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Stranieri e illegalità nell’Italia criminogenadi Vincenzo Ruggiero *
Nella letteratura accademica su migrazione e criminalità, prodotta a ritmi sempre piùelevati, spicca l’assenza di riferimento a una tradizione argomentativa e di ricerca chepotrebbe capovolgere, almeno in Italia, i termini del dibattito. Penso al lavoro di Sutherland(1924), il quale rifiuta l’associazione automatica immigrazione-criminalità, osservando che,al massimo, la criminalità degli immigrati aumenta con la loro crescente integrazione neltessuto sociale dei paesi ospiti. Il processo da lui definito di ‘acculturazione’ fa in modo chegli immigrati di seconda generazione siano maggiormente coinvolti in attiviillecite diquanto lo siano quelli di prima generazione, lasciando per altro osservare carriere criminalitra soggetti immigrati che nel paese di origine avevano poca dimestichezza con l’illegalità.In breve, Sutherland nega validità al nesso immigrati-crimine, e capovolgendolo, suggeriscepiuttosto che l’acculturazione dei migranti nel sistema ospite espone costoro a rischicrescenti di coinvolgimento nell’illecito. Chi ha seguito questa traccia argomentativa e diricerca, recentemente, ha fatto notare ad esempio che gli immigrati di origine ispanicaresidenti da 16 anni negli Stati Uniti hanno probabilità tre volte superiori, rispetto a chi dianaloga origine vi risiede da 5, di subire una condanna custodiale (Rumbaut e Ewing, 2007).Un articolo apparso nel New York Times ha suscitato sconcerto quando, analogamente, edopo elaborazione dei dati disponibili, ha concluso che il declino generale dei reati negli StatiUniti a partire dei primi anni ‘90 si deve in parte all’intensificarsi dei flussi migratori(Sampson, 2006). Infine, lo stesso declino dei reati di violenza, secondo alcuni studiosi, sideve all’arrivo negli Stati Uniti di persone pacifiche, dedite al lavoro e alla famiglia, chestatisticamente contribuiscono a temperare l’incidenza di questi tipi di reati sulla massadegli atti criminosi commessi (Lee e Martinez , 2000; Martinez, 2006; Hagan e Phillips,2008).Nell’affrontare il fenomeno della criminalidei migranti in Italia, mi ripropongo di farriferimento a questo quadro argomentativo e ai relativi risultati di ricerca. Ma prima diverificare in quale misura un simile quadro possa essere di aiuto per l’analisi dellacriminalità degli stranieri in Italia, vorrei brevemente esaminare il contesto economico nelquale gli stranieri medesimi trovano ospitalità da noi.
Lavoro senza lavoratori
L’Italia ha bisogno del lavoro dei migranti; il suo problema, mi pare, è liberarsi dei lavoratorimigranti. Questo paradosso viene perseguito attraverso la riduzione delle loro aspettative el’incoraggiamento a rendersi invisibili. Vediamo come queste due ingiunzioni si intreccianotra loro (Ruggiero, 2000).Nel periodo dell’ultimo dopoguerra, la ricostruzione dell’economia richiedeva lavoro nonprofessionale, in particolar modo nella produzione di massa dei beni durevoli, ma anche neisettori delle costruzioni e dei servizi. Mentre la prospettiva di un lavoro attirava le masse dalSud al Nord del paese, una serie di servizi essenziali e alcune forme minime di diritti socialifacevano in modo che i nuovi arrivati si insediassero in permanenza. Vi era un prezzo dapagare per la mobilità del lavoro: ai migranti andavano offerte delle tutele elementari, intermini occupazionali e assistenziali. Nel periodo attuale, con la domanda crescente di lavoroflessibile e occasionale, l’Italia (come altri paesi europei) tenta di ridurre, o eliminaretotalmente, i costi sociali del lavoro. In molti contesti, ad esempio, i migranti più o menostabili vengono sostituiti dai nuovi arrivati, mobili e sradicati, più idonei al tipo di produzioneprevalente. L’economia, così, si assicura i benefici del lavoro senza doverne pagare i costisociali, in termini di formazione, assistenza, e in generale di riproduzione.In breve, i paesi cosiddetti avanzati, mentre diventano meno attraenti per il lavoromigrante, mettono a punto meccanismi selettivi per cui soltanto chi è disposto ad accettarele peggiori condizioni viene ammesso nei loro territori. Questo abbassamento delle
 
aspettative è, a sua volta, il risultato della crescente polarizzazione dell’economia mondiale,un divario che va forse letto come manifestazione di una ‘minore preferibilità globale’,secondo cui maggiore la povertà dei paesi, minori le aspettative di coloro che liabbandonano emigrando. Emigrare, allora, diventa una forma di resistenza individuale,adottata da coloro che sono disposti a rinunciare a una serie di diritti goduti dai migranti cheli hanno preceduti. Tra questi diritti, vi è quello di spostarsi liberamente da un paeseall’altro, diritto invece pienamente goduto da ogni tipo di merce.Va notato che la selezione del lavoro migrante si compie anche attraverso l’imposizione diun contributo monetario, una somma di danaro in cambio del privilegio di migrare. Miriferisco al prosperare delle modalità illecite di trasferimento del lavoro, per cui non sono ipaesi sviluppati ma i migranti stessi a pagare i costi della loro mobilità, mostrando così inanticipo le pretese modeste che accamperanno una volta divenuti lavoratori ospiti. Il trafficodi esseri umani verso l’Italia descrive non solo metaforicamente la condizione di invisibilitàche molti migranti sono costretti ad accettare. E’ questo anche l’unico caso nel quale il costodel trasferimento di una merce (il lavoro) non ricade sul produttore o sul consumatore, masulla merce medesima.Accettare il proprio status di illegalità nel paese di destinazione è un criterio non scritto checonsente la selezione dei lavoratori migranti più disperati, segnatamente quei lavoratori chesono disposti a ‘scomparire’. In questo senso si può sostenere che rafforzando il controlloalle frontiere non si produce una riduzione dei flussi migratori, ma si aumentano i costieconomici e umani della migrazione. Si veda di nuovo l’esempio degli Stati Uniti, dove nelcorso degli anni ’90 il controllo sempre più severo del confine Sud ha avuto l’effetto dispostare i flussi verso aree di confine più remote, impervie e pericolose, aumentando deltriplo la probabilità di morte per chi intende oltrepassarle (Massey, 2005). Similmente, siconsideri il rischio fatale per chi intende raggiungere l’Italia illegalmente, la probabilità dimorte aggiungendosi al costo di ingresso in un mercato del lavoro che attrae e respingesimultaneamente. Sia nel caso statunitense che in quello italiano, va aggiunto, la crescenteseverità dei controlli produce effetti contrari a quelli desiderati: se i migranti benvenuti sonoquelli stagionali, che si ritirano senza pretese non appena inoccupabili, quelli che riuscirannoa entrare, visti i costi pagati, saranno propensi a rimanere.Nascondersi o scomparire, in Italia, vuol dire cercare occupazione nelle economie e neimercati irregolari, dove si producono e distribuiscono beni, o si erogano servizi,indipendentemente dalla loro designazione ufficiale come legali o illegali. L’economianascosta e quella criminale, infatti, sono spesso adiacenti, e finiscono per condividere siaalcuni degli imprenditori che alcuni settori della forza-lavoro. In questa zona occupazionalegrigia, lavoro precario e attività furtive di varia natura si intrecciano, rendendo incerti nonsolo i confini tra occupazione e disoccupazione, ma anche quelli tra legalità e illegalità.Potremmo trarre delle prime conclusioni da quanto detto. Le legislazioni particolarmenterestrittive in tema di migrazione producono effetti considerevoli, razionalmente perseguiti omeno, sulle aspettative dei migranti che, a dispetto di ogni ostacolo, riescono a giungerealla destinazione desiderata. Si tratta di legislazioni che definiscono i migranti come nemici(Caputo, 2007) e che costringono alla clandestinità mentre forgiano dei gruppi discriminati,non solo economicamente e socialmente, ma anche giuridicamente: i migranti non hanno ‘diritto ad avere diritti’ (Ferrajoli, 2007: 353). Lo stesso atto di migrare si accompagna a unprocesso di svalutazione culturale e materiale che, producendo una sensibile limitazionedelle aspettative, rende disponibili a lavori usuranti, insicuri, mal retribuiti e a volte illegali.L’economia parallela, che in Italia possiede dimensioni senza eguali in Europa, si presentacome candidata ideale ad occupare simili lavoratori. In un circolo vizioso, in questo modo,prendeforma la convinzione ideologica secondo cui, quanto più sono obbligati adaccettare lavori che ne svalutano la posizione sociale, tanto più i migranti verranno percepiticome individui di scarso valore.Il rapporto tra economia sommersa e migrazione è anche tra le preoccupazioni di altristudiosi, che vedono nelle situazioni lavorative ai limiti della legalità altrettanti collettori diun ‘esercito post-industriale di riserva’, estremamente adattabile, disposto a interpretare
 
anche le condizioni occupazionali di maggior degrado come occasioni di promozione sociale.In una lettura delle dinamiche migratorie esclusivamente centrata sulla domanda, si puòvedere ‘nella pressione migratoria e nella stessa ampia partecipazione degli immigratiall’economia sommersa una riprova dell’entità dei fabbisogni di manodopera e persino delcarattere restrittivo delle politiche d’ammissione(Cesareo, 2008: 23). L’enfasi sulladomanda di lavoro avvantaggia principalmente gli imprenditori, i quali scaricano volentierisulla società e sugli apparati statali i problemi che insorgono quando i lavoratori assunti,improvvisamente, non vengono più ritenuti necessari. L’impresa irresponsabile,caratteristicamente, mira alla polarizzazione estrema dei costi e dei benefici: le tensionisociali prodotte dal licenziamento di chi non è più desiderato verranno affrontate dallo stato,al quale si richiede forza per gli altri e debolezza per sé. Liberalizzare la circolazione dellavoro senza contrastare l’economia sommersa, viene detto, è una scelta ‘economicamentemiope e socialmente imprudente’ (ibid: 23). Aggiungerei che è anche una manifestazione diconnivenza nei confronti dei mercati illeciti che attraggono quei lavoratori periodicamenteritenuti ridondanti. ‘Sono le stesse agenzie internazionali ad ammettere l’eccesso di potere che, in virtùdell’egemonia esercitata dai principi economicisti, viene lasciato al sistema delleimprese (o più precisamente ai datori di lavoro) di decidere chi e a quali condizionipuò varcare i confini nazionali, fino a esautorare i governi da questa fondamentaleprerogativa della loro sovranità.... Si tratta di un potere che scarica sulla società dioggi e di domani i costi degli “scarti” umani ritenuti improduttivi’ (ibid: 24).Questi ‘scarti’ umani improduttivi, a ben vedere, una volta abbandonati dall’economiasommersa, semi-lecita, potrebbero trovare occupazione nell’economia apertamente illecita,che si profila così come una sorta di cassa integrazione temporanea in attesa che ladomanda di lavoro nella prima torni a farsi vivace. Come si vedrà tra breve, gli immigratiirregolari sono statisticamente più coinvolti nell’economia criminale, ma il loro status diirregolarità, a ben riflettere, li rende anche particolarmente benvenuti nell’economiasommersa, dove costituiscono forza lavoro a buon mercato. In una simile situazione vi è dachiedersi se le campagne di sicurezza che prendono di mira gli irregolari non vadanopiuttosto rivolte a chi ne sfrutta il lavoro. Né appare vantaggioso rafforzare il sistema deicontrolli sulle imprese, sistema tradizionalmente debole in Italia, ma ancor più debole oggiin settori come le costruzioni e il lavoro domestico, dove non a caso si osserva un’elevatapresenza di immigrati irregolari. Infine, la stessa economia sommersa sembra la primabeneficiaria di quell’anomalia tutta italiana secondo cui solo l’1% di coloro che vengonocolpiti dall’ordine di un Questore di lasciare il paese ottemperano all’ingiunzione e meno del4% degli inottemperanti viene arrestato (Sciortino, 2008).
Immigrati come rei e vittime
In Italia, come altrove, l’economia parallela e quella criminale condividono una serie dicaratteristiche, tra cui la precarietà della forza lavoro, il rischio per la salute e la vita di chivi è occupato, lo status clandestino dello stesso rapporto di lavoro, il disprezzo per lenorme, il risentimento verso lo stato, e il rifiuto degli obblighi fiscali. In altre parole, chilavora nell’economia parallela viene sottoposto a un implicito apprendistato di illegalità chepuò facilitare o accelerare la scelta criminale. Questa scelta può anche derivaredall’inadeguatezza della stessa economia sommersa, che non garantisce il tenore di vitaillusoriamente perseguito da chi vi è occupato (Sbraccia, 2007). Per i migranti, come peraltri gruppi esclusi, la scelta criminale comporta, insomma, costi piuttosto limitati: percepiticome extra-legali a priori, deprezzati dall’ostilie dai pregiudizi, svalorizzati dallalegislazione, i migranti che compiono scelte devianti o criminali non fanno altro chepermettere alle profezie dell’esclusione e del pregiudizio di auto-compiersi.Secondo l’ipotesi fin qui suggerita, il rapporto migranti-illegalità, in Italia, si nutre perciò dicondizioni di illegalità pregresse che caratterizzano l’impresa e il mercato del lavoro in alcunisettori dell’economia. Questa ipotesi si avvicina molto alla nozione di Sutherland secondo cuila criminalità dei migranti si deve alla loro ‘integrazione’ nel sistema sociale del paese
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