano ai privati
Alla ricerca dei nuovi padroni di Urbino
Chiesa, Ateneo e Comune restano proprietari con poche risorse 
ri, spesso scoraggiati dai troppivincoli edilizi”.In effetti i costi della ristruttu-razione e della manutenzionenon sono trascurabili. A parte ivincoli, che preservano il patri-monio architettonico, ma im-pongono accorgimenti parti-colari (e costosi), la città, spie-ga Vagnerini, “ha grossi proble-mi di umidità: a causa del catti-vo stato delle fogne, della circo-lazione pesante e dellapendenza delle strade, l’acquarisale dal sottosuolo e rovina inparticolare le facciate. Sarebbenecessario che lo stato finan-ziasse una bonifica idrogeolo-gica del sottosuolo”.È d’accordo Mara Mandolini,del servizio progettazione delComune: “Le difficoltà nellamanutenzione nascono pro-prio dall’umidità di risalita, edalla pioggia, che intacca legrondaie e i tetti: in alcuni edi-fici sono crollati i controsoffit-ti”. Ma il Comune non ha fondiper intervenire sistematica-mente e deve limitarsi a picco-le operazioni “di emergenza”,in attesa di nuovi contributistatali: “Cerchiamo di non farcrollare i palazzi”, si lamenta la
 ALICE CASON
U
rbino città di uf-fici e di studenti.Gelosamenteconservata nel-le sue bellezzerinascimentali,rischia però di diventare un“guscio vuoto”: magnifichefacciate e stanze abbandonatela sera. Ma di chi sono i palazzidella città? Oggi nel centro sto-rico risiedono meno di millepersone, nel dopoguerra erano7000. Le grandi famiglie si sonoestinte o trasferite. Hanno ven-duto le loro dimore all’Univer-sità, durante il rettorato di Car-lo Bo, oppure a imprenditoriche ne hanno ricavato appar-tamenti, per lo più nei vicoli.“La speculazione immobiliareè stata contenuta - racconta ilgeometra Giuseppe Vagnerini,coordinatore dei tecnici urbi-nati - per motivi economici: lamiseria della guerra ha protet-to i palazzi, perché non sonostati molti i finanzieri in gradodi investire nella trasformazio-ne”. Le ristrettezze economi-che, quindi, e l’Università: “Boha salvato molti edifici che al-trimenti sarebbero decaduti osarebbero stati snaturati”.Da qualche anno però le iscri-zioni calano, e l’Università datempo non acquista più. Spen-de per conservare le proprie se-di e per adeguarle ai corsi chesi moltiplicano. E spende pergli immobili che affitta, pro-prietà per lo più di enti religio-si.“Ogni anno paghiamo un mi-lione di euro di affitti - spiegaEnzo Fragapane, direttore am-ministrativo dell’Università -che recuperiamo affittando icollegi. E stiamo lavorando perridurre l’utilizzo di sedi non dinostra proprietà”. Del resto c’èanche chi, come Carlo Giovan-nini, dell’ufficio urbanisticadel Comune, ritiene che “forseè un bene che l’Università noncomperi più: con la Curia, è giàla maggiore proprietaria di Ur-bino”.In effetti, stando ai rilevamenticatastali, quasi un terzo delleproprietà del centro (tra le qua-li gli edifici più grandi e prezio-si) sono divise tra Università,Chiesa, Comune e demanio.Gli altri due terzi della città so-no per lo più piccoli lotti priva-ti, tra cui 249 negozi. Solo 9 abi-tazioni sono classificate come“signorili”, nella categoria A/1,la più pregiata. Le altre sonoabitazioni di tipo civile o popo-lare. La maggior parte è affitta-ta agli studenti, spesso da urbi-nati che si sono trasferiti in pe-riferia.Ci sono però anche apparta-menti sfitti: i proprietari se nesono andati, ma preferisconotenere la casa vuota piuttostoche rischiare di affittarla a ungruppo di ragazzi poco civili. Accanto a questa proprietà fra-zionata, sono comparsi nuovisoggetti che comprano palazziper farne appartamenti da af-fittare: “Imprenditori come iBruscoli - spiega Vagnerini - re-staurano edifici che altrimentirischierebbero il degrado”. Eche per ora non si espongonorivelando i propri progetti perla città.“Con il calo degli iscritti all’u-niversità e la crisi economica -raccontano in un’agenzia im-mobiliare - da quattro anni ilmercato immobiliare è quasifermo. Compra qualche fami-glia, o genitori di studenti fuorisede. Per lo più imprenditori oaziende, comunque. Mancanoperò palazzi che rispondanoalle esigenze degli imprendito-Mandolini. Anche lo storicoCarlo Inzerillo è preoccupato:“Ormai solo i grandi capitalisticomperano e mantengono gliedifici, ma li trasformano,spesso in maniera inopportu-na. E Urbino nel frattempo sispopola. La crisi economicanon facilita le cose. Vedremo: lasituazione per ora non è tragi-ca, ma è allarmante che ormaimeno di mille urbinati vivanoall’interno delle mura. Per ilnostro futuro, dovremmo chie-derci: che tipo di città vogliamoessere?”
volalice3@yahoo.it 
Nelle foto:alcune sale di palazzipubblici e privatidel centro storico
CASTRACANEPASSIONEI
 
3
PRIMO PIANO
“E’ troppo costosovivere nei palazzi”
Molte le famiglie che hanno già venduto
T
empi duri per le resi-denze signorili delcentro storico urbi-nate. Le stanze deipalazzi che apparte-nevano alle antichefamiglie si sono svuotate da an-ni. La nobiltà è decaduta e lanuova generazione è costretta afare lavori borghesi che non per-mettono il mantenimento degliedifici storici. Tra gli ultimi eredidelle antiche casate, molti han-no deciso di vendere, alcuni dirimanere, in pochi di comprare. A partire dagli anni ‘80 buonaparte dei palazzi che hanno con-tribuito al fascino incantato del-la città sono stati venduti all’U-niversità: i palazzi Passionei, Pe-trangolini e Albani, tanto per ci-tarne alcuni.Da quando Palazzo Albani è sta-to comprato dall’Università, acamminare sopra al sontuosostemma della casata di PapaClemente XI, non sono più sol-tanto i componenti della fami-glia Renzetti, ma flotte di univer-sitari . “I miei nonni compraro-no Palazzo Albani nel 1929 –spiega Stefania Renzetti - ma ne-gli anni novanta abbiamo decisodi venderlo all’università che giàda tempo aveva in affitto alcunilocali della struttura”.Preservare dal tempo affreschi,stucchi, cortili interni, pavi-mentazione, tetti, facciate e si-stemi idrici, di una struttura cheha secoli di vita, diventa una spe-sa sempre maggiore; per questoin molti hanno venduto. Mentrenegli anni ottanta e novanta i fi-gli di alcune casate antiche si so-no affrettati a vendere, pochi in-vece hanno tenuto i loro palazzi.Ci sono poi famiglie, come i Pe-ruzzi che acquistarono trentaanni fa il palazzo Pinzoni (poi di-ventato Peruzzi) di origine cin-quecentesca, in via Raffaello.“La casa è vincolata dalla soprin-tendenza – dice Massimo Peruz-zi – ma non è ancora arrivato ilrimborso della facciata che ab-biamo ristrutturato sei anni fa”. Ad andare controtendenza neglianni novanta è stata anche la fa-miglia Bruscoli. Originari di Bor-go Massano, i Bruscoli, proprie-tari della Imabgroup, aziendache produce mobili, hannocomprato ben quattro palazzi:Giusti, Bellucci,Fusti CastriottiFoschieri Veterani e Habitat Al-ma.“La nostra famiglia abita indue palazzi, gli altri sono stati af-fittati a studenti – spiega AlbertoBruscoli – e per quanto riguardala manutenzione, da quattro an-ni abbiamo finito i lavori alla fac-ciata e all’interno del palazzoFusti Castriotti Foschieri Vetera-ni”. Secondo il Codice dei beniculturali e del paesaggio, decre-to legislativo 42 del 2002 (cosid-detto Codice Urbani) “sia i priva-ti che gli enti pubblici hanno di-ritto ad un rimborso, da parte delMinistero dei Beni Culturali, peri lavori svolti all’interno di edifi-ci tutelati dallo stesso codice”,afferma Biagio De Martinis dellasoprintendenza per i beni archi-tettonici delle Marche.Gli urbinati che abitano nelle ca-se del centro sono sempre di me-no, l’era d’oro dell’università èfinita, e gli studenti vanno adabitare fuori dalle mura perchégli affitti sono più bassi “Questoè il frutto di una politica sbaglia-ta, che ha basato l’economiadella città solo sull’Università”,osserva Antonio Baldeschi, pro-prietario di palazzo Castracane,tra i più antichi e maestosi edifi-ci del centro, comprato dalla suafamiglia all’inizio del ‘900. Al di là del portone gotico di pa-lazzo Pasqualini abita ancoraoggi una discendente dell’omo-nima famiglia, la professoressaGabriella Morisco: “Siamo rima-sti con grande fatica ad abitarequi mantenendo lo stabile inbuono stato. La parte superioreè stata venduta. Le agevolazionisulle tasse per i monumenti sto-rici nazionali, come sgravi sull’I-ci e su passaggi di proprietà,hanno permesso a molte fami-glie di non vendere”.
claudia.banchelli@libero.it 
CLAUDIA BANCHELLI
L’opinione dell’esperto Ermanno Torrico
Recuperare il centro storico
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rbino è la città di chi non ci vive più. Le ca-se del centro storico hanno smarrito i lo-ro proprietari. Ma d’altronde si sa, ormaida tempo gli urbinati hanno scelto di vivere fuo-ri dalle mura. L’università ha determinato la cre-scita economica, ma questo non ripaga gli abi-tanti della mancanza del senso di appartenenzaalla città. Scene di vita quotidiana che sono an-date perdute. Cosa manca, cosa si è perso den-tro le mura del centro? Ermanno Torrico, docen-te a contratto di storia moderna presso la facol-tà di Sociologia, ha spiegato: “Contemporanea-mente allo sviluppo della nostra università, levie del centro si sono popolate di studenti. Que-sto sia perché servivano spazi per le sedi delle fa-coltà, che per gli studenti venuti ad abitare a Ur-bino”.
Cosa ne pensa della politica degli acquisti chel’università ha messo in atto a partire dalla me-tà degli anni ‘60?
“Forse è stato un errore cercare tutti gli spazi al-l’interno delle mura, ma questa era la politica diDe Carlo e di Carlo Bo. Buona parte dei palazzistorici sono stati comprati dall’università a par-tire dal ‘68 fino ai primi anni ‘80. La crescita del-l’università ha portato benessere alle famiglie,ed è per questo che anche le Istituzioni non han-no mai cercato di frenare il processo. Urbino sidistingue dalle altre città perché ha saltato ilprocesso di industrializzazione, passando daun’economia fondata sulla mezzadria ad un si-stema basato sul lavoro terziario, portato dal-l’incremento delle facoltà universitarie .
Perché le famiglie hanno scelto di vendere i pa-lazzi?
“Le dimore delle antiche famiglie sono diventa-te sempre più costose da mantenere; basti pen-sare al restauro di affreschi, mobili e facciate.Inoltre oggi c’è una maggiore sensibilità da par-te della soprintendenza e delle istituzioni pertutelare gli interventi, mentre trent’anni fa le fa-miglie trovavano maggiori difficoltà, e menoaiuti”.
Di cosa ha bisogno la città?
“Di recente il sindaco ha parlato di un distrettoculturale, anche se l’idea è ancora in fase di stu-dio. Creare un distretto culturale significa pro-muovere un ambiente, ma non solo dal punto divista turistico. La città ha bisogno di recuperareil centro storico, ma occorrono risorse e tempo”.
Cosa c’è da cambiare?
“E’ necessario attivare un percorso che porti alsuperamento della monocultura, intendendocome unica fonte economica l’università. Le fa-coltà non dovrebbero indebolirsi ma fare unacura ‘dimagrante’ diminuendo nel numero e mi-gliorando l’offerta formativa, così da attiraremeno studenti che però prolungheranno la loropermanenza nella città. Questo avrà delle riper-cussioni economiche per gli urbinati che vivonodi rendita affittando le case del centro. E’ un dis-corso difficile che ha bisogno di una grande vo-lontà politica e culturale. L’idea di Paolo Volpo-ni era proprio quella di creare un indotto di mi-croimpresa ad alta tecnologia collegato con gliistituti di ricerca dell’università; ma per questoci sarebbe bisogno di più fondi destinati alla ri-cerca”.
(c.b.)
PERUZZIALBANI
Stefania Renzetti: una degli ex proprietari di palazzo Albani
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