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Carismi del reale, di Pierangelo Di Vittorio

Carismi del reale, di Pierangelo Di Vittorio

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Carismi del reale. L'opera d'arte nell'epoca del marketing e dello spettacolo - di Pierangelo Di Vittorio, uscito su "au aut", 353, 2012
Carismi del reale. L'opera d'arte nell'epoca del marketing e dello spettacolo - di Pierangelo Di Vittorio, uscito su "au aut", 353, 2012

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08/13/2013

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aut aut
, 353, 2012,
115-134
115
Carismi del reale.L’opera d’arte nell’epoca delmarketing e dello spettacolo
PIERANGELO DI VITTORIO
O
sservando da una certa distanza le que-stioni che alimentano il dibattito attua-le, vi sono almeno due zone che si pre-sentano con particolare intensità. Da un lato c’è l’interrogazionesulla crisi della democrazia attraverso la quale si è in alcuni casipervenuti a formulare esplicitamente l’ipotesi di un “nuovo” fa-scismo presente nelle nostre società.
1
Dall’altro c’è la riflessioneche si sviluppa intorno allo statuto e al ruolo della “finzione” nelmondo contemporaneo, la quale si articola a sua volta intorno adue assi principali: il primo riguarda i rapporti complessi, tal-volta tesi, tra la
 finzione
e la
realtà
, una querelle dai molteplici ri-svolti la cui posta in gioco è in fondo la “verità” stessa; il secon-do concerne invece il problema degli “usi politici della finzione”(o più in generale dello spettacolo, della mediatizzazione spetta-colare della realtà), sia che si tratti di denunciarli e di opporvisi,
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sia che si tratti invece di incoraggiarli e di praticarli.
3
Queste due interrogazioni, a prima vista lontane tra loro, po-
Testo preparato per il numero monografico
Contre-fictions politiques
della rivista francese“Multitudes”, 48, 2012.1. Cfr. per esempio i numeri monografici
Nouveaux fascismes? Enquête sur les droites enEurope
, “Vacarme”, 55, 2011, e
Nuovi fascismi?
, “aut aut”, 350, 2011.2. Per la nozione di populismo mediatico, cfr. U.Eco,
 A passo di gambero. Guerre caldee populismo mediatico
, Bompiani, Milano 2006.3.A proposito dell’idea che bisogna strappare alla destra l’uso delle finzioni, dei racconti,al limite dei miti, cfr. Y.Citton,
 Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche
, ÉditionsAmsterdam, Paris 2010.
 
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trebbero al contrario dimostrarsi connesse a un livello più profon-do. Un primo elemento di contatto riguarda il fatto che in entrambii casi – ossia tanto nella dimensione politica quanto in quella “tec-nica” (nel senso di ciò che appartiene alla
techne
in opposizionealla
 physis
: non soloarte e tecnica, ma anche sapere) – è in giocoqualcosa che ha i caratteri del nuovo, o se si preferisce qualcosache si presenta come un processo di “modernizzazione” o di “rifor-ma” dell’esistente. L’altro elemento di contatto è la forte ambiva-lenza che caratterizza queste due interrogazioni. Per quanto ri-guarda la prima, si oscilla tra la constatazione che la democraziasi manifestasempre più spesso come un guscio vuoto, e il rifiutodi utilizzare il termine fascismo per designare ciò che potrebberiempire (o aver già riempito) questo vuoto. È come se fossimovittime di una doppia ingiunzione contraddittoria: da un lato l’ob-bligo di continuare a utilizzare una parola che significa sempre me-no, dall’altroquello di giustificarsi in continuazione per il fatto diutilizzare un termine che potrebbe invece, nonostante tutto, si-gnificare ancora qualcosa. Questa impasse impedisce in definiti-va di far funzionarel’
analogia
con il fascismo storico, al fine di in-dividuare quello che vi è di veramente nuovo e diverso nelle at-tuali forme di ipergoverno delle società democratiche neolibera-li:
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forme la cui portata “modernizzatrice” si manifesta in primoluogo nel fatto che esse sfuggono alla semplice dicotomia tra de-mocrazia e totalitarismo, che hanno una consistenza stranamenteibrida e perciò ancora difficile da afferrare.Un’ambivalenzaanaloga si ritrova nel dibattito tra realtà e fin-zione: se da un lato infatti si continuanoa denunciare gli eccessidella finzione, dall’altro si nota invece un ritorno massiccio allarealtà, come se tutt’a un trattoil mondoavesse scoperto il desi-derio irrefrenabile, l’imperativo inaggirabile del reale.
 5
Anche in
4. Per un uso attivo di questa analogia, cfr. P.Di Vittorio, A.Manna, E.Mastropierro, A.Russo,
 L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo (Letture di: Bataille, Lit-tell e Theweleit, Jackson, Pasolini, Foucault, Deleuze e Guattari, Agamben, Eco, Ballard)
, Edi-zioni Action30, Bari2009(d’ora in poi
UA
). 5.Per la letteratura, D.Shields,
Fame di realtà. Un manifesto
(2010), Fazi, Roma 2010;per l’arte, H.Foster,
 Il ritorno del reale. L’avanguardia alla fine del Novecento
(1996), Post-media, Milano 2006; per la filosofia, Maurizio Ferraris che propone il ritorno a un’“ontolo-
 
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questo caso, la “riforma” tecnica assume l’aspetto di una confu-sione delle frontiere, ed è infatti a livello di una radicale ibrida-zione tra la realtà e la finzione che è legata la possibilità di creare“consenso”, cioè di trovare o di sedurre un “pubblico”, si tratti diarte, di letteratura, di cinema o persino di sapere accademico: ba-sti pensare a quel mélange indiscernibile di realtà e di finzione cheè il
reality show
(
téléréalité 
in francese), termine con il quale sa-rebbe senza dubbio più corretto designare una condizione diffu-sa, generalizzata della
techne
(della cultura) contemporanea, piut-tosto che un semplice format televisivo tra gli altri.Si delinea qui un’altra zona d’intensità nella riflessione attuale,la quale potrebbe anchefunzionare come un ponte tra l’interro-gazione sui nuovi fascismi e quella sulle poste in gioco della fin-zione: si tratta della questione del “populismo”, che scandisce ildibattitocome una nota di basso, e dove spesso le preoccupazio-ni di ordine politico si mescolano con quelle di ordine tecnico otecnologico, senza che sia più possibile distinguere le une dalle al-tre. Non è forse un caso che si ritrovi qui l’ambivalenza al suo mas-simo grado: il discorso antipopulista serve alle classi dirigenti persqualificare o stigmatizzare il “popolo”, cosa che alimenta in sen-so contrario un discorso apologetico nei confronti di tutto ciò chesi presenta come genericamente “popolare”. Questa oscillazionepermanente svia l’attenzione dalla vera sfida contenuta in ciò chesiamo soliti chiamare populismo: vale a dire il processo – che coin-cide in qualche modo con l’intera storia moderna, sebbenenegliultimi decenni abbia assunto proporzioni inaudite – di
 popolariz-zazione
(non solo di immanentizzazione e di democratizzazione,ma anche di volgarizzazione, di banalizzazione)
del potere politi-co
, da cui discendela sua capacità di acquisire maggiore forza di
gia realista” (cfr. per esempio
 Ricostruire la decostruzione
, Bompiani, Milano 2010), o Ro-berto Esposito che collega il successo della filosofia italiana al fatto che essa non avrebbe mairinunciatoa essere una “filosofia del reale”(
Pensiero vivente. Origine e attualità della filoso- fia italiana
, Einaudi, Torino 2010). In tal senso, il recente dibattito che ha visto il “nuovo rea-lismo” propugnato da Ferraris contrapporsi al “pensiero debole” di Gianni Vattimo e PierAldo Rovatti,potrebbe essere considerato come una variante specificamente filosofica di unpiù ampio dibattito internazionale sul rapporto tra realtà e finzione (cfr. P.A. Rovatti,
 Inat-tualità del pensiero debole
, Forum, Udine 2011).

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