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Auto – etero rappresentazione della cultura Bororo e riposizionamentoemotivo della ricerca etnografica
Mato Grosso, Brasile
Riccardo EspositoLo so, forse rischio di attirare su di me l’invidia di qualcuno se dico che la mia prima esperienza etnografica l’ho vissutain Mato Grosso, Brasile, presso un villaggio di indios Bororo. Nella primavera del 2007, infatti, ho superato le selezionidella cattedra di Antropologia Culturale della facoltà di Scienze della Comunicazione (La Sapienza Università di Roma)e, insieme al prof. Massimo Canevacci ed altri nove ragazzi, il 5 dicembre del 2007 sono partito per São Paolo, primatappa della spedizione, come componente del progetto di ricerca ribattezzato in seguito “
 Frammenti etnografici
”. Ilnostro obiettivo era quello di esplorare, nei limiti di un periodo di tempo pari a 5 giorni, le possibili occasioni di auto edetero rappresentazione dei Bororo indios del Mato Grosso centrale con una popolazione stimata di circa 1.000individui (3.000 nel 1960), divisi in otto villaggi e in un’area di circa 350.000 km – del villaggio di Garças, utilizzandouna serie di strumenti (macchine fotografiche, registratori audio, videocamere) per comprendere come queste culture sirelazionano con gli strumenti della comunicazione digitale.La nostra presenza nel villaggio è stata possibile grazie ai contatti che il prof. Canevacci aveva sviluppato nel corsodelle sue precedenti ricerche, in particolar modo quella che gli ha permesso di partecipare ad un funerale Bororo edescriverlo nella sua ultima opera etnografica
 La linea di Polvere: i miei tropici tra mutamento e autorappresentazione
(Meltemi Editore, 2007). Grazie a Sergio, un ragazzo che da diversi anni svolge le sue ricerche di dottorato nell’
aldeia
di Garças proprio sul tema dell’auto rappresentazione, Aivone, un’antropologa che collabora con la missione deiSalesiani di Meruri, e Kleber, il figlio di un capo politico Bororo, abbiamo avuto modo di contrattare il dono da portarea Garças, un generatore di corrente elettrica da 3.500 euro.Diversi mesi prima della data di partenza, oltre a risolvere questa spinosa problematica del generatore, abbiamointrapreso un percorso preparativo e soprattutto autogestito – relativo alla rilettura dei classici dell’antropologia, al perfezionamento della lingua portoghese e all’utilizzo dei diversi strumenti della comunicazione che si sarebberoutilizzati una volta sul campo (macchine fotografiche, registratori audio, videocamere). Infine, con il coordinamento del prof. Canevacci, ci siamo divisi in microgruppi di 2-3 persone specializzati nelle diverse aree di interesse (fotografia,audio, video, scrittura). Nella fattispecie io mi sarei occupato della musica Bororo, interfacciandomi con gli altri ragazziche gestivano le registrazioni audio, anche se, come si evince dal testo che segue, eventi inaspettati e destabilizzantihanno fatto saltare tutte le precedenti schematizzazioni e organizzazioni in gruppi di lavoro, proponendo – almeno per quanto concerne il mio punto di vista – del materiale diverso ma altrettanto ricco e stimolante sul quale imperniare lanostra riflessione etnografica.
11/12/07 - L’arrivo a Garças
Siamo partiti. Ci siamo lasciati São paolo alle nostre spalle. Appena usciti dall’aeroporto di Goiânia, capitale dello stato brasiliano centro-occidentale di Goiás, troviamo l’autista del minivan che ci attende sorridendo. Ci saluta, carica i bagagli e ci invita a salire a bordo: sono le ore 12.45 e alle 20.00 abbiamo appuntamento con Sergio – il dottorandoamico di Massimo già conosciuto a São Paolo – a Barra do Garças. Il viaggio, tra scenari mozzafiato e strade dissestateè durato circa sette ore. Ho impegnato tutto questo tempo a leggere, a riposare, ma soprattutto a riflettere su quello chestavo vivendo. Ero in procinto di trascorrere cinque giorni nell’
aldeia
(villaggio) Bororo di Garças, Mato Grosso, incoincidenza con le fasi conclusive di un funerale, un rituale fondamentale per la cultura Bororo, oggetto di grandiattenzioni da parte di numerosi antropologi (tra i quali ricordiamo Lévi-Strauss) e che consiste fondamentalmente in un
enterro secondario
(Canevacci 2004, 146). Ovvero in una inumazione e in una esumazione. Quando un Bororo muore,il suo cadavere viene seppellito a poche decine di centimetri e ricoperto di terra, foglie
buriti
e
brotos
(gemme) di
babuçu
(piccola palma), nei pressi del
baitemmannageo,
una costruzione che indica il centro geografico, cosmologico esociale dell’intero villaggio. Il tumulo viene irrorato di acqua quotidianamente per favorire la decomposizione delcadavere che, dopo un periodo di tempo relativo (da uno a tre mesi), viene riesumato. A questo punto inizia la faseconclusiva del rituale, che dura tre notti e quattro giorni. Si tolgono con cura i brandelli di carne da ogni osso, grazieanche all'aiuto delle foglie di
buriti
(un
 
 palmizio che cresce nel Brasile centrale) con le quali è composto anche il cestodove si raccolgono tutte le ossa. Il teschio, invece, viene dipinto con l’
urucum
, una pianta dai cui semi si produce unatinta color rosso vivo, e sulla sua superficie liscia vengono collocate piume di
arara
, il pappagallo sacro alla culturaBororo che rappresenta gli spiriti degli antenati, la chiave di volta di una cosmologia ciclica che permette ai Bororo divincere la morte fisica. Come sostiene Robert Hertz, l’ultima parola deve restare alla vita: “
in forme diverse, il defuntouscirà dal mondo angoscioso della morte per rientrare nella pace della comunione umana
” (Hertz 1978, 87; in Fabietti
 
2001, 69). E quindi, solo quando il teschio – il morto – si trasformerà in
totem
– antenato,
arara
– il lutto saràdefinitivamente risolto.Arriviamo a Barra do Garças con un’ora di anticipo rispetto all’appuntamento fissato con Sergio. Approfittiamo dellasua assenza per fare scorta di acqua, giacché durante i cinque giorni di permanenza nel villaggio non avremo altre fontidi sostentamento idrico. L’acqua dell’
aldeia
potrebbe essere nociva per noi. Del cibo non abbiamo bisogno: neavevamo fatto scorta già a São Paolo ed ognuno di noi, negli zaini o nelle borse a tracolla, porta lo stretto necessario per nutrirsi. Personalmente mi sono sbilanciato verso la carne in scatola – delle terribili lattine con sopra un’etichetta biancae rossa –, il tonno senza olio e le gallette. Per la colazione ho acquistato biscotti di vario tipo e delle capsule di miele.Decidiamo di esplorare un po’ la zona in cui ci troviamo. Nella piazza principale di Barra do Garças dei bambini –  probabilmente organizzati da una scuola – si esibiscono in balli e canti, indossando cappelli natalizi. Anche se letemperature sfiorano costantemente i trentacinque gradi, si avvicina il Natale. Un bambino povero ci segue ovunque, nelsupermercato, per strada, vicino al furgone: siamo occidentali, bianchi. A São Paolo questo forse era meno evidente maqui, nel cuore del Brasile, la nostra provenienza sembra scritta nera su bianco. Strana sensazione… non mi era maicapitata.Carichiamo i circa 6-7 litri di acqua a testa sul furgone e sistemiamo i viveri alimentari. Ricontrolliamo, per sicurezza,anche le carte che certificano l’acquisto del generatore elettrico. Nella cultura Bororo, infatti, l’arrivo di uno stranierodev’essere accompagnato da un dono concordato in precedenza: quando Massimo è andato per la prima voltanell’
aldeia
di Garças portò con sé una mucca, mentre nel nostro caso la richiesta si è spostata su un generatore elettricodi grossa portata. Sfortunatamente non siamo stati in grado di portarlo con noi (è un generatore di notevoli dimensioni enecessita di un trasporto particolare) ma abbiamo le fatture dell’avvenuto acquisto e le foto. Finalmente arrivano i nostricontatti a bordo di una jeep completamente coperta di fango. Salutiamo Sergio che subito ci presenta Paulinho, unragazzo Bororo appassionato di tecnologie digitali che, insieme a Sergio, porta avanti il suo progetto di autorappresentazione della sua cultura. Quando me lo presentano come “video maker” penso a tutte le persone che a Roma, prima di partire per il Mato Grosso, mi chiedevano come mi sarei comportato di fronte a cerbottane, gonnellini di paglia, riti di iniziazione stravaganti. Visioni di un presente distorto da un’informazione romanzata e colonialista:Paulinho è un Bororo, ma anche un video maker, e veste con t-shirt e bermuda. Ceniamo abbondantemente e cirimettiamo in viaggio al seguito della jeep verde militare. Dopo un’ora e mezza abbandoniamo la strada asfaltata per immetterci in un sentiero sterrato. Negli ultimi giorni c’erano state abbondanti piogge e la strada era diventata una sortadi pantano rossiccio, ma la cosa che più mi colpisce, guardando fuori dal finestrino, è il buio che circonda la nostravettura. Mai visto un buio così fitto. Sono molto emozionato, cerco di dormire ma non ci riesco.Finalmente arriviamo nell’
aldeia
di Garças, un tempo chiamata
 Jakoréuge E-iào Bororo
(Bordignon 1986, 51). Scendodal minivan quasi in uno stato confusionale. Come mi dovrò comportare? Che cosa dovrò dire? Non importa, penso,ormai sono qui ed è quello che più volevo. Appena metto i piedi a terra, non riconosco altro che le schiene e le teste deimiei compagni di viaggio. Il buio che prima avvolgeva la vettura adesso avvolge noi e i suoni dei mille animali chevivono nel
cerrado
(nome regionale dato alla savana brasiliana) sono talmente forti che quasi mi impediscono di pensare. Ecco finalmente Sergio che, dinanzi alla luce della sua jeep, saluta Josè Carlos Kuguri, il
mestre dos cantos
diGarças. Questa figura rappresenta un vero e proprio archivio dei complessi canti rituali Bororo, ma si distingue dal
 pajé
,l’intermediario tra i Bororo, i vivi, e gli spiriti, i morti. La figura più vicina a quello che possiamo immaginare comesciamano. Solitamente in un’
aldeia
Bororo dovrebbe esserci un
cacique
– il capo politico – e il
 pajé
,. Nel caso in cuinel villaggio non ci sia una persona adatta a tale ruolo – come è accaduto qui a Garças – si contatta quello che abitanell’
aldeia
 più vicina: infatti, a differenza del
cacique
, nessun Bororo può scegliere di fare il
 pajé
di sua volontà, salvoche non sia chiamato dallo spirito. La sua autorità è relativa alla concordanza tra il futuro e le sue precedenti visioni,all’accompagnare il morto durante il suo funerale, e soprattutto alla cura dei rapporti tra i vivi e i morti attraversando ilregno spirituale per salvare – anche a costo della sua – la vita del singolo e dell’intera comunità dal concetto stesso dimorte.Altri uomini affianco a noi ci porgono il loro saluto. Frastornato, ricambio con gentilezza anche se non riesco a metterea fuoco i loro visi. Sergio parla con alcuni Bororo e indica la fattura del generatore. La illumina con una grande torcia ene spiega tutti i dettagli. Si sentono voci di approvazione. Poi Josè Carlos ci invita presso la sua
maloca
, la sua capanna,e alcune donne preparano delle stuoie per farci sedere. Ci sistemiamo a terra, raggruppati, con le gambe incrociate.Intravedo all’interno dell’abitazione un
 pariko
appeso al muro, il classico diadema Bororo costruito con piume di
arara
(uccello sacro) che, nei suoi colori, rispecchia l’appartenenza a un determinato clan. Josè Carlos prende i
bapo
(lemaracas) e inizia a cantare. È l’
awanaregge
, ci dicono, il canto di benvenuto per chi viene da lontano. Nel buio delMato Grosso sentiamo solo il suono circolare ed ipnotico delle cucurbitacee e la voce profonda di Josè Carlos che si prolunga, si smorza, quasi si rompe, ma che ricomincia sempre in un continuo assolo vocale. Lui è il maestro dei cantidi quest’
aldeia
. Quante volte Massimo ci ha fatto sentire le registrazioni dei canti Bororo a lezione? Tante, ma ora sonoqui e ascolto. Fagocito con le orecchie. Mi balza alla mente Walter Benjamin e l’aura dell’opera d’arte che si perde
 
nella riproduzione tecnica. Difficile da spiegare: già dalle registrazioni sentivo la forza e la profondità della voce di JosèCarlos, ma ascoltarla a un metro di distanza,
hic et nunc
, è molto diverso. Fa quasi paura.Dopo un quarto d’ora il
mestre
si avvicina e a ognuno di noi tocca con i due pollici prima la fronte, il capo e il collo, einfine soffia sui nostri capelli. Un gesto che permette a “coloro che vengono da aldeie lontane” (così ci ha definito) diabbandonare la stanchezza del viaggio. Probabilmente è solo suggestione ma funziona. Nel rialzarci da terra notiamocon stupore che in tutto ciò anche l’autista del nostro minivan aveva partecipato, emozionatissimo, a questo rituale di benvenuto. Lo salutiamo e insieme a Sergio e Josè Carlos ci avviciniamo al nostro alloggio. Sembra un normale prefabbricato, con tre stanze un bagno e addirittura un letto (senza materasso però). Manca energia elettrica e acquacorrente, di conseguenza il bagno è inutilizzabile. Queste cose, però, già le sapevamo. Torce alla mano, sistemiamo isacchi a pelo, le provviste, i bagagli e torniamo sul cortile della nostra abitazione. Riusciamo a distinguere ben poco diquello che c’è fuori, nel
cerrado
. Mi ripeto: quello del Mato Grosso è un buio che non ho mai visto in vita mia, profondo, ricco di suoni estranei ma graffiato dalle scie delle lucciole. Salutiamo Sergio che domani tornerà a São Paolo(ritornerà a Garças tra un paio di giorni) e scambio qualche opinione con i miei compagni di viaggio, per poi stendermisul sacco a pelo. È quasi l’una di notte ed è stata una giornata molto dura. Ho bisogno di riposare.
12/12/07 - Primo giorno
Mi sveglio alle sette del mattino, quando tutti gli altri dormono ancora. Voglio togliermi dal pavimento: ho dormitomale e mi sento la schiena a pezzi. Ci avevano avvistato delle terribili zanzare che infestano la zona del Mato Grosso,così la mia prima notte l’ho passata nel sacco a pelo – a terra, completamente vestito – coperto di autan blu e unazanzariera di plastica. Troppe precauzioni, ho sofferto un caldo infernale. Fortunatamente, però, nessuna puntura dizanzara. Quando esco dal mio alloggio, mi ritrovo uno scenario che non ero stato in grado di percepire di notte. Lanostra abitazione, un prefabbricato che inizialmente doveva servire da ambulatorio ma che poi non è stato mai utilizzato(immagine 1), è posizionata a circa 20 metri dal centro del villaggio, leggermente distaccata dal resto delle abitazioni. Noto che oltre alle tre porte relative ai nostri alloggi ce n’è una quarta, leggermente più piccola, chiusa a chiave. A circaventi metri dall’ingresso ci sono due strutture – una vecchia capanna semidistrutta e una struttura prefabbricata chefunge da scuola – e un grande albero di mango: l’intera
aldeia
ne è circondata in quanto, oltre a fornire di ottimi frutti, proteggono il villaggio dai fuochi che gli Xavante – popolazione indios limitrofa ai Bororo, considerati da quest’ultimicome
kaiamo
, nemici (Canevacci 2007, 109) – appiccano durante le loro battute di caccia. Nella veranda, invece, proprio sopra le nostre teste, c’è un piccolo alveare. Leggermente intimorito da questa scoperta, faccio colazione condei biscotti al cioccolato e un succo di frutta liofilizzato, mentre aspetto il risveglio dei miei compagni di viaggio.Quando siamo ormai tutti operativi si avvicina Josè Carlos che ci saluta affettuosamente e lentamente. Ripete i nomi diognuno, prolungando l’ultima vocale. Inizia a parlare con Massimo: il rapporto tra i due è molto stretto, dato cheMassimo era già stato ospite dell’
aldeia
di Garças proprio durante il funerale della moglie di Josè Carlos. Ciincamminiamo, sotto invito di Josè Carlos, verso il villaggio.
Illustrazione 1: Il nostro alloggio
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