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Un violento a cui è stata usata misericordia.La personalità di Paolo di Tarso e la nostra vita di oggi 
Se volessi questa sera esporre a voi la dottrina di Paolo, il suo pensiero, occorrerebbero molteore. Voglio fare qui una cosa più modesta, ma per me ancora più importante: mettere in voi ildesiderio di incontrare san Paolo, almeno quello che compare tante volte nella liturgia delladomenica. Voglio presentarvi, cioè, gli aspetti per me più impressionanti della sua personalità.Non troverete perciò nelle mie parole tanti temi fondamentali della sua teologia. Chiedo scusasin da ora. Desidero piuttosto, come un pittore, raffigurare ai vostri occhi il volto diquest’uomo.Cominciamo con le parole di una lettera scritta a san Paolo:«A stento tutte le generazioni umane basteranno per venire ammaestrate dai tuoi scritti edessere così condotte alla loro piena realizzazione». Chi scrive in questo modo è Seneca.L’epistolario, ritenuto apocrifo dai più, mentre altri studiosi, tra cui Marta Sordi, ritengonopossibile l’autenticità di qualche lettera, ci rivela comunque quale fosse il posto di Paolo neiprimi secoli della nostra era (al massimo infatti queste lettere sono del IV sec. d.C.).Il persecutorePaolo di Tarso è senza alcun dubbio una delle figure più grandi di tutta la storia dell’umanità. Ècome se in lui convivessero molte personalità, fuse da una considerazione assolutamenteunitaria degli scopi della propria esistenza, che a mano a mano andavano mutando ed insiemeapprofondendosi. Parleremo innanzitutto della sua forza e poi della sua dolcezza.Possiamo essere impressionati dalla violenza e dalla forza con cui egli, divenuto discepolo findalla più tenera età di uno dei massimi maestri del giudaismo, Gamaliele, si dedicasse allaricerca e alla denuncia dei cristiani, intuiti giustamente da lui come una pericolosa eresiagiudaica, che nascondeva all’interno una forza misteriosa tale da esigere una altrettantovigorosa reazione. È lui che descrive se stesso e questa sua energia: Io ero stato unbestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia (1Tm 1,13).Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù ilNazareno, [...] molti dei fedeli li rinchiusi in prigione [...] cercavo di costringerli con le torture abestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere(Atti 26, 9-11). Infine, con estrema sintesi, in una sua lettera scrive: Ho perseguitato la Chiesadi Dio (1Cor 15,9).La rivelazioneDopo la lapidazione di Stefano, a cui Paolo assistette e a cui diede il suo voto (cfr. At 7,57-8,1),inizia in lui un sommovimento interiore, opera certamente dello Spirito. L’Holzner scrive: «Neisuoi ricordi la scena della lapidazione di Stefano ritorna a più riprese (At 22,20 e 26,10; Gal1,23; 1Cor 15,9). Saulo non dimenticò mai più quel giorno. Lo struggerà il ricordo per tutti igiorni della sua vita». Sant’Agostino annota: «Se non ci fosse stata la preghiera di Stefano, laChiesa non avrebbe avuto Paolo». Inizia così un lungo cammino che lo porterà lentamente adaprirsi ad un giudizio profondamente nuovo sulla sua vita passata. Scoprirà che il fanatismocon cui serviva la legge non era altro che una volontà titanica di chiudere gli occhi di fronteall’impossibilità di salvarsi con le proprie forze. Fu la scoperta che egli non riusciva a servirecome avrebbe voluto la legge, quella legge a cui egli voleva dedicare tutta la vita e che era Diostesso. La scoperta che il peccato dominava la sua esistenza. Non si trattava, dunque, dinegare la legge, ma di trovare la strada per viverla, quella strada che non poteva essereindividuata nella sola volontà dell’uomo.Il dissidio nella sua personalità«L’intimo dissidio tra la volontà e l’attuazione lo torturava». Paolo da solo non sarebbe riuscitoa dare una risposta, sarebbe probabilmente caduto in una terribile depressione tipica di queglispiriti totalitari qual era lui. Viveva una irrequietezza interiore che aveva bisogno di amoriestremi e definitivi. Da questo angosciante dissidio tra il senso acutissimo del proprio male e ilsenso altissimo della propria personalità, essendo impossibile per lui ogni ipocrita conciliazione,lo salvò Gesù.
 
L’esperienza della graziaNell’impotenza radicale dell’uomo l’esperienza della grazia fu il pilastro decisivo su cui si costruìtutta la personalità e l’esperienza di Paolo. Questa parola, “grazia”, è stata talmente usata edabusata da aver perso ormai agli occhi di tutti la potenza del suo valore originario. La graziainfatti per Paolo indica innanzitutto e soprattutto, e potremmo dire in un certo sensoesclusivamente, la persona di Gesù. Egli scrive significativamente: La grazia del Signore nostroGesù Cristo sia con voi (Rm 16,20; 1 Cor 16,23; 2Cor 13,13; Gal 6,18; Fil 4,23; 1Ts 5,28; 2Ts3,18; Fm 1,25). È proprio la persona di Gesù a meritare questo nome: È apparsa infatti lagrazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11). Si tratta sempre di ungenitivo dichiarativo, epesegetico: la grazia di Cristo, la Grazia che è Cristo.Tocchiamo qui, fra l’altro, uno dei punti più significativi dell’insegnamento di don Giussani. Nonè un caso che egli abbia lungo tutta la sua vita così potentemente privilegiato, assieme alvangelo di Giovanni, le lettere di san Paolo. Per Giussani la grazia, che è la vita stessa di Dio, sicomunica a noi attraverso la forma di un incontro: «L’avvenimento cristiano ha la forma di unincontro: un incontro umano nella realtà banale di tutti i giorni. Un incontro umano per cuiColui che si chiama Gesù, quell’uomo nato a Betlemme in un preciso momento del tempo, sirivela significativo per il cuore della nostra vita».Per Paolo questo incontro accadde sulla strada che collegava Gerusalemme a Damasco.Impregnati come siamo, e giustamente, dalle pitture di Michelangelo e Caravaggio,immaginiamo Paolo che corre a cavallo e cade, abbagliato da una luce. Niente di tutto ciòtroviamo nelle lettere e neppure negli Atti degli apostoli.Paolo non usa mai la parola conversione. Parla invece di rivelazione e più ancora di vocazione.Egli vive l’esperienza precisa e concreta di sentirsi chiamato per nome da uno cherimproverandolo esprime, proprio in quell’atto, di avere a cuore la sua persona come nessunaltro. Si sente sconvolto. Proprio lui che Lo perseguita è oggetto di questa attenzionemisericordiosa che lo risolleva da una vita disperata e gli apre la strada di una nuova esistenzapiena di scoperte, di avventure! Nella rivelazione che Gesù fa a Paolo di cose nascoste da secolie preparate per lui, egli vede la testimonianza tangibile di un amore sconfinato eincomprensibile di cui non riesce e non riuscirà mai a capacitarsi. Lapidariamente in una sualettera scriverà: ha amato me e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). E in quel me c’è tutto losconvolgimento di fronte all’infinitudine di Dio che si curva sulla nostra nullità per farci partecipidella sua grandezza.Perché ha scelto Paolo?Questo amore di Cristo, come ogni altro amore vero, non ha ultimamente spiegazioni. Noi perònon possiamo fermarci qui. In punta di piedi desideriamo penetrare nel mistero di questoamore. Perché Gesù ha scelto Paolo? Non gli bastavano gli altri apostoli? Soprattutto: non glibastavano Pietro e Giovanni, quello che più amava e quello da cui era più amato? Cosa cercavain Paolo, cosa voleva da lui? Non possiamo sottrarci a queste domande, come non possiamosottrarci al fatto che Gesù abbia voluto attorno a sé, già nella sua vita terrena, personediverse. Di alcune di loro conosciamo abbastanza dettagliatamente il temperamento, lo stile, lereazioni, persino un certo itinerario esistenziale. Pensiamo, per esempio, a Giovanni che da “figlio del tuono”, irruente e indisciplinato, diventerà addirittura il simbolo della tenerezza edell’amore ripiegato sul seno dell’amico.Gesù vuole intorno a sé la diversità. Sceglie chi vuole, sceglie per pura grazia, perché nessunosi senta escluso. Sa che nessun uomo, per quanto grande, potrà mai esprimere i variegaticolori della sua divina umanità. Non a caso ci saranno molti vangeli, che suppliscono al fattoche Gesù non ha voluto scrivere nulla, e la Chiesa ne sceglierà quattro. Gesù è tutto nellastoria che nasce da Lui, negli uomini che Egli sceglie e che diventano, nella misura della loroadesione a Lui, una rifrazione di Lui. I santi sono tutto ciò che di Cristo non è esplicitamenteraccontato nei Vangeli. Così è stato Paolo che amo considerare, assieme a Matteo, Marco, Lucae Giovanni, l’autore del “pentateuco del Nuovo Testamento, come vi è un pentateuconell’Antico.In secondo luogo la pluralità delle scelte dice che ciò che Cristo vuole portare è la comunione.Gesù sceglie persone diverse e affida a ciascuna un compito che non può essere svoltodall’altra. Questo deve far riflettere ognuno di noi sulla importanza decisiva e assoluta che ha
 
la singola persona per Gesù e sul fatto che ciascuno di noi ha un compito che non può esseresvolto da nessun altro. Se non lo compiamo noi rimarrà incompiuto.Gesù ci sceglie proprio per la nostra particolare personalità. Egli non la stravolge intervenendoin essa, non interviene magicamente. Tutto ciò lo vediamo magnificamente in Paolo. Gesù hascelto Paolo non nonostante la sua violenza, ma proprio perché violento. Egli infatti volevausare di questa energia totale di Paolo cambiandole di segno, come ha usato dell’irruenzainfantile di Pietro, della giocosità drammatica di Francesco d’Assisi o della semplicità essenzialedi Teresa di Lisieux. Simone diventa Pietro, Saulo diventa Paolo, ma le pieghe della loropersonalità, i loro limiti, i loro peccati rimangono, finalizzati ad una storia nuova. La Chiesa nonha paura delle tensioni: le tensioni tra Paolo e Pietro sono state molto forti. Se non ci fossestato lo Spirito Santo si sarebbe arrivati ad una rottura. Paolo ha una sconfinata cultura chePietro non ha, una complessità temperamentale che Pietro non ha. Pietro è tutto d’un pezzo, èscolpito nella roccia (rifiuta e piange). Paolo invece racchiude una complessità psicologica:Pietro pecca per eccesso di semplicità, Paolo per eccesso di complessità.Personalità problematica?Giustamente Romano Guardini nel suo libro Gesù Cristo annota che tutta la personalitàaltamente problematica di Paolo continua ad esistere anche dopo l’incontro con Gesù. «Eglidovette provare un forte senso di inferiorità, che cercò di compensare mediante l’insistitorichiamo all’esperienza che aveva fatto di Cristo e per mezzo di sforzi e realizzazioni ai limitidelle umane possibilità». Gesù si serve di questa bipolarità di Paolo. «Egli fu un uomotormentatscrive Guardini. Commentando un brano della seconda lettera ai Corinzi,quando Paolo parla della sua debolezza fisica, (2Cor 12, 1-10), Guardini scrive che egli haun’alta considerazione di sé, ma essa è ferita e poi ripresa ad altro livello attraverso laconsiderazione di essere l’oggetto di una esperienza interiore fuori dal comune. «Il passodocumenta le estese e violente eruzioni di un sentimento del vivere niente affatto equilibrato».La tenerezza di PaoloNon è un caso perciò che assieme all’«impegno totalitario, trascinatore, troviamo in Paolo gliaccenti di una commovente dolcezza» – scrive ancora l’Holzner. «Sotto lo sguardo sfolgorantedel Risorto enormi riserve di energie appetitive si liberarono in Paolo, il fanatismo si mutò inpotenza d’amore, che saprà manifestarsi più tardi con la tenerezza e la dolcezza di unamadre».L’itinerario è chiaro. Paolo vede nelle persone che si stringono attorno a lui, nelle piccolissimecomunità poste nell’immenso oceano dell’Impero romano, il volto stesso, la realtà stessa diColui che lo ama. Non c’è in lui distinzione tra amare Cristo e amare i suoi. Glielo avevainsegnato Gesù in quel Perché mi perseguiti? (At 9,4; 22,7; 26,14). In tutta la letteraturad’amore dei secoli, in Ovidio, in Orazio, in Dante, in Petrarca, su fino agli spasimi d’amore degliscrittori dei nostri giorni, non riusciamo a trovare una tenerezza eguagliabile a quella di Paolo,così virile e così forte nello stesso tempo, sia verso singole persone, che verso comunità intere.Risentiamo alcune di queste espressioni.Ai Filippesi: Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nelle viscere di CristoGesù (Fil 1,8). Sempre a loro: Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parteil desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d'altraparte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne (Fil 1,21-24). Ai Corinti: Non cerco ivostri beni, ma voi (2Cor 12,14). Sempre ai Corinti: Debbo venire a voi con il bastone, o conamore e spirito di dolcezza? (1Cor 4,21). Consumerò me stesso per le vostre anime (2Cor12,15). E ancora a loro: Il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo strettoin noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci ilcontraccambio, aprite anche voi il vostro cuore! (2Cor 6,11-13). Fateci posto nei vostri cuori![…] vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere (2Cor7,2-3).Descrive il suo affetto per le comunità come quello di un padre e di una madre.Ai Corinti: Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri,perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo (1Cor 4,14-15). Allacomunità di Salonicco: Sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo
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