2001, 69). E quindi, solo quando il teschio – il morto – si trasformerà in
totem
– antenato,
arara
– il lutto saràdefinitivamente risolto.Arriviamo a Barra do Garças con un’ora di anticipo rispetto all’appuntamento fissato con Sergio. Approfittiamo dellasua assenza per fare scorta di acqua, giacché durante i cinque giorni di permanenza nel villaggio non avremo altre fontidi sostentamento idrico. L’acqua dell’
aldeia
potrebbe essere nociva per noi. Del cibo non abbiamo bisogno: neavevamo fatto scorta già a São Paolo ed ognuno di noi, negli zaini o nelle borse a tracolla, porta lo stretto necessario per nutrirsi. Personalmente mi sono sbilanciato verso la carne in scatola – delle terribili lattine con sopra un’etichetta biancae rossa –, il tonno senza olio e le gallette. Per la colazione ho acquistato biscotti di vario tipo e delle capsule di miele.Decidiamo di esplorare un po’ la zona in cui ci troviamo. Nella piazza principale di Barra do Garças dei bambini – probabilmente organizzati da una scuola – si esibiscono in balli e canti, indossando cappelli natalizi. Anche se letemperature sfiorano costantemente i trentacinque gradi, si avvicina il Natale. Un bambino povero ci segue ovunque, nelsupermercato, per strada, vicino al furgone: siamo occidentali, bianchi. A São Paolo questo forse era meno evidente maqui, nel cuore del Brasile, la nostra provenienza sembra scritta nera su bianco. Strana sensazione… non mi era maicapitata.Carichiamo i circa 6-7 litri di acqua a testa sul furgone e sistemiamo i viveri alimentari. Ricontrolliamo, per sicurezza,anche le carte che certificano l’acquisto del generatore elettrico. Nella cultura Bororo, infatti, l’arrivo di uno stranierodev’essere accompagnato da un dono concordato in precedenza: quando Massimo è andato per la prima voltanell’
aldeia
di Garças portò con sé una mucca, mentre nel nostro caso la richiesta si è spostata su un generatore elettricodi grossa portata. Sfortunatamente non siamo stati in grado di portarlo con noi (è un generatore di notevoli dimensioni enecessita di un trasporto particolare) ma abbiamo le fatture dell’avvenuto acquisto e le foto. Finalmente arrivano i nostricontatti a bordo di una jeep completamente coperta di fango. Salutiamo Sergio che subito ci presenta Paulinho, unragazzo Bororo appassionato di tecnologie digitali che, insieme a Sergio, porta avanti il suo progetto di autorappresentazione della sua cultura. Quando me lo presentano come “video maker” penso a tutte le persone che a Roma, prima di partire per il Mato Grosso, mi chiedevano come mi sarei comportato di fronte a cerbottane, gonnellini di paglia, riti di iniziazione stravaganti. Visioni di un presente distorto da un’informazione romanzata e colonialista:Paulinho è un Bororo, ma anche un video maker, e veste con t-shirt e bermuda. Ceniamo abbondantemente e cirimettiamo in viaggio al seguito della jeep verde militare. Dopo un’ora e mezza abbandoniamo la strada asfaltata per immetterci in un sentiero sterrato. Negli ultimi giorni c’erano state abbondanti piogge e la strada era diventata una sortadi pantano rossiccio, ma la cosa che più mi colpisce, guardando fuori dal finestrino, è il buio che circonda la nostravettura. Mai visto un buio così fitto. Sono molto emozionato, cerco di dormire ma non ci riesco.Finalmente arriviamo nell’
aldeia
di Garças, un tempo chiamata
Jakoréuge E-iào Bororo
(Bordignon 1986, 51). Scendodal minivan quasi in uno stato confusionale. Come mi dovrò comportare? Che cosa dovrò dire? Non importa, penso,ormai sono qui ed è quello che più volevo. Appena metto i piedi a terra, non riconosco altro che le schiene e le teste deimiei compagni di viaggio. Il buio che prima avvolgeva la vettura adesso avvolge noi e i suoni dei mille animali chevivono nel
cerrado
(nome regionale dato alla savana brasiliana) sono talmente forti che quasi mi impediscono di pensare. Ecco finalmente Sergio che, dinanzi alla luce della sua jeep, saluta Josè Carlos Kuguri, il
mestre dos cantos
diGarças. Questa figura rappresenta un vero e proprio archivio dei complessi canti rituali Bororo, ma si distingue dal
pajé
,l’intermediario tra i Bororo, i vivi, e gli spiriti, i morti. La figura più vicina a quello che possiamo immaginare comesciamano. Solitamente in un’
aldeia
Bororo dovrebbe esserci un
cacique
– il capo politico – e il
pajé
,. Nel caso in cuinel villaggio non ci sia una persona adatta a tale ruolo – come è accaduto qui a Garças – si contatta quello che abitanell’
aldeia
più vicina: infatti, a differenza del
cacique
, nessun Bororo può scegliere di fare il
pajé
di sua volontà, salvoche non sia chiamato dallo spirito. La sua autorità è relativa alla concordanza tra il futuro e le sue precedenti visioni,all’accompagnare il morto durante il suo funerale, e soprattutto alla cura dei rapporti tra i vivi e i morti attraversando ilregno spirituale per salvare – anche a costo della sua – la vita del singolo e dell’intera comunità dal concetto stesso dimorte.Altri uomini affianco a noi ci porgono il loro saluto. Frastornato, ricambio con gentilezza anche se non riesco a metterea fuoco i loro visi. Sergio parla con alcuni Bororo e indica la fattura del generatore. La illumina con una grande torcia ene spiega tutti i dettagli. Si sentono voci di approvazione. Poi Josè Carlos ci invita presso la sua
maloca
, la sua capanna,e alcune donne preparano delle stuoie per farci sedere. Ci sistemiamo a terra, raggruppati, con le gambe incrociate.Intravedo all’interno dell’abitazione un
pariko
appeso al muro, il classico diadema Bororo costruito con piume di
arara
(uccello sacro) che, nei suoi colori, rispecchia l’appartenenza a un determinato clan. Josè Carlos prende i
bapo
(lemaracas) e inizia a cantare. È l’
awanaregge
, ci dicono, il canto di benvenuto per chi viene da lontano. Nel buio delMato Grosso sentiamo solo il suono circolare ed ipnotico delle cucurbitacee e la voce profonda di Josè Carlos che si prolunga, si smorza, quasi si rompe, ma che ricomincia sempre in un continuo assolo vocale. Lui è il maestro dei cantidi quest’
aldeia
. Quante volte Massimo ci ha fatto sentire le registrazioni dei canti Bororo a lezione? Tante, ma ora sonoqui e ascolto. Fagocito con le orecchie. Mi balza alla mente Walter Benjamin e l’aura dell’opera d’arte che si perde
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