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Quando l’ho rivisto dopo trent’anni ho creduto di sognare. Solo l’entusiasmo e ilsorriso erano gli stessi. Il resto era una rivoluzione. Lo ricordavo professore discienze, e avevo davanti un rabbino, il primo e unico rabbino espresso da Trieste neldopoguerra. Ortodosso per giunta, di quelli all’antica, col borsalino nero, occhialifondo-di-bottiglia, barba abramitica e pancetta patriarcale. Marcello Goldstein eradiventato rav Mordechai Goldstein, un uomo con otto figli, 17 nipoti, una moglie – triestina pure lei - con parrucca regolamentare color rame e una vita da pendolare fraItalia e Terrasanta.Con lui ho esplorato Gerusalemme e i segreti arcipelaghi dell’ebraismo. Grazie a lui,in un’affollata accademia talmudica, ho ascoltato l’indescrivibile: una letturasimultanea, ad alta voce, di centinaia di libri diversi, che non generava schiamazzoma un’onda rassicurante come la corrente di un fiume. In un locale di Me’a Sharim,affollata di nere palandrane, l’ho visto sedare una lite furibonda come d’incanto, condue parole di saggezza. E a una festa del Purim, quando bere vino in allegria è precetto di fede, l’ho accompagnato nel coro “In zavàte e capel de paia”, rievocandole bellezze del Golfo.Insieme abbiamo anche riletto Trieste, dove ci ritroviamo periodicamente a passeggiare sul mare o celebrare il Sabato in letizia, nella sua casa, parlando dellavita, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo, dell’assimilazione o della sinagogache un tempo s’affacciava su piazza della Borsa. Questo il dialogo con lui, una serad’inverno con bora forte.
Come sta, rav Mordechai?
Mitzvo gedoila liois besimcho.
Significa?
Grande precetto è la gioia. E’ il verso di una canzone e glielo dono. Ci ho pensato suuna vita: la felicità – 
 simcho
- non è un diritto ma un dovere. L’uomo ha il dovere diessere felice perché solo così fa felici gli altri. E’ uno dei massimi insegnamentidell’ebraismo.
La gioia va cercata anche quando hai tutto contro. Neicampi di sterminio i chassidim entrarono cantando con il loro rebbenelle camere a gas. Se gli antisemiti lo sapessero si guarderebberodal perseguitare gli ebrei, perche' la persecuzione li rafforzaall'infinito, facendo valere infinitamente questo culto della gioia.
Trieste è stata felicità?
Assoluta! Le nostre case sono state grandi laboratori di simcho. Lo è stata quella dimio padre in via Schiapparelli, lo è stata quella dei genitori di mia moglie Nada in viaFranca. Lo è stata la casa di Scala Santa, dove lei e io siamo stati nei primi anni dimatrimonio. Stava nell’ex casa della Finanza austriaca, fuori c’era una pietra con suscritto “
Verzerungsteuerlinie
”.
 Racconti.
 Non aveva pavimento e i fiori crescevano anche dentro. Pagavamo settemila lire almese di affitto. Una volpina nera venne a vivere con noi e non ci lasciò più. Sichiamava Gusti. Quando nacquero Beni ed Eva, fu lei la nostra prima bambinaia.
 Anni poveri ma belli…
 
Mi ero laureato in scienze, col massimo dei voti, e andavo a insegnare alle medie diMuggia. Scendevo da Scala Santa a piedi e prendevo il vaporetto, si chiamavaDionea. Nada sapeva quando salpava e usciva sulla terrazza con Beni, il nostro primogenito. Avevamo il golfo ai nostri piedi.
 Il suo mare.
Ecco, credo che quando un triestino sta col fiasco in mano su una panchina acontemplare il mare, questa è preghiera. Altroché se lo è. Grandissima ed eccelsa preghiera. Il mare si raggrinza di piacere, il Carso fa vibrare la sua verzura, la Borasbuffa divertita, Mìcheze e Jàcheze battono le ore e il Padrone del mondo dicecompiaciuto: figli miei, ancora una volta mi avete vinto.
 Di nuovo la gioia come comandamento…
L’ebreo verso ringrazia Dio per ogni cosa. Anche dopo essere stato al gabinetto. Dice:“benedetto sii Tu o Signore Re del mondo, tu che desti forma all’uomo con sapienzae in lui creasti organi forati e organi cavi…”, poi continua dicendo che, se questi nonfunzionassero, noi non potremmo stare alla Sua presenza. Lo sa? Quando idenigratori dell’ortodossia andarono da Franz Josef e gli dissero: pensi Maestà, questiebrei pregano persino al cesso, lui fece tradurre il testo e restò così impressionato chedisse: grande è il popolo che recita una cosa simile.
Un culto della gioia.
Esattamente. Anche i greci e i romani l’apprezzavano. Gli imperatori mandavano unaloro giovenca da sacrificare alle festa delle Capanne. Fu su questa tradizione delTempio che il cristianesimo si innestò. La mia teoria è che, se Dio odia qualcuno,questi sono i musoni. Ma come? Lui ce l’ha messa tutta per darci un mondofantastico e i sensi per percepirlo e poi scopre che c’è gente che sbadiglia,s’immalinconisce… In fondo ci chiede solo un podi riconoscenza… come lamamma che ha preparato il dolce e vuole vedere i bambini che si rimpinzano con legote sporche di marmellata.
Che ne pensa di certa sessuofobia cattolica.
Biblicamente, in ebraico, l’atto dell’amplesso si definisce “conoscere”. Si dice: “EAdamo conobbe Eva”. E’ il resoconto del sublime amplesso da cui tutti noi traemmoorigine. Il Sancta Sanctorum, dove il sommo sacerdote entrava per bruciare incenso,era ornato di scene erotiche. L’ebraismo è colmo di sessualità. Invece in italiano, lalingua cattolica per eccellenza, non esiste una parola capace di nobilitare l’atto. Dire“fare l’amore” è solo una scappatoia.
 Le piaceva insegnare?
A Muggia avevo fatto la rivoluzione. Invece di stare in classe, si partiva con secchi ereti per le Noghere a pescar rane e tritoni. Tutta Muggia ci conosceva. Guidavo il plotone con la giacca a vento verde mimetico, il basco nero e il barbone… Un giornoaprii un cespuglio e mi trovai faccia a faccia con un soldato jugoslavo che prese una paura dell’ostrega e mi puntò il mitra. Fui riconsegnato dalla milizia al preside chevenne a prendermi al confine…
 Lei è un entusiasta.
Una volta persi il vaporetto e dovetti andare a Muggia con la 20. Mi assopii nel bus.Indovini cosa mi svegliò? Le rane, di cui avevo un contenitore pieno tra i piedi.
 
Gracidavano a tutta forza, e io vidi che avevo dormito appoggiato a una signora chemi sopportava inorridita”.
 Anni eroici…
Ci fu un’escalation di attività, tutte create dal niente. Aggiornavo insegnanti al museodi Storia naturale; viaggiavo per l’Europa a studiare come si insegnavano le scienzealtrove. Entrai come contrattista all’Università, divenni direttore di un laboratorio dianalisi e fondai “Naturstudio” con i fratelli Perco, Giuliano Sauli e Paolo Parovel.Gente piena di entusiasmo e competenza. E in contemporanea studiavoappassionatamente il Talmud.
 E Israele?
Divenne presto un sogno. Così quando Beni finì la quinta elementare, pensai chedovevo dargli un’identità. La stessa che avevo avuto da mio padre. Allora sfruttai ilcontratto universitario che dava la possibilità di passare un certo tempo all’estero e partimmo per Israele.
Come fu il viaggio?
Eravamo testardi e segnatori: partimmo in treno da Opicina con viveri per unasettimana, pochi vestiti e la carrozzella per Rosa, la terza nata che non aveva ancoratre anni. Fu una notte del mese di Av, il treno passava giusto pochi minuti dopo la finedello Shabbàt… Arrivammo ad Atene dopo due notti e un giorno ed eravamo giàsporchi e distrutti…con una giornata intera che ci separava ancora dall’imbarco alPireo…
 Emigranti eravate.
Il nostro budget ridicolo e le regole del Kashrut sul cibo ci impedivano di entrare inun albergo per ristorarci. Così ci trascinammo per i giardinetti di Atene e la genteguardava la piccola Rosa dormire nelle aiuole, fiore tra i fiori. Sul traghetto, poi… trenotti e due giorni durava la traversata… dormimmo sul ponte, sotto le stelle. Verso lafine Tikva aveva un aspetto da Shoà, anche Rosa era sporca e confusa… solo Eva eBeni tenevano duro.
Quandò le apparve Israele?
La mattina presto del terzo giorno, io, condottiero di questa piccola armata, vidiapparire la terra promessa. Ero avvolto nel tallìt, con i tefillìn legati attorno al braccioe alla testa, il vento in faccia, gli occhi devastati dal viaggio e dalle lacrime.
 E poi?
C’era un angelo, alto e con i capelli bianchi, un anziano impiegato dell’Agenziaebraica, che ci attendeva nel grande atrio degli arrivi del porto di Haifa, con dei panini al formaggio, che furono per noi come la manna nel deserto. Da ore le nostrescorte erano finite e non capivamo di avere tanta fame…
Come fu il primo impatto?
Ci portarono a Mevasseret Tzion, l’Annunciatrice di Sion, a poca distanza daGerusalemme. Era una piccola e linda casetta con un prato e la vista mozzafiato sullacittà, bianca come una visione. Sentimmo l’odore del Gan Eden. Se ci penso, non posso trattenere la commozione. Il padrone del mondo ci guidava per una strada cheancora non conoscevamo. Ma c’era in noi il senso di ineluttabilità di una scelta cheazzerava due carriere promettenti, conquistate con tanto sudore e molti miracoli. Ora
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