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Gatti 2013 Battaglia Di Algeri

Gatti 2013 Battaglia Di Algeri

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Published by Virgilio_Ilari
Marcello Gatti, author of photography in the movie The Battle of Algiers (1966), talks about his experience with Gillo Pontecorvo and Yacef Saadi
Marcello Gatti, author of photography in the movie The Battle of Algiers (1966), talks about his experience with Gillo Pontecorvo and Yacef Saadi

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Categories:Topics, Art & Design
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1
 
La
 Battaglia di Algeri 
Com’è nata 
quella
fotografia 
di Marcello Gatti
© Società Italiana di Storia Militare
Com’è nata
quella
fotografia
La fotografia del film che mi ha dato più riconoscimenti “La battaglia d’Algeri” (1966), nasce, da esperienze tecniche efotografiche diverse, maturate in precedenza con molti altriregisti. Ho iniziato ad occuparmi e ad amare la fotografiacinematografica molto giovane, a sedici anni nel 1940, neglistabilimenti di
Cinecittà
, nel reparto direttori della fotografia,all’epoca
operatori 
, ho respirato il clima della guerra e poi quellodel grande cinema italiano del dopoguerra. I primi frutti di questalenta maturazione avvennero in me solo nel 1960 quando vinsi ilmio primo
 Nastro d’argento
per la fotografia per undocumentario sulla deportazione degli ebrei romani del ghetto,“16 ottobre ’43” (1960) diretto da Ansano Giannarelli. E’ da lì chenasce la mia tecnica di ripresa cinematografica, che consiste neltrattare la pellicola in sovraesposizione. Negli anni la tecnica sievolve, ma continua su questo stesso binario: crudo, realistico,
granoso
, come quei cinegiornali, che hanno il sapore della realtà,della vita reale o di quelle guerre che sono ancora vicine a noi.Continuai ad usare lo stesso sistema di fotografia per il film “Leitaliane e l’amore” (1961), nell’episodio ‘Lo sfregio’ diretto daPiero Nelli, per “Un giorno da Leoni” (1961) di Nanni Loy, poiancora, per il film che i distributori francesi titolarono,
 La bataillede Naples
, “Le Quattro giornate di Napoli”, diretto sempre daNanni Loy nel 1961. Le Quattro giornate fu un successo, ebbe unadistribuzione internazionale curata dalla
 Metro Goldwing Mayer
 e circolò nelle sale di tutto il mondo, comprese quelle algerine in versione francese, il mio nome cominciò a girare anche ad Algeri.
 
2
 Nel 1961, Nanni, amico e uomo colto, che conosceva le miecaratteristiche fotografiche fece del tutto per affinarle. Un meseprima delle riprese del film, mi organizzò date e appuntamenti perandare a Parigi all’agenzia
 Magnum
per studiare le fotodocumentaristiche di Robert Capa, autore di fotografie iconichedella guerra. Immagini imitate negli anni e molto innovative,granose e nitide nello stesso tempo. Robert Capa fondò in seguitola
 Magnum
con Henri Cartier-Bresson, David Seymour e GisèleFreund. Morì a quarantun anni durante un reportage in Indocina,in rivolta contro il dominio coloniale francese.
 
3
 Quello che segue è tratto da un mio diario dell’epoca.
 L’influenza fotografica di Robert Capa
Sono a Parigi, piove, e qui all’aeroporto faccio fatica a farmi capire. Ilmio francese è minimo, con il bagaglio in mano e l’impermeabile appenacomprato da
Cenci 
sembro un turista. Le marche dei taxi sono tutteuguali:
Citroën
o
 Renault 
, vederle in fila tutte uguali mi da una stranasensazione. Ho deciso di non passare in albergo, ma andare direttamenteall’agenzia parigina della
 Magnum
, e vedere gli originali di Robert Capanon so ancora che effetto mi faranno, ho chiamato gli uffici da Romaprima di partire. Gli ho pregati di farmi visionare le famose foto di Capadell’entrata a Napoli dei soldati americani. Tutto risolto telefonicamente,ora mi aspettano. Il desiderio di vedere quelle stampe mosse e allo stessotempo nitide, mi emoziona, è quello che ho sempre cercato nel miolavoro la fissità della fotografia e il movimento della realtà. Una realtà lamia, fotografata con i guantoni da boxe.Il taxi si ferma sotto gli uffici sono emozionato ma non ho più scusedevo salire e presentarmi, ho preparato anche un piccolo discorso “Jesuis un operateur italien...”. Mi apre la porta la segretaria dietro di leiCornell Capa un signore giovane distinto ma già con molti capelli bianchi, non sembra un fotografo ma uno scrittore impegnato un po’ombroso. Capisce quasi subito con un occhiata e un sorriso che sonol’ospite italiano venuto da Roma a vedere le foto del fratello. Mi presentoci stringiamo le mani e lo seguo in un lungo corridoio. Dovunque vedoscatole giallo-arancio, marchiate
 Kodak
contenenti stampe. Continua aparlare e io capisco poco, arriviamo. Le foto di Napoli sono pronte in unoscaffale e sono subito a mia disposizione sopra un lungo tavolo in legno

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